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Tag: corpo

La preadolescenza e la costruzione dell’identità.Il corpo come mediatore nelle relazioni

Nella vita di un individuo tanti sono i passaggi che richiedono impegno ed energia per affrontare i cambiamenti che ne conseguono; emergono in tali momenti nuove capacità alcune rivoluzionarie ed altre meno visibili ma che richiedono un’altrettanto faticosa ristrutturazione dell’ordine precedente. Se pensiamo ad un bambino quante meravigliose scoperte ci vengono in mente… un bambino piccolo impara a parlare e a camminare. Primi passi e prime parole acquisiscono una tale importanza che, soprattutto in questa nostra era digitale, vengono riprese e catalogate da genitori impazienti che rafforzano, con i loro elogi positivi, tali nuove acquisizioni poiché esse rendono visibili concretamente ai loro occhi impazienti il processo di crescita. Da esse si riceve infatti la conferma che tutto si stia svolgendo secondo i canoni prestabiliti: mio figlio è così bravo e diligente ed anche io sono un così un bravo genitore!

Tuttavia ogni individuo non smette mai di crescere e anche altre scoperte andrebbero sostenute e accompagnate come quando, all’inizio della vita, tendiamo la nostra mano ad un piccolo che impara a muovere i suoi primi passi nel mondo.

Il passaggio all’adolescenza è uno di questi fondamentali momenti, è questo il tempo in cui i ragazzi devono imparare di nuovo a camminare accedendo ad una nuova forma di stare al mondo. Tuttavia l’adolescenza avendo come caratteristica proprio la lotta per la differenziazione dai modelli genitoriali con il fine di dover creare una propria identità personale e separata è un processo che appare in una forma più intima e personale e, per questo, meno visibile agli occhi dei genitori. Si separano gli spazi, si costruiranno più aree private che l’adolescente tenterà di proteggere a tutti i costi creando una separazione che a volte può sembrare insanabile ma che richiede solamente un occhio più attento e una rielaborazione della visione che si ha del proprio figlio e delle modalità relazionali. In un certo senso dovrà nascere anche un nuovo modo di essere genitori, un modo che si dovrà modificare più a favore di un ascolto e di un’osservazione attenta e aperta all’accettazione del nuovo.

 

La preadolescenza e il corpo che cambia

 

La stessa sfida impegna dunque genitori e figli, questi ultimi dovranno innanzitutto imparare a conoscere un corpo che cambia, che diviene più grande e che si modifica occupando un nuovo spazio sia fisico che psichico (leggi anche Pubertà e corpo in adolescenza: che cosa mi è accaduto?). Le profonde modificazioni corporee che segnano l’entrata in adolescenza avranno un loro corrispettivo sul versante emotivo. Innanzitutto con lo sviluppo, si assiste ad un generico risveglio delle pulsioni sessuali che va a modificare gli schemi corporei che il bambino ha creato nei dieci anni precedenti ed elicita l’ambivalenza tra la nostalgia di un corpo, e genericamente di un mondo, infantile e conosciuto e la naturale spinta al cambiamento (Montecchi, 2009). L’adolescenza irrompe dunque come un elemento di discontinuità tra ciò che è stato fino a quel momento e ciò che è e che sarà. L’irrequietezza, la goffaggine e l’impaccio nelle relazioni sono il corrispettivo visibile di tali modificazioni.

I ragazzi attueranno diverse strategie per entrare in contatto con questo nuovo corpo e questi nuovi modi si realizzeranno all’interno delle relazioni con l’altro. Il corpo è da sempre, sin dai momenti più precoci dello sviluppo, un mediatore tra ciò che è all’interno e ciò che è all’esterno. Attraverso questo involucro ci si rapporta agli altri. Osservando un gruppo di ragazzi dagli 11 ai 13 anni è molto facile ritrovarsi di fronte a scene in cui questi ingaggiano lotte tra di loro: si rincorrono, si spintonano e genericamente esprimono la loro fisicità attraverso dei contatti più o meno diretti e rivolti principalmente allo stesso sesso. Le ragazze, invece, inizieranno a confrontarsi tra loro imparando a maneggiare questo nuovo corpo investendo sulla valorizzazione estetica e subendo maggiormente il confronto coi modelli imposti dai mass media.

Poiché la propria identità non si costruisce da sola ma ha bisogno dello sguardo dell’altro per definirsi (Galimberti, 2008), per l’adolescente, che sta investendo maggiormente sul mondo dei pari all’esterno della famiglia, non è più sufficiente lo sguardo del genitore poiché ha bisogno di essere guardato da colui che è simile a lui. Maggiore importanza dunque rivestiranno tutti quei contesti in cui si troverà a confrontarsi con i compagni come la scuola, i gruppi sportivi o i gruppi spontanei (leggi anche Lo spazio sociale: uno specchio del benessere individuale).

