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Binge Eating Disorder, il disturbo da alimentazione incontrollata

Il Binge Eating Disorder, conosciuto come BED o disordine da alimentazione incontrollata, è un disturbo alimentare caratterizzato dal consumo di grandi quantità di cibo in un discreto periodo di tempo, con sensazione di perdita di controllo, a cui susseguono forti sensi di colpa, disgusto e disagio verso se stessi e il proprio comportamento. E’ un disturbo della nutrizione e dell’alimentazione presente nel Manuale Diagnostico e Statistico per i Disturbi Mentali (DSM-5) e decritto come categoria diagnostica distinta dagli altri disordini alimentari.

L’insorgenza avviene tipicamente nella tarda adolescenza, spesso a seguito di una significativa perdita di peso ottenuta tramite una restrizione dietetica. Numerosi studi suggeriscono una forte associazione tra adolescenti in sovrappeso/obesi e BED e perdita di controllo nel mangiare. Mentre il Binge Eating è un fattore di rischio per l’obesità in bambini e adolescenti, in maniera reciproca il sovrappeso e l’obesità possono allo stesso modo aumentare il rischio di Binge Eating.

Ciò che caratterizza il BED sono gli episodi di abbuffata, che devono essere presenti almeno una volta a settimana per un mese, i quali non sono seguiti da comportamenti compensatori inappropriati, volti a ridurre i “danni” provocati dall’assunzione incontrollata di cibo. L’abbuffata è determinata dalla presenza di due caratteristiche: da una parte l’assunzione, in un periodo di tempo limitato, di grandi quantità di cibo che sono indiscutibilmente maggiori di quelle che la maggior parte degli individui mangerebbe nello stesso arco di tempo e in condizioni simili, e dall’altro un senso di perdita di controllo nei confronti dell’atto di mangiare. Per esempio, sentire di non poter smettere di assumere cibo o di non poter controllare cosa o quanto si sta mangiando. E’ soprattutto quest’ultimo aspetto a distinguere l’abbuffata dall’alimentazione quotidiana eccessiva o dalla semplice indulgenza.

I primi momenti dell’abbuffata possono anche essere piacevoli, momenti in cui il gusto e la composizione dell’alimento sono apprezzati. Con il passare dei minuti, però, queste sensazioni vengono sostituite da forte sofferenza psicologica, forte disagio e autoaccusa, senza riuscire a smettere di mangiare. La velocità con la quale si assume il cibo è così alta che la masticazione è appena accennata e l’atto del mangiare si riduce a riempire la bocca e deglutire in maniera meccanica.

Lo stato d’animo è particolarmente agitato, non si riesce a stare fermi o a resistere al desiderio di mangiare avidamente questo o quell’alimento, non importa se dolce o salato, si arriva a mangiare tutto ciò che si ha a disposizione in quel momento pur non avendo alcun senso di fame. Per questo motivo l’abbuffata è definita “compulsiva”. Talvolta si esce appositamente per fare la scorta e programmare la prossima abbuffata, possibilmente in segreto, lontano da altri occhi. Spesso si ricorre a notevoli sotterfugi, come mangiare normalmente in compagnia dei genitori e amici, per tornare poi a mangiare avanzi in modo furtivo e tenendo nascosto questo comportamento alterato per vergogna.

La sensazione descritta durante questi episodi è di essere in uno stato di trance, cioè in un alterato stato di coscienza: vivere l’episodio da spettatore piuttosto che da protagonista. La perdita del controllo può variare notevolmente da individuo ad individuo e può essere avvertito anche prima di iniziare a mangiare. Da altri è descritto come un’evoluzione graduale dal momento in cui ha inizio l’abbuffata. Da altri ancora è avvertito all’improvviso, solo dopo essersi resi conto aver mangiato troppo. L’atto di abbuffarsi giunge alla conclusione solo quando si ha una sensazione dolorosa di pienezza.

Con il passare del tempo e il perpetuarsi di questi episodi di abbuffata, il rischio cui si va incontro è convincersi della loro inevitabilità, costruendo in questa maniera una profezia che si auto adempie. A ciò segue sempre disgusto di sé, depressione o intensa colpa dopo aver mangiato troppo, senza però la messa in atto di comportamenti compensatori come vomito autoindotto, praticare un’eccessiva attività fisica o abusare di lassativi e/o diuretici (tipici invece nella Bulimia Nervosa).
Il livello di gravità è definito sulla base del numero di episodi di abbuffata che occorrono durante la settimana.

