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Tag: sviluppo

Lo spazio sociale: uno specchio del benessere individuale

Nell’organizzazione che caratterizza attualmente la quotidianità di molti bambini e ragazzi, si possono ritrovare tante attività strutturate dirette dagli adulti (scuola, sport, corsi di lingue, di musica, ecc.) e poco spazio da dedicare alla frequentazione spontanea dei coetanei. Se da un lato quindi viene incentivata dalle famiglie l’acquisizione di nuove nozioni e capacità, con la frequente incentivazione degli aspetti prestazionali e di competizione, dall’altro manca la considerazione degli spazi di socializzazione spontanea come fattori altrettanto rilevanti.

Ma tra i compiti evolutivi tipici del percorso di crescita risulta fondamentale, nelle diverse età, c’è proprio il confronto con i coetanei, che può risultare un traino per l’acquisizione delle competenze relazionali. Il gruppo dei pari va a costituirsi infatti come un importante riferimento al di fuori del contesto familiare, fornendo termini di paragone e di relazione diversi rispetto ai genitori ed ai fratelli/sorelle. Le grandi differenze rispetto ai gruppi guidati dagli adulti e/o precostituiti sono rappresentate dalla possibilità di scegliere ed essere scelti dalle persone con le quali entrare in relazione e dalle motivazioni alla base della frequentazione del gruppo, che non sono dettate da obiettivi fissati da altri, ma dal mero piacere personale.

Nel rapporto con i coetanei il corpo può assumere molteplici significati: il desiderio di differenziarsi, sottolineando le caratteristiche individuali, ma anche la ricerca del confronto e degli aspetti comuni attraverso il rispecchiamento con il gruppo dei pari. La rappresentazione di sé viene influenzata dall’autopercezione e dal giudizio degli altri e determina lo stato emotivo generale, in termini di motivazione e interesse. Durante l’adolescenza la manifestazione della sicurezza/insicurezza passa in gran parte attraverso gli aspetti corporei: è infatti in tale periodo che emergono le insoddisfazioni che portano all’inizio di scelte alimentari, diete, sport e azioni sul proprio corpo, anche in base ai feedback che vengono rimandati dalle proprie figure di riferimento. Anche il momento dei pasti, che in precedenza era riservato alla condivisione con i familiari, diviene un ulteriore momento di contatto e confronto con i coetanei.

Socialità e disturbi alimentari

Tali considerazioni risultano valide anche all’interno della popolazione clinica dei disturbi alimentari, nella quale, contemporaneamente alla presenza di fattori familiari e genetici, si ritrovano spesso tra le caratteristiche individuali lo scarso confronto con il gruppo dei pari e le difficoltà negli ambiti di socializzazione, spesso associati ad un iperinvestimento nel rendimento scolastico e/o nello sport (leggi anche La brava figlia: cosa avviene prima dell’Anoressia Nervosa). L’esordio della malattia va infatti spesso a confermare le difficoltà relazionali laddove risultavano già presenti e a comportare una prima chiusura sociale in molti altri casi. Vengono in tal modo manifestate le difficoltà nella crescita, in particolare in adolescenza, fase densa di cambiamenti ormonali e fisiologici, che rappresenta il momento in cui si comincia a strutturare la personalità del ragazzo/a.

I mutamenti fisici e psicologici adolescenziali possono minare le certezze costruite nelle fasi precedenti e favorire l’emergere dell’insicurezza (leggi anche Pubertà e corpo in adolescenza: che cosa mi è accaduto?). In questa fase dovrebbe avvenire infatti la costruzione dell’autostima, attraverso il perseguimento di obiettivi personali e/o familiari, ma anche tramite l’accettazione del gruppo. Tale aspetto risulta molto carente nelle persone affette da disturbo alimentare, che sperimentano una profonda insicurezza rispetto al poter intraprendere o mantenere delle relazioni amicali soddisfacenti. L’isolamento sociale favorisce inoltre l’eccessiva attenzione agli aspetti concreti riguardanti il cibo e il proprio corpo, all’interno di un circuito dell’ossessività che si autoalimenta.

Il confronto con i coetanei risulta uno stimolo tanto valido per l’adolescente, da essere utilizzato come strumento di cura, come avviene nei gruppi terapeutici per la cura dei disturbi alimentari. Il gruppo, seppure guidato da un adulto, risulta infatti attivatore e contenitore di tutti gli aspetti di confronto e rispecchiamento tra i partecipanti, permettendo di focalizzare gli aspetti emotivi legati alla propria soggettività ed alle esperienze ad essa collegate. Inoltre consente un reinvestimento sulla socialità attraverso il rinforzo delle proprie competenze.