Un altro contesto che negli ultimi anni si è andato a definire come luogo di relazione per i ragazzi è quello del web. In questa epoca anche i social network si sono evoluti spostando l’asse dalla condivisione di alcuni contenuti alla sempre maggior esposizione della propria immagine (leggi anche L’uso dei social network nell’eziologia dei Disturbi Alimentari). Soprattutto per le ragazze, essere all’altezza del canone estetico imposto diviene sempre più importante e va a sovrapporsi alla creazione di un’ identità poiché il corpo stesso diviene la propria identità. Si esiste in quanto il proprio corpo è visibile agli altri. Per tutti quei ragazzi che non eccellono in altre qualità, a scuola non brillano e non hanno una passione che li avvince il mostrare il proprio corpo e la propria immagine può venir ad essere l’unico mezzo attraverso cui ricevere il riconoscimento necessario alla costruzione della propria identità.

Le modificazioni corporea e la sessualizzazione del corpo infantile però dovrebbe procedere il più possibile di pari passo con la maturazione emotiva; ma, all’interno di una società che diventa sempre più veloce, il corpo e la psiche possono subire una frattura consistente (leggi anche Il disagio della società e i disturbi alimentari). Ad oggi basta una foto su instagram o un video, che deve durare pochi secondi, su tik tok a ricevere like e commenti. In questo scorrere veloce il corpo diviene dunque sempre più distante dalla parte emotiva e in questa sua distanza viene utilizzato, soprattutto dalle ragazze, come un oggetto per acquisire il favore dell’altro. Ma tale esposizione può aprire la strada a molti rischi proprio perché un altro piano è rimasto indietro, l’emotività è rimasta infantile.

 

In questa situazione di passaggio gli adulti di riferimento, a casa e a scuola, cosa possono fare?

 

Inutile sarà assumere un atteggiamento repressivo e giudicante rispetto a questi fenomeni, piuttosto sarà utile mostrarsi aperti ed accoglienti offrendo quello sguardo necessario alla crescita uno sguardo in grado di capire. Sarà importante per questi ragazzi incontrare figure adulte significative che tenteranno di sanare questa frattura, capaci cioè di ricucire attraverso una continua ridefinizione della realtà il piano emotivo e quello corporeo.

Molto utile sarà impegnare i ragazzi in tutte quelle attività espressive in grado di far imparare al giovane ad utilizzare il proprio corpo come mezzo attraverso cui esprimere le proprie emozioni o, più in generale, come qualcosa portatore di un’identità più complessa formata da valori, passioni e attitudini personali. Per questo il compito di un educatore sarà quello di fornire la guida necessaria alla scoperta dei propri talenti così che i ragazzi possano assumere una visione ed un’interpretazione di se stessi e dell’altro più globale ed unitaria.

 

Bibliografia

Montecchi F. (2009). Il cibo-mondo, persecutore minaccioso. I disturbi del comportamento alimentare dell’infanzia e dell’adolescenza. Per comprendere, valutare, curare. Milano: Franco angeli editore.

Galimberti U. (2008). L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani. Roma; Feltrinelli.

Il disagio della società e i disturbi alimentari

 “Siamo andati avanti così rapidamente in tutti questi anni che ora dobbiamo sostare un attimo per consentire alle nostre anime di raggiungerci.”
Michael Ende, La storia infinita.

I disturbi alimentari si costituiscono ormai come una vera e propria epidemia sociale (Vedi anche Disturbi dell’Alimentazione – Ministero della Salute), rappresentando la prima causa di morte nella popolazione di adolescenti di sesso femminile. Ma cosa ne ha favorito la sempre maggiore diffusione? Si può parlare di un disagio della società attuale? (Leggi anche Cosa sono i Disturbi dell’Alimentazione e come combatterli; Nuovi disturbi alimentari in adolescenza)

I disturbi alimentari hanno un’origine multifattoriale, ossia sono determinati da un insieme di fattori biologici, psicologici, evolutivi e socio-culturali. La vulnerabilità genetica, eventuali esperienze traumatiche, l’ambiente familiare e sociale, la particolare fase di crescita in cui la persona si trova, le caratteristiche più individuali e i tratti di personalità possono costituirsi come fattori patogenetici, che cioè, nel loro complesso intreccio, possono far scaturire un disagio e dunque una patologia.

Qual è, all’interno di questo quadro, il ruolo del più ampio ambiente socio-culturale in cui la persona è inserita?

La cultura comprende i valori, le regole comportamentali e i significati condivisi dai membri di una società, di cui orienta la visione e il modo di stare al mondo. I fattori culturali, in sé e per sé, non sembrano in grado di spiegare e determinare la patologia nel suo complesso. Hanno però un ruolo importante nel modellare la forma che i sintomi possono prendere, nel mostrare quindi al malessere un modo attraverso cui esprimersi e sfogarsi. È quello che chiamiamo effetto patoplastico. Laddove, in altri tempi, il disagio individuale avrebbe potuto sfociare in una patologia di tipo diverso (depressivo o isterico ad esempio), oggi quello stesso disagio trova spesso la propria via di espressione privilegiata attraverso il corpo e l’immagine corporea, che sono al centro dei disturbi alimentari.

Una società ammalata?