Spesso gli adolescenti in sovrappeso/obesi per far fronte all’insoddisfazione verso se stessi, il peso e la forma del corpo, adottano come soluzione quella di iniziare una dieta fai da te, fortemente restrittiva, che consiste nell’evitare alcuni alimenti, ridurre visibilmente le porzioni o addirittura saltare alcuni pasti, in autonomia, senza interpellare i genitori o chiedere aiuto ad un Nutrizionista. Questi atteggiamenti possono indurre un forte senso di deprivazione che può essere avvertito sia dal punto di vista fisiologico che cognitivo e che può scaturire l’insorgere del fenomeno dell’abbuffata. E’ solo quando s’inizia a interrompere questo circolo vizioso mangiando regolarmente, che gli impulsi ad abbuffarsi regrediscono fino a seguire un’alimentazione equilibrata sia nella quantità che nella qualità dei pasti.

Il trattamento più efficace nel contrastare questo disordine è attraverso una terapia psiconutrizionale interdisciplinare, che prevede l’intervento di differenti figure professionali (Nutrizionista e Psicologo Psicoterapeuta) e una collaborazione reciproca al fine di determinare con il tempo un’importante diminuzione fino alla scomparsa delle abbuffate e acquisire gli strumenti necessari alla ripresa di un rapporto sereno ed equilibrato con l’alimentazione.

 

Bibliografia:
– Manuale Diagnostico e Statistico per i Disturbi Mentali, DSM-5
– He, Jinbo, Zhihui Cai, and Xitao Fan. “Prevalence of binge and loss of control eating among children and adolescents with overweight and obesity: An exploratory meta‐analysis.” International Journal of Eating Disorders 50.2 (2017): 91-103.
– Caviglia, G., and F. Cecere. “I disturbi del comportamento alimentare.” Carocci Faber (2007).

L’estate e la moda del dieting: quali sono i rischi per gli adolescenti?

L’arrivo dell’estate è generalmente caratterizzato da una maggiore attenzione per il corpo in vista della tanto temuta prova costume e di conseguenza dalla moda del dieting. Riviste, siti online, social networks si riempiono di diete miracolose che promettono un calo ponderale rapido e senza grandi sforzi, a cui è difficile resistere.

L’idea di poter raggiungere velocemente l’obiettivo di essere “più magri” e dunque “più belli” è una tentazione tanto per gli adulti quanto più per gli adolescenti, che si trovano nel periodo di crescita in cui tipicamente la preoccupazione per il peso e la propria forma fisica rivestono un ruolo centrale.

Il termine dieting si riferisce in generale alla pratica di mettersi a dieta, e può trasformarsi in una vera e propria dipendenza. Solitamente le diete più seguite sono quelle “fai-da-te”, o quelle consigliate da non-esperti con l’avvento del primo caldo. Tali schemi sono caratterizzati spesso da un unico alimento principale e ricorrente (dieta dell’ananas, dieta del gelato), oppure da una ripartizione dissociata dei nutrienti nei vari pasti della giornata (a pranzo solo carboidrati e a cena solo proteine), o ancora sono schemi ad esclusione (le più in voga quelle a ridotto contenuto di carboidrati) o a base di sostituti dei pasti.

Quali sono gli adolescenti più a rischio di iniziare la pratica del dieting?

Le ragazze sono tipicamente più soggette alla moda del dieting rispetto agli adolescenti maschi. Inoltre, è stato visto come una condizione di sovrappeso/obesità, una bassa autostima, l’insoddisfazione per il proprio corpo, una pubertà precoce siano tutti fattori di rischio. In letteratura è stato descritto come anche la famiglia giochi un ruolo importante: genitori a dieta, che incoraggiano tali pratiche o che mostrino un atteggiamento critico rispetto al peso dei figli possono indurre questi ultimi ad avvicinarsi al dieting o a comportamenti di controllo del peso non salutari.

Infine, altri fattori di rischio riguardano per lo più il gruppo dei pari, in cui possono essere presenti la derisione per il peso o l’incoraggiamento alla dieta, e lo svolgimento di sport in cui viene data particolare importanza alla forma corporea.