Agli adulti di riferimento, in particolare genitori ed insegnanti, spetta il compito di prestare una particolare attenzione alla socialità dei bambini e ragazzi, considerandola un aspetto prioritario ed un importante fattore predittivo di problematiche in corso o future.

Pubertà e corpo in adolescenza: che cosa mi è accaduto?

“Destandosi un mattino da sogni inquieti, Gregor Samsa si trovò tramutato, nel suo letto, in un enorme insetto. Se ne stava disteso sulla schiena, dura come una corazza, e per poco che alzasse la testa poteva vedersi il ventre abbrunito e convesso, solcato da nervature arcuate sul quale si reggeva a stento la coperta, ormai prossima a scivolare completamente a terra. Sotto i suoi occhi annaspavano impotenti le sue molte zampette, di una sottigliezza desolante se raffrontate alla sua corporatura abituale.
«Che cosa mi è accaduto?», si domandò. Non stava affatto sognando.”
Franz Kafka, La metamorfosi.

“Io è un altro. Se l’ottone si sveglia tromba, non è affatto colpa sua.”
Arthur Rimbaud, Lettera a Paul Demeny.

Una rivoluzione, un rivolgimento di tutti i parametri noti, a partire dal corpo: questo sembra succedere in pubertà, nel passaggio dall’infanzia all’adolescenza. Nell’arco di un tempo relativamente breve, diventiamo d’improvviso più alti, si sviluppano i genitali, crescono i peli, la barba nei maschi, il seno nelle ragazze, e ancora le mestruazioni, o la prima eiaculazione, tutti questi liquidi, e gli odori più forti, nuove spinte, nuove sensazioni… E tutto in maniera così confusa e disarmonica. Una domanda inevitabile: “Che cosa mi è accaduto?”. Già… Ci ritroviamo adolescenti. Ma come? Dove è finito il nostro corpo, quello che conoscevamo? Perché è un cambiamento che non abbiamo chiesto, la pubertà arriva senza troppo preavviso e ci espropria del corpo dell’infanzia, in cui abitavamo così bene.

Sentiamo in noi una spinta che ci trasforma, e che non dipende da noi. Non sappiamo più chi siamo, né chi diventeremo… Sarà spuntato un altro brufolo? Perché ho le spalle così piccole? Perché le mie cosce, la mia pancia, sembrano sempre più grosse? E questo seno, cresce o no? Come sono fatto/a? Che cosa è mio?

Per di più ogni cosa sembra continuare a mutare, chissà che succederà domani… Tutto questo è tale da provocare sensazioni di angoscia e paura innominabili. Ed ecco che ci fermiamo ore davanti allo specchio, quasi nel tentativo di studiare la nostra immagine, di riconoscerci in qualche modo, o di dare un ordine a ciò che ci sembra così confuso. Lo specchio alleato, con cui confrontarsi costantemente, e lo specchio ostile, da cui fuggire per il timore di vedervi riflessa un’immagine che non ci piace, che non corrisponde alle nostre aspettative.

Ma la guerra dichiarata è contro il corpo, quel corpo che è diventato un estraneo. E per di più un estraneo ingombrante, che non riusciamo a nascondere, a coprire, quel corpo che mostra delle forme che ci espongono allo sguardo altrui. Chissà che vedono gli altri… Sarò normale? È normale quello che sento dentro, mi appartiene?

Quello che tentiamo inconsapevolmente di controllare è proprio ciò che sfugge al nostro controllo, la sessualizzazione di un corpo pubere, che è sotto gli occhi di tutti. Siamo, evidentemente, maschi o femmine, avvertiamo nuove pulsioni potenti e prima sconosciute, siamo attratti dai nostri coetanei in un modo diverso da prima, che un po’ ci eccita e un po’ ci fa paura, il corpo ci lancia segnali che non sappiamo interpretare ma che intanto sono lì, prepotenti e urgenti, e che non possiamo ignorare.
E non possiamo nasconderle, tutte queste pulsioni ed emozioni, facciamo gesti di cui ci pentiamo un attimo dopo, diventiamo rossi di imbarazzo o di vergogna quando non lo vogliamo…

Nasce davvero un bisogno di restare presso di noi, un bisogno di intimità, ci chiudiamo in camera, non vogliamo comunicare né sentire nessuno, siamo isolati rispetto al mondo degli adulti con cui avevamo prima tanta familiarità. Dobbiamo prendere le distanze dai nostri genitori, finché non avremo trovato un nuovo modo di stare e di comunicare, il nostro nuovo corpo sessuato ce lo impone: lo sviluppo puberale ci ha avvicinato troppo, resi simili a loro, uomini e donne, loro non sono più solo mamma e papà.