L’epoca attuale ha visto profonde e velocissime trasformazioni a livello economico, tecnologico e sociale: la globalizzazione, il consumismo, uno sviluppo senza precedenti della tecnologia, la diffusione dei mezzi telematici e informatici che occupano un posto sempre più rilevante e influente nella nostra vita.

Bauman definisce la nostra una “società liquida”, volendo evidenziarne il carattere di precarietà e di perdita dei punti di riferimento. Una società che ci spinge al consumo piuttosto che all’uso, che ci invita a comprare sempre nuovi oggetti e acquisire sempre nuovi “status”, senza che sappiamo più perché o persino se li vogliamo veramente. Una società, quindi, in continuo e rapido movimento, che cerca un immediato godimento nell’attimo presente ma sconnessa dal desiderio, che prevede invece la mancanza e l’attesa.

È il criterio del “tutto e subito”, una logica utilitaristica che cancella anche il “principio di autorità”: i genitori, e gli adulti in generale, hanno perso il loro potere e non si pongono più né da limite né da modello nei confronti delle nuove generazioni, protese verso il raggiungimento del successo. Diventa difficile dire “no”. Si preserva allora la libertà individuale a scapito però di un legame che, nello stabilire dei limiti, pone anche dei confini sarebbero invece rassicuranti. I giovani possono sentirsi più potenti e competenti dei padri (ad es. nell’utilizzo di internet e delle nuove tecnologie) ma, nella perdita di punti di riferimento, sono in effetti lasciati soli a sé stessi, spaesati e disorientati.

È di questo senso di incertezza, di disorientamento, di disgregazione, che Beanasayag e Schmidt parlano quando nominano la nostra “l’epoca delle passioni tristi”. A fronte di un futuro percepito come sempre più precario e minaccioso, l’unico tentativo è quello di dotare i propri figli di armi che permettano loro di affrontare e superare la crisi, renderli vincenti.

Si genera così un individualismo estremo, che rende  le persone antagoniste, piuttosto che vicine e disponibili a uno scambio reciproco. Fin dai tempi della scuola, è l’insegnamento “utile” quello che deve essere portato avanti: ciò che conta è il risultato, non il processo. Ognuno deve “fare da sé e per sé”, per essere “il migliore”, nella sola ottica del vincere o perdere, riuscire o fallire. Una continua tensione alla meta, in cui bisogna imparare presto, agire e rispondere velocemente, in giornate rigidamente scandite dall’agenda, il tempo non basta mai. Ciò che devia dalla “norma” è considerato disfunzionale: non avere la taglia della modella vista in TV, non vestire secondo una certa tendenza, non ottenere quel voto in classe, essere triste o non riuscire in qualcosa. La prestazione diventa allora l’unico metro per definire l’identità e l’autostima, dove ciò che “non va bene”, ciò che “non funziona” è uno scarto, deve essere tagliato via. La tecnologia ci viene in aiuto in questo senso, rendendo possibile quasi tutto ciò che è pensabile, riparando e correggendo gli “errori”: cancellare i segni del tempo, far sparire immediatamente il dolore, annullare le distanze, essere sempre connessi e una garantirsi una visibilità continua, anche rispetto agli aspetti più intimi dell’esistenza (Leggi anche L’uso dei social network nell’eziologia dei Disturbi Alimentari).

Tagliando lo scarto, però, non ci si rende conto che si rischia di eliminare una parte di sé, quella che consente di vivere le emozioni e di creare e mantenere dei legami, con sé stessi e con gli altri. Lo sguardo è rivolto fuori, piuttosto che dentro di sé, nell’idea di adeguarsi ed essere sempre in linea con le richieste esterne, con ciò che è bello e utile secondo i dettami della società (Leggi anche La brava figlia: cosa avviene prima dell’Anoressia Nervosa).

La società dell’immagine

In un mondo dove i media, internet, i social network, si prestano a sostituirsi ai legami e agli adulti di riferimento nel fornire un modello e una chiave di lettura del mondo stesso, l’immagine diventa tutto ciò che conta. È una società che propone continuamente standard ideali, stereotipati e spesso irraggiungibili da cui dipendere per eliminare il senso di insicurezza e disorientamento. Il confronto è costante, diventa primario ottenere quelle forme perfette che non si vedono su di sé. Ma la società propone anche i mezzi con cui promette di ottenere ciò che “si vuole”: diete, palestre, esercizi spirituali, chirurgia… Purché ci si impegni, viene assicurato che si otterrà quel che renderà felici, perché proprio nel corpo, che ci si illude di poter controllare e modellare a proprio piacimento, si cerca la chiave con cui definire la propria identità, nell’idea che si è chi si appare.