Quali sono i principali rischi del dieting per un adolescente?

Il primo rischio riguarda le possibili carenze nutrizionali. Molto spesso regimi rigidi e restrittivi sono associati ad un mancato soddisfacimento di tutti i fabbisogni in termini di energia, micro- e macro-nutrienti, essenziali soprattutto nel delicato periodo di crescita. Diete non personalizzare, che non tengono conto delle necessità del singolo, possono portare ad un blocco della crescita e a dimagrimenti non adeguati. I risultati, molto spesso non duraturi nel tempo, generano il cosiddetto “effetto yo-yo” (alternarsi di periodi di calo e recupero ponderale) con conseguente perdita di massa magra e riduzione del metabolismo basale.

È stato, inoltre, descritto in letteratura come il dieting sia uno dei fattori di rischio per lo sviluppo di Disturbi Alimentari (per approfondire Cosa sono i Disturbi dell’Alimentazione e come combatterli). In soggetti predisposti la restrizione e la rigidità, tipiche di tali schemi, possono portare a due differenti condizioni: da un lato si può arrivare a limitare sempre più gli apporti alimentari, dall’altro, invece, si possono innescare momenti di discontrollo, caratterizzati da abbuffate, alternate a tentativi di rigore dietetico.

Quale può essere la risposta di un genitore di fronte alla richiesta del proprio figlio di voler perdere peso?

Il primo consiglio è quello di non sminuire mai la richiesta che arriva da un figlio che sta chiedendo aiuto. Dietro tale richiesta, infatti, potrebbe nascondersi un reale disagio personale, che un genitore non deve sottovalutare bensì cercare di comprendere.

È importante cercare di instaurare un dialogo con il ragazzo per capire la motivazione di tale richiesta e provare a cercare insieme la risposta e la soluzione migliore. Tale atteggiamento permette di far sentire l’adolescente preso sul serio rispetto le sue preoccupazioni e più libero di esprimere le proprie difficoltà.

In generale ci si può trovare principalmente di fronte a due differenti situazioni: 1) non ci sono reali necessità di perdere peso; 2) esiste effettivamente un eccesso ponderale che dovrebbe essere ridotto. In entrambi i casi la soluzione più corretta sarebbe quella di evitare di intraprendere percorsi in maniera autonoma e di contattare un professionista in ambito della Nutrizione, per un semplice colloquio sulla sana alimentazione o per una eventuale presa in carico volta al calo ponderale.

Qualunque sia la situazione, è importante ricordare che non dovrebbe mai essere solo il ragazzo a seguire un piano dietetico, al contrario tutta la famiglia dovrebbe essere coinvolta in un percorso di Educazione Alimentare (leggi anche Anoressia nervosa in adolescenza: cosa possono fare i genitori?).

Il viaggio dell’eroe: separarsi e individuarsi attraverso la relazione nutritiva

Noi non veniamo dalle stelle o dai fiori,
ma dal latte materno. Siamo sopravvissuti per
l’umana compassione e per le cure di nostra madre.
Questa è la nostra principale natura.
Shakespeare, Re Lear

Perché mio figlio non mangia?” É questa la domanda che spesso sentiamo porci da molte mamme, estremamente preoccupate dei comportamenti alimentari del proprio bambino.

Il rapporto con il cibo è ricco di significati, a volte ambivalenti, che trascendono quasi sempre l’esclusiva introduzione nel proprio corpo delle sostanze nutritive necessarie allo sviluppo. Sin dai primi giorni della gestazione è alla donna che è affidato il compito della sopravvivenza di quella parte che piano piano si sta generando dentro di lei, il feto si nutre attraverso la madre e dopo, nei primi mesi di vita, tale stretto rapporto rimane vitale per il bambino che non potrà sopravvivere senza quella persona speciale ed amorevole che si prende cura di lui (leggi anche L’alimentazione prima e durante la gravidanza: i consigli dell’esperto).

Possiamo, dunque, pensare al parto come la prima separazione tra la donna che è chiamata a rinunciare a quella parte di sé creativa che ha generato ed il bambino che si trova costretto ad abbandonare quello stato di fusione completa e rassicurante in cui è vissuto per nove mesi. Per la prima volta si trova da solo ad affrontare i rumori e la luce del mondo nuovo, iniziando così un lento ma progressivo viaggio verso la sua individuazione.