Abbiamo perso le certezze costruite durante gli anni dell’infanzia. Avevamo imparato tutte le regole, come comportarci, sentivamo di avere dentro di noi un mondo sicuro con dei genitori che ci guidavano. E ne abbiamo nostalgia. C’è un duro lavoro da fare, un lavoro di lutto per quell’immagine di noi che avevamo costruito, per le figure interne che ci accompagnavano e ci rassicuravano, a tutto questo dobbiamo rinunciare, per poterci lanciare in un mondo completamente nuovo.

Dobbiamo trovare un nuovo senso, un nuovo codice a quello che ci sta capitando e che non abbiamo scelto. Non abbiamo scelto di avere quegli occhi, quel naso, quelle gambe, di essere maschio o femmina, niente sembra dipendere dalla nostra volontà. Siamo arrabbiati, offesi, delusi, insoddisfatti… In bilico tra il mondo dell’infanzia e quello dell’età adulta, tra il bambino che non siamo più e quello che siamo ancora, tra l’adulto che non siamo ancora e quello che cominciamo a essere (come dice A. Birraux).

Anche per questo siamo pieni di contraddizioni: ci comportiamo come se fossimo già adulti ma la regressione è dietro l’angolo, tornare a qualcosa che ci apparteneva da bambini, tornare noi un po’ bambini è un rifugio perché cerchiamo un ancoraggio, un’identità che conoscevamo e così difficile da abbandonare. E viviamo nel caos: proprio perché abbiamo dentro un mondo da risistemare, anche il nostro mondo fuori rispecchia questa disorganizzazione.

Di fronte a un’angoscia e a uno spaesamento che non possono essere completamente sentiti, pena il rischio di un blocco totale, l’unica arma che sentiamo in nostro potere è fare opposizione. Possiamo opporci attraverso i nostri vestiti, i piercing, la musica che ascoltiamo, il linguaggio che adottiamo. Non pensiamo: agiamo, con il corpo e sul corpo, per tentare di riprendere il controllo e per sperimentare le nostre nuove possibilità, imparare a conoscere e guidare questo nuovo mezzo che abbiamo. Diventiamo attivi per contrastare la passività che questo corpo altro ci ha fatto subire.

Perché, quando parliamo di corpo, è chiaro che parliamo di qualcosa che sta al crocevia tra lo psichico e il biologico, e quello di costruzione e ricostruzione di una rappresentazione di sé diventa un lavoro vero e proprio. Un lavoro che da fuori non si vede, un lavoro che nemmeno noi sappiamo di compiere. Attraverso ciò che facciamo, le scelte avventate in cui ci lanciamo, la nostra impulsività, l’incontro con i nostri coetanei, eccitati, spaventati e angosciati quanto noi, stiamo tentando di incontrare noi stessi e di elaborare e riappropriarci di questo corpo. Per poter finalmente dire «Questo sono io».

Che cosa ci occorre per attraversare questa crisi?
È il tempo, un tempo che ci traghetti verso un’identità, un tempo di attesa. Ma il tempo è proprio quello che ci sembra di non avere, noi non ci possiamo fermare. E allora, anche se proprio non possiamo né dirlo né pensarlo, forse avremmo anche bisogno di qualcuno che tolleri per noi. Degli adulti che tollerino il tempo al posto nostro, che tollerino il nostro diventare irritanti, oppositivi, chiusi, provocatori, “incomprensibili”… Adulti che sappiano comprendere che noi, forse per la prima volta, ci sentiamo divisi, non siamo più “noi”, sentiamo che “Io è un altro”, un estraneo inquietante.

Adulti che, nonostante sembriamo strani, non vedano in noi solo un mostro – come è successo al povero Gregor Samsa – ma una nuova vitalità, e che ci sappiano rispettare con discrezione. Adulti che non si mettano a competere con noi ma che ci facciano da limite, perché le infinite possibilità che abbiamo davanti non ci disorientino troppo. Adulti che siano adulti, cioè, come vuole il significato stesso della parola, già “cresciuti” (prima di noi).

Bibliografia
– Birraux, A. (1990), L’adolescente e il suo corpo. Tr. it. Roma: Borla.
– Jeammet, P. (1992), Psicopatologia dell’adolescenza. Tr. it. Roma: Borla.