Naturalmente, dunque, il problema non sta nella dieta, o nella palestra (Leggi anche L’estate e la moda del dieting: quali sono i rischi per gli adolescenti?), ma nella rigidità con cui il bisogno di avere un corpo perfetto assurge a scopo dell’esistenza, nella misura in cui quindi questi strumenti divengono l’asse centrale attorno al quale definirsi. Pensando a quanto in adolescenza la perdita di controllo rispetto al proprio corpo e alle proprie pulsioni ed emozioni sia avvertita come angosciante (Leggi anche Pubertà e corpo in adolescenza: che cosa mi è accaduto?), è ancora più chiaro il tentativo che alcuni adolescenti, in un momento di fragilità e insicurezza, possono fare per aggrapparsi a questo ideale. E proprio negli estremi di questa tendenza alla perfezione e al controllo, in quelli che sono in effetti dei veri “attacchi al corpo” (Ladame, 2004), si può allora esprimere quel disagio più profondo che fa capo alla difficile costruzione della propria identità e che sottende i disturbi alimentari.

Quale modo per “consentire alle nostre anime di raggiungerci”?

Il corpo di ciascuno di noi non è solo corpo fisico, ma si costituisce all’interno di una continua relazione con la psiche. Solo ritrovando nel corpo, nel suo particolare statuto al crocevia tra interno ed esterno, la possibilità di provare e manifestare non solo il bisogno ma anche il desiderio, la pulsione, l’emozione, il conflitto, possiamo restituirgli lo spessore che gli è proprio. Non solo un insieme meccanico di funzioni, non solo un’immagine da ammirare, esibire, modificare e perfezionare, ma espressione incarnata della ricchezza del proprio mondo interno e in continuo scambio con l’altro. È in questa complessità, nella possibilità di rinunciare all’ideale magico di perfezione, di ritrovare “l’utilità dell’inutile” (Benasayag, Schmidt, 2003), di sostare, di non affannarsi a tagliare via parti di sé ma contattarle e integrarle, che si può forse ricongiungersi con “la propria anima”, come dice Michael Ende riportando una frase sentita da un indigeno dell’America Latina.

Rispetto ai disturbi alimentari, allora, si impone la necessità di un trattamento integrato, per prendersi cura in maniera congiunta del corpo e della psiche, rimetterli in contatto e costruire insieme dei legami di senso, come possibilità di ritrovare creativamente sé stessi e la propria identità.

 

Bibliografia

Bauman, Z. (2005), Vita liquida. Tr. it. Laterza, Roma-Bari 2006.

Benasayag, M., Schmidt, G. (2003), L’epoca delle passioni tristi. Tr. it. Feltrinelli, Milano 2004.

Ladame, F. (2004), Attacchi al Corpo ed il Sé in pericolo in Adolescenza. Childhood and Adolescent Psychosis, 10, pp. 77-81.

Lo spazio sociale: uno specchio del benessere individuale

Nell’organizzazione che caratterizza attualmente la quotidianità di molti bambini e ragazzi, si possono ritrovare tante attività strutturate dirette dagli adulti (scuola, sport, corsi di lingue, di musica, ecc.) e poco spazio da dedicare alla frequentazione spontanea dei coetanei. Se da un lato quindi viene incentivata dalle famiglie l’acquisizione di nuove nozioni e capacità, con la frequente incentivazione degli aspetti prestazionali e di competizione, dall’altro manca la considerazione degli spazi di socializzazione spontanea come fattori altrettanto rilevanti.

Ma tra i compiti evolutivi tipici del percorso di crescita risulta fondamentale, nelle diverse età, c’è proprio il confronto con i coetanei, che può risultare un traino per l’acquisizione delle competenze relazionali. Il gruppo dei pari va a costituirsi infatti come un importante riferimento al di fuori del contesto familiare, fornendo termini di paragone e di relazione diversi rispetto ai genitori ed ai fratelli/sorelle. Le grandi differenze rispetto ai gruppi guidati dagli adulti e/o precostituiti sono rappresentate dalla possibilità di scegliere ed essere scelti dalle persone con le quali entrare in relazione e dalle motivazioni alla base della frequentazione del gruppo, che non sono dettate da obiettivi fissati da altri, ma dal mero piacere personale.

Nel rapporto con i coetanei il corpo può assumere molteplici significati: il desiderio di differenziarsi, sottolineando le caratteristiche individuali, ma anche la ricerca del confronto e degli aspetti comuni attraverso il rispecchiamento con il gruppo dei pari. La rappresentazione di sé viene influenzata dall’autopercezione e dal giudizio degli altri e determina lo stato emotivo generale, in termini di motivazione e interesse. Durante l’adolescenza la manifestazione della sicurezza/insicurezza passa in gran parte attraverso gli aspetti corporei: è infatti in tale periodo che emergono le insoddisfazioni che portano all’inizio di scelte alimentari, diete, sport e azioni sul proprio corpo, anche in base ai feedback che vengono rimandati dalle proprie figure di riferimento. Anche il momento dei pasti, che in precedenza era riservato alla condivisione con i familiari, diviene un ulteriore momento di contatto e confronto con i coetanei.