Il bambino già da subito è preparato per questo cammino venendo al mondo con la capacità di orientarsi verso il volto umano (Johnson e Morton, 1991) e preferendone dopo poco uno in particolare, quello della mamma (Field, 1984) di cui è in grado di afferrarne il seno succhiando per nutrirsi. Quello che cerca da subito, però, non è soltanto il cibo quale fonte di nutrimento ma la vicinanza di quella persona speciale e l’instaurarsi della relazione necessaria alla vita perché fonte di amore e di cura.

Sin dal principio quindi il cibo è veicolo di calore e di affetto ed è attraverso queste prime esperienze relazionali che il bambino impara a sentire i propri bisogni e che esiste un altro diverso da sé in grado di soddisfarli. Attraverso un’alternanza di stati di disintegrazione (l’esperienza della fame) e di integrazione (il soddisfacimento della fame attraverso il seno materno ed il ritorno, anche se temporaneo, a quello stato perfetto e fusionale primordiale) il bambino impara ad essere ed esserci. Piano piano capisce di essere separato dalla madre, di esistere grazie a lei ma distinto da lei.

Con il progredire dello sviluppo acquisisce poi nuove competenze, riesce a stare seduto da solo, inizia a muoversi più autonomamente nello spazio e spuntano i primi dentini; la natura ci sta comunicando che è pronto per mangiare qualcos’altro ed è così che inizia lo svezzamento. Tale momento rappresenta una seconda separazione, il cibo materno non è più sufficiente al bambino che ha bisogno ora di qualcos’altro di diverso dalla madre per sopravvivere.

Momentanee difficoltà alimentari sono fisiologiche in alcune fasi di transizione (Brazelton, 2003) ed in questo momento così delicato può accadere di scontrarsi con un bambino che pretende di fare da solo e comincia a sviluppare i propri gusti personali; da una parte la mamma dedicherà molto del suo tempo alla preparazione dei piatti giusti per continuare a fornire quel buon nutrimento come prima dall’altra il bambino inizierà a sperimentare a suo modo il cibo cercando di conoscerlo con tutti i sensi a sua disposizione perché la conoscenza per lui si verifica attraverso gusto, vista, olfatto e tatto in un insieme imprescindibile.

Non a caso questo passaggio coincide con quella fase di sviluppo molto importante che la psicanalista inglese Mahler (1978) ha indicato con il nome di separazione-individuazione. Non solo il bambino sta cercando di separarsi ma sta cercando di affermare se stesso, di individuarsi come persona autonoma e distinta, per questo nel primo e secondo anno di vita può rifiutare il cibo tanto faticosamente preparato per lui. Ogni bambino possiede un proprio schema alimentare ed una personale curva di crescita, l’alimentazione rappresenta quindi il primo incontro dei genitori con l’individualità di loro figlio che trova nell’atto di nutrirsi uno spazio di desiderio e di scelta tipicamente personale.

A tale costruzione personale contribuiscono l’atteggiamento e l’esempio dei genitori che determineranno la possibilità o meno del bambino di aprirsi a nuovi cibi e nuove esperienze. Un atteggiamento estremamente preoccupato non favorirà tale capacità esplorativa, e finirà per essere intrusivo e causa di conflitti inutili. Per questo generalmente è buona norma non preoccuparsi eccessivamente dei rifiuti ma di creare a tavola un’esperienza piacevole poiché in condizioni di buona salute le condotte fisiologiche come il nutrirsi, se lasciate funzionare spontaneamente, non creano problemi mentre si modificano in eccesso o in difetto quando divengono contenitori di emozioni spiacevoli.

Se i genitori non accettano le scelte alimentari del figlio, facendo prevalere sui suoi bisogni e desideri le loro aspettative e convinzioni, questo si ripercuoterà anche sull’accettazione delle future scelte del figlio disconoscendone la sua individualità (Montecchi, 2016).