Socialità e disturbi alimentari

Tali considerazioni risultano valide anche all’interno della popolazione clinica dei disturbi alimentari, nella quale, contemporaneamente alla presenza di fattori familiari e genetici, si ritrovano spesso tra le caratteristiche individuali lo scarso confronto con il gruppo dei pari e le difficoltà negli ambiti di socializzazione, spesso associati ad un iperinvestimento nel rendimento scolastico e/o nello sport (leggi anche La brava figlia: cosa avviene prima dell’Anoressia Nervosa). L’esordio della malattia va infatti spesso a confermare le difficoltà relazionali laddove risultavano già presenti e a comportare una prima chiusura sociale in molti altri casi. Vengono in tal modo manifestate le difficoltà nella crescita, in particolare in adolescenza, fase densa di cambiamenti ormonali e fisiologici, che rappresenta il momento in cui si comincia a strutturare la personalità del ragazzo/a.

I mutamenti fisici e psicologici adolescenziali possono minare le certezze costruite nelle fasi precedenti e favorire l’emergere dell’insicurezza (leggi anche Pubertà e corpo in adolescenza: che cosa mi è accaduto?). In questa fase dovrebbe avvenire infatti la costruzione dell’autostima, attraverso il perseguimento di obiettivi personali e/o familiari, ma anche tramite l’accettazione del gruppo. Tale aspetto risulta molto carente nelle persone affette da disturbo alimentare, che sperimentano una profonda insicurezza rispetto al poter intraprendere o mantenere delle relazioni amicali soddisfacenti. L’isolamento sociale favorisce inoltre l’eccessiva attenzione agli aspetti concreti riguardanti il cibo e il proprio corpo, all’interno di un circuito dell’ossessività che si autoalimenta.

Il confronto con i coetanei risulta uno stimolo tanto valido per l’adolescente, da essere utilizzato come strumento di cura, come avviene nei gruppi terapeutici per la cura dei disturbi alimentari. Il gruppo, seppure guidato da un adulto, risulta infatti attivatore e contenitore di tutti gli aspetti di confronto e rispecchiamento tra i partecipanti, permettendo di focalizzare gli aspetti emotivi legati alla propria soggettività ed alle esperienze ad essa collegate. Inoltre consente un reinvestimento sulla socialità attraverso il rinforzo delle proprie competenze.

Agli adulti di riferimento, in particolare genitori ed insegnanti, spetta il compito di prestare una particolare attenzione alla socialità dei bambini e ragazzi, considerandola un aspetto prioritario ed un importante fattore predittivo di problematiche in corso o future.

Adolescenti ed estate. Un tempo nuovo, tra angoscia ed opportunità

 All’estate chiedo
alberi gonfi di frutta e campagne dorate,
il mare azzurro e terrazze luminose,
la tregua di ogni paura e inquietudine,
un granello di allegria, una vibrazione di possibile.
Fabrizio Caramagna

 

L’estate, con  le sue giornate lente e illuminate dalla luce del sole dilatate nel tempo e nello spazio, rappresenta un momento dell’anno a cui tutti aspiriamo; una meta ambita  che nelle lunghe giornate invernali viene fantasticata e desiderata. Chi infatti durante un noioso pomeriggio invernale, preso tra studio o lavoro, non si è mai immaginato su una spiaggia paradisiaca a leggere un buon libro o a sorseggiare un drink ristoratore alla luce di un caldo pomeriggio estivo? Arrivati al momento delle vacanze qualcosa, però, può andare storto; ad essere catapultati in questo spazio libero e scardinato dai dettami della routine quotidiana ci si può ritrovare spaesati e con un misto di malinconia e di vuoto. Molti psicoterapeuti sono d’accordo nell’affermare che durante i periodi di vacanza, siano questi estivi o invernali, ci si può trovare di fronte ad un aumento dell’insofferenza e che sono molte le persone che in questi periodi dell’anno decidono di chiedere l’aiuto di un esperto.

Anche per gli adolescenti le lunghe vacanze estive rappresentano soprattutto il momento del tempo libero che apre la porta alle opportunità, un tempo che muta forma e sostanza; non ci sono più le campanelle scolastiche a scandire il ritmo delle mattinate e scompaiono i compiti che riempivano i pomeriggi. Ci si ritrova, così, a dover vivere secondo un ritmo ed un tempo interiore che trasforma la giornata dell’adolescente, che questo ritmo ancora fatica a trovarlo, in un’alternanza di noia e apatia da una parte e di iperattività e trasgressione dall’altra.

Così per molti ragazzi le vacanze possono rappresentare l’opportunità di entrare più in contatto con se stessi e la possibilità di dedicarsi alle proprie passioni, agli svaghi ed anche all’esplorazione, attraverso le esperienze con il gruppo dei pari, di nuove capacità sociali. Si intensificano infatti i momenti collettivi, che possono assumere le connotazioni di veri e propri riti di passaggio, e si sente più forte l’emergere della pulsionalità e di un corpo che si impone nelle sue esigenze e nei suoi bisogni. Fuori dalle regole e dalle incombenze quotidiane l’adolescente si allena dunque ad ascoltare i segnali provenienti dal suo mondo interiore cercando di metterli in relazione con quelli provenienti dall’esterno, un mondo nuovo da esplorare e da conoscere.

Ma cosa succede a chi questo ritmo interiore fatica a trovarlo?

La parola anoressia deriva dal greco e significa letteralmente “mancanza di appetito”; ciò che la ragazza anoressica ripropone simbolicamente nel suo rifiuto del cibo è una chiusura nei confronti dell’altro e del mondo, nella vita non vi è di fatto nulla da appetire. In un tempo vuoto come quello estivo, dove sono finite le attività quotidiane, la ragazza può ritrovarsi a sperimentare un vuoto interiore tradotto come un vero e proprio attacco alla propria identità. La scuola, che per molte di loro rappresenta un contenitore delle proprie ansie e un teatro della loro bravura, divenuta un appendice della propria identità è conclusa; essere “quella brava ragazza” che studia e che è la prima in tutte le attività scolastiche ed extrascolastiche non basta più. Tutte quelle sfide con cui un adolescente è chiamato a confrontarsi sono per loro molto difficili, sperimentare se stesse è quasi impossibile perché nel corso del loro sviluppo tali ragazze hanno perso la capacità di essere in contatto con se stesse.

La possibilità di iniziare a vivere in modo autentico e creativo, stabilendo relazioni sociali basate sul  reciproco scambio e non sul confronto e sulla competizione, affonda le sue radici in un periodo lontano nell’esistenza di ciascuno di noi. Lo sviluppo della propria identità prende le mosse dai primi stadi di sviluppo infantile grazie all’incontro con un ambiente capace di rispecchiare in maniera adeguata i bisogni e desideri accentandoli (Winnicott, 1971). Qualora l’ambiente, per i più svariati motivi, non è stato in grado di assolvere a tale funzione il bambino (e l’adolescente poi) tenderà ad accondiscendere ai desideri altrui, unico modo per garantirsi la vicinanza dell’altro. Per questo molte delle giovani ragazze anoressiche hanno perso la capacità di sperimentarsi e di scoprirsi attraverso le relazioni con l’altro ma, avendo l’occhio sempre puntato verso il fuori, si ritrovano schiave di un ideale imposto e della ricerca dell’approvazione sociale.

Così facendo divengono sempre meno in grado di accedere ad una dimensione autentica di un sé  in contatto con i propri desideri. Dover prendere contatto con i propri desideri significa per queste ragazze giunte alle soglie dell’adolescenza sperimentare un forte senso di vuoto identitario, tradotto sul corpo con la costante ricerca di una magrezza evanescente e con la necessità continua di sentire uno stomaco vuoto. Tale “passione per il vuoto” rappresenterebbe, dunque, proprio l’estremo sforzo di svuotare le proprie menti  dalla pienezza delle immagini e dei bisogni dell’altro ed il corpo, che la ragazza cerca di controllare così duramente, è un corpo che è divenuto luogo dell’Altro (Recalcati, 1997) e che viene così percepito come invadente e soffocante proprio, come abbiamo visto, l’ambiante esterno.

Questo corpo, diventato bersaglio di mille battaglie, in questo momento dell’anno inoltre viene esibito da tutti con più o meno disinvoltura e ci si confronta con amici e coetanei che, riuscendo a scoprirsi con maggior disinvoltura, rappresentano simbolicamente la loro maggiore apertura sociale. Essi sono, per la ragazza anoressica, più in grado di uscire e di affrontare le sfide sociali che in questo momento dell’anno si fanno più pressanti, le giornate calde dunque mettono di fronte alla possibilità di doversi scoprire, sia nel corpo che nei propri desideri ed opportunità. Nella ricerca della propria individualità, cosi come non mangiando la ragazza cerca strenuamente di liberarsi dalle proiezioni familiari, ritirandosi dalle sfide del sociale tenta di riscoprirsi individuo.

In estate aumentano le occasioni per stare insieme, e queste molto spesso si svolgono attorno al cibo, aperitivi in spiaggia, cene all’aperto; il cibo inteso nella sua forma conviviale del mangiare insieme, da sempre rappresenta un elemento di integrazione dell’individuo nella società. Se osserviamo la storia personale e collettiva possiamo notare come, ad ogni rito di passaggio, ci si ritrova insieme e spesso si celebra con un pranzo collettivo l’ingresso dell’individuo ad una nuova vita. Pranzare insieme garantisce il sentirsi parte di un gruppo e combatte l’isolamento (Lavanchy, 1994) che  molte volte in queste pazienti è invece ricercato come strumento di differenziazione.

Così possono ritrovarsi da sole, ritirate nel proprio mondo di conteggio di calorie ed alimentazione che se da un lato le protegge occupandone il pensiero e anestetizzando illusoriamente la mancanza di una vita relazionale adeguata dall’altra contribuisce a mettere sempre più distanza tra loro e quello che è il mondo reale.  Questo stile di vita drastico con la limitata assunzione di cibo, il progressivo ritiro sociale per eludere i momenti collettivi e la repressione più generale degli istinti e delle pulsioni del corpo rientrano in quello stile di vita ascetico che porta la ragazza anoressica ad allontanarsi dagli altri e da tutte quelle esperienze che invece sono fondamentali in adolescenza per crescere e sviluppare una buona capacità affettiva-relazionale.