Dunque se un bambino mangia troppo o troppo poco cosa ci sta comunicando? Forse sta dicendo: “anche grazie alle tue amorevoli cure, mamma, ho capito di esistere ed ora sono pronto ad affrontare il mondo più autonomamente ma ho bisogno di essere riconosciuto da te quale sono”. Come fare allora? L’importante é continuare ad esserci, modificando il proprio comportamento in relazione alle nuove competenze del bambino, compito non facile perché si scontra con i vissuti delle mamme che possono sentirsi rifiutate e non adatte come genitori, e che, soprattutto, devono rinunciare a pensare al figlio come un’estensione del proprio sé corrispondente esclusivamente ai propri desideri.

Diamo dunque al momento del pasto il valore che merita; dalle prime fasi di sviluppo, e cosi per tutta la vita, tali momenti sono soprattutto attimi di condivisione di affetti ed esperienze e sarebbe importante sin da subito rispettarne tale valenza e non trasformare il momento del nutrimento in un terreno di conflitti e di adempimento di prestazioni.

 

Bibliografia
– Brazelton T.B. (2003). Il bambino da zero a tre anni. Fabbri Editori: Milano
– Field, T.M., Cohen, D., Garcia, R., & Greenberg, R., (1984). Mother-stranger face discrimination by the newborn. “Infant Behavior and Development” 7: 19-25.
– Johnson, M.H., Dziurawiec, S., Ellis, H.D., & Morton, J. (1991/a). Newborns’ Preferential Tracking of Face-Like Stimuli and its Subsequent Decline. “Cognition” 40: 1-19
– Mahler M. (1978). La nascita psicologica del bambino. Boringhieri,: Torino
– Montecchi F. (2016). I disturbi alimentari nell’ infanzia e nell’adolescenza per comprendere, valutare, curare. Franco Angeli Editore: Milano.

La prima colazione: al mattino un appuntamento con la salute!

Se è vero che il buongiorno si vede dal mattino, allora meglio iniziare con una buona colazione! È il pasto più importante della giornata ed è fondamentale per la salute del nostro organismo. Nonostante ciò, una buona percentuale della popolazione è solita saltarla. Talvolta, per via dei ritmi di vita frenetici o per mancanza di tempo si pensa che saltare la colazione o prendere un solo caffè sia sufficiente, invece è stato riportato in diversi studi che dedicare il tempo necessario al consumo di un pasto completo dei giusti alimenti riduce il rischio d’insorgenza di patologie cardio-metaboliche come obesità, diabete e alterato profilo lipidico in bambini e adulti (leggi anche L’alimentazione prima e durante la gravidanza: i consigli dell’esperto).

Perché la colazione è così importante?

Una prima colazione sana e completa di tutti i macro e micronutrienti fornisce all’organismo l’energia necessaria a permettere al corpo e al cervello di ripartire al meglio. Durante il riposo notturno si instaura una condizione di digiuno che determina l’utilizzo delle riserve di glucosio (zucchero), che al risveglio sono in fase di esaurimento. Se queste non vengono prontamente ristabilite si va incontro ad un meccanismo di compensazione che induce principalmente l’utilizzo delle proteine muscolari, ed in minor quantità dei grassi di riserva, per produrre energia.

Il digiuno mattutino comporta difficoltà di concentrazione, a scuola o durante le prime ore lavorative, e il successivo consumo di un pranzo abbondante che può condizionare negativamente anche il rendimento pomeridiano a causa dell’eccessivo impegno digestivo. Un pasto nutriente al mattino aiuta ad aumentare il senso di sazietà durante tutto il giorno, favorendo la regolarità dei pasti, e contribuisce a risvegliare il metabolismo donando quella sferzata di energia necessaria ad affrontare la giornata con il giusto spirito.

Cosa dicono gli studi?

È stato ampiamente dimostrato che chi salta questo importante appuntamento con la salute ha più difficoltà a controllare il proprio peso e tende ad adottare abitudini alimentari e di vita scorrette (come una dieta povera di macro e micronutrienti e un eccessivo consumo di alcol e fumo), che comportano l’insorgenza di patologie croniche.

Uno studio di follow-up pubblicato su BMC Public Health e condotto su bambini afferenti ad una scuola primaria riporta che a distanza di un anno coloro che erano soliti saltare la prima colazione si trovavano in una condizione di sovrappeso con aumentata adiposità addominale rispetto ai compagni che tutte le mattine consumavano un pasto competo.

Un altro studio, condotto invece su adulti e pubblicato sul Journal of the American College of Cardiology, dimostra che coloro che saltavano regolarmente la prima colazione avevano in generale uno stile di vita meno sano con un aumentato rischio di sviluppare patologie cardiovascolari. I partecipanti che saltavano la colazione avevano inoltre, in media, una circonferenza della vita più ampia, un maggior indice di massa corporea, pressione del sangue più elevata e livelli di lipidi e glucosio più alti nel sangue.

Qual è la colazione ideale?

Innanzitutto il primo pasto della giornata deve essere un momento piacevole di ritrovo familiare, da consumare senza fretta, o più semplicemente un momento da dedicare a se stessi prima di affrontare gli impegni di tutti i giorni. La colazione ideale può essere sia dolce che salata, l’importante è che sia nutriente e bilanciata. In Italia la tendenza generale è quella di mangiare cibi dolci di prima mattina, quindi una colazione sana ed equilibrata può essere composta da una tazza di latte, un vasetto di yogurt o una spremuta di frutta fresca di stagione accompagnati da pane integrale con marmellata 100% frutta o dei cereali misti integrali con frutta secca (muesli) o un dolce da colazione fatto in casa con ingredienti genuini. Come per il pranzo e la cena, variare ogni mattina gli alimenti invoglia l’appetito e rende la colazione più appetitosa e gustosa!

Bibliografia:

1) TRAUB, Meike, et al. Skipping breakfast, overconsumption of soft drinks and screen media: longitudinal analysis of the combined influence on weight development in primary schoolchildren. BMC public health, 2018, 18.1: 363.

2) UZHOVA, Irina, et al. The importance of breakfast in atherosclerosis disease: insights from the PESA study. Journal of the American College of Cardiology, 2017, 70.15: 1833-1842.

fiocchetto lilla

VII Giornata nazionale del fiocchetto lilla: cosa sono i Disturbi dell’Alimentazione e come combatterli

Si celebra il 15 marzo prossimo la VII giornata nazionale del fiocchetto lilla dedicata ai Disturbi dell’Alimentazione e della Nutrizione (DA), nata per diffondere la conoscenza su queste forme di patologia e per promuovere la consapevolezza che queste patologie si possono oggi curare.

I Disturbi dell’Alimentazione (DA) costituiscono un insieme di sindromi ad eziologia multifattoriale che, in una fascia di età precoce, possono presentarsi in modo estremamente variabile: accanto a forme temporanee inscrivibili all’interno di precise tappe evolutive e di alcuni momenti critici dello sviluppo, si possono, infatti, delineare quadri molto seri che determinano un grave impatto sullo sviluppo sia fisico che psicologico del bambino, con un rischio di morte del 1.8 %.

Una delle forme più comuni è sicuramente l’Anoressia Nervosa (AN), una grave forma psicopatologica che consiste nel rifiuto di assumere cibo in quantità adeguata per mantenere il peso corporeo entro limiti fisiologici per l’età e l’altezza; si accompagna a un’alterata percezione dell’immagine corporea per quanto riguarda forma e dimensioni spesso accompagnata da comportamenti di compenso come il digiuno, il vomito autoindotto o l’abuso di lassativi o diuretici. Colpisce, nel 95% dei casi, le ragazze tra i 12 e i 18 anni, ma esistono casi sempre più frequenti in cui la sintomatologia si sviluppa anche nei maschi e nelle bambine prepubere verso i 9 anni.

La Bulimia Nervosa (BN) assume caratteristiche psicologiche molto simili all’AN, ma coloro che ne soffrono non raggiungono mai il grave deperimento tipico dell’AN, riuscendo al contrario a mantenere un rapporto peso-altezza apparentemente adeguato e per questo più difficile da riconoscere. La caratteristica centrale della bulimia nervosa è un comportamento alimentare caratterizzato da abbuffate associate a comportamenti di compensazione (vomito autoindotto, lassativi, diuretici, intensa attività fisica) per evitare che l’ingestione di troppe calorie causi un aumento del peso corporeo. Per abbuffate si intendono episodi durante i quali si ingeriscono grandi quantità di cibo in un breve periodo di tempo, avendo la sensazione di aver perso completamente il controllo rispetto a quello che si sta mangiando.