L’estate rappresenta dunque un momento particolarmente difficile, che può esser coinciso con il momento in cui si sono concretizzate tutte le difficoltà (molto spesso infatti iniziano con una dieta proprio in questo momento dell’anno), ma che può attraverso un supporto adeguato divenire luogo di crescita e cambiamento (leggi anche L’estate e la moda del dieting: quali sono i rischi per gli adolescenti?). Un importante strumento che permetterà di dare forma a questo vuoto è il linguaggio, la sofferenza di queste ragazze necessita di essere accolta attraverso una relazione empatica e rispecchiante. Aumentare i momenti di confronto e di dialogo che non ruotano intorno al cibo, ma che cercano di accogliere e capire la difficoltà che in questo rapporto è riportata, può aiutare ad iniziare a capire e sentire le proprie necessità a livello emotivo e non più agirle attraverso il corpo. L’ascolto e l’accoglienza, più che il fare, rimangono dunque gli strumenti principali per affrontare la sofferenza di queste ragazze in estate come in qualsiasi momento del difficile anno vissuto.

 

Bibliografia

Lavanchy P. (1994). Il corpo in-fame. Milano: Rizzoli editore.

Recalcati M. (1997). L’ultima cena: Anoressia e bulimia. Milano: Mondatori.

Winnicott D.W. (1971). Gioco e realtà. Roma: Armando editore.

Pubertà e corpo in adolescenza: che cosa mi è accaduto?

“Destandosi un mattino da sogni inquieti, Gregor Samsa si trovò tramutato, nel suo letto, in un enorme insetto. Se ne stava disteso sulla schiena, dura come una corazza, e per poco che alzasse la testa poteva vedersi il ventre abbrunito e convesso, solcato da nervature arcuate sul quale si reggeva a stento la coperta, ormai prossima a scivolare completamente a terra. Sotto i suoi occhi annaspavano impotenti le sue molte zampette, di una sottigliezza desolante se raffrontate alla sua corporatura abituale.
«Che cosa mi è accaduto?», si domandò. Non stava affatto sognando.”
Franz Kafka, La metamorfosi.

“Io è un altro. Se l’ottone si sveglia tromba, non è affatto colpa sua.”
Arthur Rimbaud, Lettera a Paul Demeny.

Una rivoluzione, un rivolgimento di tutti i parametri noti, a partire dal corpo: questo sembra succedere in pubertà, nel passaggio dall’infanzia all’adolescenza. Nell’arco di un tempo relativamente breve, diventiamo d’improvviso più alti, si sviluppano i genitali, crescono i peli, la barba nei maschi, il seno nelle ragazze, e ancora le mestruazioni, o la prima eiaculazione, tutti questi liquidi, e gli odori più forti, nuove spinte, nuove sensazioni… E tutto in maniera così confusa e disarmonica. Una domanda inevitabile: “Che cosa mi è accaduto?”. Già… Ci ritroviamo adolescenti. Ma come? Dove è finito il nostro corpo, quello che conoscevamo? Perché è un cambiamento che non abbiamo chiesto, la pubertà arriva senza troppo preavviso e ci espropria del corpo dell’infanzia, in cui abitavamo così bene.

Sentiamo in noi una spinta che ci trasforma, e che non dipende da noi. Non sappiamo più chi siamo, né chi diventeremo… Sarà spuntato un altro brufolo? Perché ho le spalle così piccole? Perché le mie cosce, la mia pancia, sembrano sempre più grosse? E questo seno, cresce o no? Come sono fatto/a? Che cosa è mio?

Per di più ogni cosa sembra continuare a mutare, chissà che succederà domani… Tutto questo è tale da provocare sensazioni di angoscia e paura innominabili. Ed ecco che ci fermiamo ore davanti allo specchio, quasi nel tentativo di studiare la nostra immagine, di riconoscerci in qualche modo, o di dare un ordine a ciò che ci sembra così confuso. Lo specchio alleato, con cui confrontarsi costantemente, e lo specchio ostile, da cui fuggire per il timore di vedervi riflessa un’immagine che non ci piace, che non corrisponde alle nostre aspettative.

Ma la guerra dichiarata è contro il corpo, quel corpo che è diventato un estraneo. E per di più un estraneo ingombrante, che non riusciamo a nascondere, a coprire, quel corpo che mostra delle forme che ci espongono allo sguardo altrui. Chissà che vedono gli altri… Sarò normale? È normale quello che sento dentro, mi appartiene?