Come nell’anoressia, anche nella bulimia, l’insoddisfazione per il proprio corpo rappresenta un aspetto psicopatologico centrale che influenza in modo sproporzionato il proprio livello di autostima. Per la bulimia l’età media di esordio è compresa tra i 15-18 anni.

Recentemente, inoltre, il DSM-5 ha introdotto una nuova categoria diagnostica per i DA in infanzia ovvero il Disturbo evitante/restrittivo o ARFID nel suo acronimo inglese. Tale disturbo è caratterizzato da un comportamento alimentare restrittivo che può interferire con la normale curva di crescita staturo-ponderale del bambino o può determinare una importante perdita di peso. A differenza dell’AN, però, dove il rifiuto del cibo è legato al controllo del peso e ad una alterata percezione dell’immagine corporea, nell’ARFID la restrizione alimentare può essere dovuta a mancanza di interesse verso il cibo, ai suoi aspetti sensoriali o alla paura delle conseguenze che l’atto del mangiare può provocare (es. vomito, mal di stomaco, soffocamento).

I disturbi del comportamento alimentare sono, tra i disturbi psichiatrici, quelli che richiedono la maggiore collaborazione possibile tra i medici con differenti specializzazioni. Infatti sia l’anoressia che la bulimia sono causa di complicanze mediche sostanzialmente gravi.  Questo rischio impegna i professionisti dell’infanzia e dell’adolescenza a una diagnosi precoce e a un intervento terapeutico corretto, centrato non solo sul comportamento alimentare ma anche sul disagio emotivo, sul disturbo ossessivo del pensiero, sulla depressione, sulla sofferenza familiare. Il trattamento di questi aspetti deve essere programmato per diverso tempo e prevede interventi in combinazioni variabili: psicoterapeutici individuali o di gruppo, di terapia familiare, psicofarmacologici.

È possibile guarire se si garantisce la precocità della diagnosi e la correttezza dell’intervento. Il trattamento però deve essere integrato, richiedendo l’intervento di più figure professionali (es. psichiatri, psicologi, nutrizionisti, specialisti di medicina interna).

alimentazione prima e durante la gravidanza

L’alimentazione prima e durante la gravidanza: i consigli dell’esperto

La gravidanza è un stato fisiologico della vita di una donna in cui un’alimentazione equilibrata risulta essere la chiave per garantire il miglior stato di salute per la mamma ed il piccolo.

Prima di iniziare a parlare di quale siano i principali accorgimenti da considerare nei tre trimestri che ci accompagnano al momento del parto, facciamo un passo indietro e spendiamo qualche parola su quello che viene comunemente chiamato “periodo pre-concezionale”. Si intende con questo termine il tempo che intercorre tra il momento in cui la donna è aperta alla procreazione ed il momento del concepimento. Un periodo dunque non sempre definibile con precisione, soprattutto nei casi in cui la gravidanza non sia programmata, nel quale però le scelte della futura mamma risultano molto importanti per il futuro sviluppo fetale. Generalmente non si è a conoscenza nello stato gravidico prima della terza settimana dal concepimento, per tale ragione vengono raccomandati in maniera generalizzata, a tutta la popolazione femminile in età fertile, alcuni comportamenti preventivi.

Il primo accorgimento riguarda il peso corporeo. È infatti consigliato intraprendere una gravidanza in condizioni di normopeso, generalmente questo vuol dire ricadere in un indice di massa corporea (IMC, rapporto tra peso in kg e statura in metri elevata al quadrato) compreso nell’intervallo tra 18,5-24,9. Una condizione materna di sovrappeso o obesità ad inizio gravidanza è, infatti, associata ad un maggior rischio per il bambino di basso/alto peso alla nascita e di sviluppare in futuro malattie cardiovascolari ed obesità.