Quello che tentiamo inconsapevolmente di controllare è proprio ciò che sfugge al nostro controllo, la sessualizzazione di un corpo pubere, che è sotto gli occhi di tutti. Siamo, evidentemente, maschi o femmine, avvertiamo nuove pulsioni potenti e prima sconosciute, siamo attratti dai nostri coetanei in un modo diverso da prima, che un po’ ci eccita e un po’ ci fa paura, il corpo ci lancia segnali che non sappiamo interpretare ma che intanto sono lì, prepotenti e urgenti, e che non possiamo ignorare.
E non possiamo nasconderle, tutte queste pulsioni ed emozioni, facciamo gesti di cui ci pentiamo un attimo dopo, diventiamo rossi di imbarazzo o di vergogna quando non lo vogliamo…

Nasce davvero un bisogno di restare presso di noi, un bisogno di intimità, ci chiudiamo in camera, non vogliamo comunicare né sentire nessuno, siamo isolati rispetto al mondo degli adulti con cui avevamo prima tanta familiarità. Dobbiamo prendere le distanze dai nostri genitori, finché non avremo trovato un nuovo modo di stare e di comunicare, il nostro nuovo corpo sessuato ce lo impone: lo sviluppo puberale ci ha avvicinato troppo, resi simili a loro, uomini e donne, loro non sono più solo mamma e papà.

Abbiamo perso le certezze costruite durante gli anni dell’infanzia. Avevamo imparato tutte le regole, come comportarci, sentivamo di avere dentro di noi un mondo sicuro con dei genitori che ci guidavano. E ne abbiamo nostalgia. C’è un duro lavoro da fare, un lavoro di lutto per quell’immagine di noi che avevamo costruito, per le figure interne che ci accompagnavano e ci rassicuravano, a tutto questo dobbiamo rinunciare, per poterci lanciare in un mondo completamente nuovo.

Dobbiamo trovare un nuovo senso, un nuovo codice a quello che ci sta capitando e che non abbiamo scelto. Non abbiamo scelto di avere quegli occhi, quel naso, quelle gambe, di essere maschio o femmina, niente sembra dipendere dalla nostra volontà. Siamo arrabbiati, offesi, delusi, insoddisfatti… In bilico tra il mondo dell’infanzia e quello dell’età adulta, tra il bambino che non siamo più e quello che siamo ancora, tra l’adulto che non siamo ancora e quello che cominciamo a essere (come dice A. Birraux).

Anche per questo siamo pieni di contraddizioni: ci comportiamo come se fossimo già adulti ma la regressione è dietro l’angolo, tornare a qualcosa che ci apparteneva da bambini, tornare noi un po’ bambini è un rifugio perché cerchiamo un ancoraggio, un’identità che conoscevamo e così difficile da abbandonare. E viviamo nel caos: proprio perché abbiamo dentro un mondo da risistemare, anche il nostro mondo fuori rispecchia questa disorganizzazione.

Di fronte a un’angoscia e a uno spaesamento che non possono essere completamente sentiti, pena il rischio di un blocco totale, l’unica arma che sentiamo in nostro potere è fare opposizione. Possiamo opporci attraverso i nostri vestiti, i piercing, la musica che ascoltiamo, il linguaggio che adottiamo. Non pensiamo: agiamo, con il corpo e sul corpo, per tentare di riprendere il controllo e per sperimentare le nostre nuove possibilità, imparare a conoscere e guidare questo nuovo mezzo che abbiamo. Diventiamo attivi per contrastare la passività che questo corpo altro ci ha fatto subire.

Perché, quando parliamo di corpo, è chiaro che parliamo di qualcosa che sta al crocevia tra lo psichico e il biologico, e quello di costruzione e ricostruzione di una rappresentazione di sé diventa un lavoro vero e proprio. Un lavoro che da fuori non si vede, un lavoro che nemmeno noi sappiamo di compiere. Attraverso ciò che facciamo, le scelte avventate in cui ci lanciamo, la nostra impulsività, l’incontro con i nostri coetanei, eccitati, spaventati e angosciati quanto noi, stiamo tentando di incontrare noi stessi e di elaborare e riappropriarci di questo corpo. Per poter finalmente dire «Questo sono io».

Che cosa ci occorre per attraversare questa crisi?
È il tempo, un tempo che ci traghetti verso un’identità, un tempo di attesa. Ma il tempo è proprio quello che ci sembra di non avere, noi non ci possiamo fermare. E allora, anche se proprio non possiamo né dirlo né pensarlo, forse avremmo anche bisogno di qualcuno che tolleri per noi. Degli adulti che tollerino il tempo al posto nostro, che tollerino il nostro diventare irritanti, oppositivi, chiusi, provocatori, “incomprensibili”… Adulti che sappiano comprendere che noi, forse per la prima volta, ci sentiamo divisi, non siamo più “noi”, sentiamo che “Io è un altro”, un estraneo inquietante.

Adulti che, nonostante sembriamo strani, non vedano in noi solo un mostro – come è successo al povero Gregor Samsa – ma una nuova vitalità, e che ci sappiano rispettare con discrezione. Adulti che non si mettano a competere con noi ma che ci facciano da limite, perché le infinite possibilità che abbiamo davanti non ci disorientino troppo. Adulti che siano adulti, cioè, come vuole il significato stesso della parola, già “cresciuti” (prima di noi).

Bibliografia
– Birraux, A. (1990), L’adolescente e il suo corpo. Tr. it. Roma: Borla.
– Jeammet, P. (1992), Psicopatologia dell’adolescenza. Tr. it. Roma: Borla.