In secondo luogo nel periodo precedente il concepimento è raccomandato un supplemento di 400 microgrammi/die di acido folico, in aggiunta ai folati naturalmente assunti con l’alimentazione quotidiana (se ricca di con verdure a foglia verde come carciofi, broccoli, asparagi, spinaci, lattuga e legumi come fagioli, ceci). La motivazione per una raccomandazione di questo tipo nasce dal fatto che fisiologicamente il tubo neurale nell’embrione si chiude intorno al 28° giorno di gestazione ed i folati costituiscono una vitamina essenziale per garantirne un corretto sviluppo. Per raggiungere un livello plasmatico di folatemia ottimale al momento del concepimento, tale da ridurre il rischio di spina bifida o di altre patologie del tubo neurale alla nascita, la supplementazione dovrebbe coprire in maniera continuativa e costante almeno i tre mesi precedenti la gravidanza.

Per la stessa motivazione, ovvero per garantire un’adeguata formazione della ghiandola tiroidea, è bene evitare carenze di iodio già nel periodo precedente la gravidanza. Una delle strategie per incrementare l’introito di questo micronutriente è l’utilizzo del sale iodato, come suggerito dalle Linee Guida del Ministero della Salute.

In ultimo sarebbe auspicabile limitare, e preferibilmente eliminare, il consumo di alcol, non eccedendo comunque la soglia di un’unità alcolica giornaliera (es. 1 bicchiere di vino da  ml, o un boccale di birra da 330 ml), come indicato dalle Linee Guida Nazionali.

Quando invece la gravidanza è già in atto, qual è l’alimentazione più adeguata da seguire?

La frase più comune detta ad una mamma in dolce attesa è: “mi raccomando, ora devi mangiare per due!”. In realtà non è proprio così, l’incremento energetico, necessario a partire dal secondo trimestre, è modesto (circa 400 kcal/die in più) e deve avere come obiettivo un incremento di peso graduale e non eccessivo nel corso dei nove mesi. Le ultime Linee Guida dello IOM (Institute of Medicine) suggeriscono un differente incremento ponderale a seconda dello stato nutrizionale di partenza della gestante.

In condizioni inziali di sottopeso (IMC<18.5) ci si auspica un incremento totale dai 12,5 ai 18 kg; se partiamo invece da una condizione di normopeso (IMC tra 18.5 e 24.9) l’incremento ponderale dovrebbe oscillare tra 11,5 e 16 kg; in caso di sovrappeso l’aumento dovrebbe essere compreso tra 7 e 11,5 kg; infine se la futura mamma parte da una condizione di obesità non dovrebbe acquistare più di 5-9 kg.

Il regime alimentare più indicato in stato “interessante” non si discosta in realtà da quello della popolazione generale e fa riferimento al modello mediterraneo, ripartito in maniera equilibrata in termini di macronutrienti. È importante dunque: garantire il giusto apporto di carboidrati complessi, come pane, pasta, cereali a chicco, da preferire integrali, nei tre pasti principali; rispettare le 5 porzioni giornaliere di frutta e verdura; evitare dolci e bevande zuccherate; bere almeno 2 litri di acqua al giorno; alternare le fonti proteiche di origine animale e vegetale, con una particolare attenzione positiva al consumo di pesce e frutta secca per il loro contenuto in omega 3, importanti per il corretto sviluppo cerebrale.

In particolare vengono raccomandate 2-3 porzioni di pesce a settimana, fino ad un massimo di 4. È bene preferire alimenti freschi/surgelati a quelli in scatola e pesci di taglia piccola, come alici, sardine, sogliole, per il minor contenuto di mercurio rispetto a quelli di taglia grande (come tonno e pesce spada), che andrebbero limitati (massimo 1 porzione di 100g a settimana).

Infine, cosa evitare?

In primo luogo si consiglia in maniera assoluta di abolire il consumo di alcol, che mette a rischio il coretto sviluppo fetale ed ha come manifestazione più grave la cosiddetta sindrome feto-alcolica. In aggiunta per ridurre il rischio di tossinfezioni, è bene evitare carni, uova e pesci crudi o poco cotti, latte non pastorizzato, formaggi freschi e formaggi da latte crudo, piatti caldi pronti. Per assicurare un minor rischio di tossinfezioni è bene: lavare sempre le mani e le superfici in cucina; tenere separati carne cruda e cibi pronti da mangiare che non necessitano di cottura; cucinare bene gli alimenti in modo tale da raggiungere la giusta temperatura interna.

Per maggiori informazioni www.pensiamociprima.net, www.primadellagravidanza.it, http://www.salute.gov.it/portale/salute/p1_5.jsp?id=110&area=Vivi_sano