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COVID-19 e Disturbi Alimentari: il doppio isolamento

Le misure restrittive conseguenti al COVID-19 hanno comportato per tutti una riorganizzazione delle abitudini di vita, ponendo delle limitazioni a tanti aspetti, che consideravamo normali e scontati. Oltre infatti alle ripercussioni di carattere sociale ed economico, la quarantena ha inciso profondamente sulla qualità di vita delle persone più fragili, che hanno risentito e continueranno per molto tempo ad avvertire le conseguenze emotive legate al protrarsi di questo periodo. Rientrano in questa categoria anche le famiglie con un figlio che soffre di Disturbo Alimentare, che si trovano a vivere un doppio isolamento: da un lato sociale, a causa del COVID-19, dall’altro sanitario, vista la difficoltà nel garantire la continuità delle cure nell’attuale situazione. Infatti molte strutture che curano i D.A. hanno chiaramente dovuto limitare il flusso di persone, mantenendo attivi solo i trattamenti per i casi più urgenti ed attivando controlli a distanza per gli altri pazienti. Le nuove tecnologie, in particolare le varie piattaforme di videochiamata, hanno permesso di preservare i contatti con i curanti in questo periodo, ma hanno comunque mostrato di non riuscire a sostituire completamente le visite in presenza.

In tale scenario di doppio isolamento, le famiglie stanno sperimentando le complessità nell’affrontare la malattia con le proprie risorse, dimostrandosi capaci in alcuni casi di gestire le criticità, in altri non riuscendo ad arginare la regressione e la comparsa dei sintomi più seri (vedi anche Soffrire di Disturbi Alimentari ai tempi del Coronavirus. Consigli pratici per affrontare la quarantena). In particolare i genitori di chi soffre di Anoressia riferiscono di dover gestire le preoccupazioni dei figli legate all’inattività fisica conseguente alla quarantena, la paura di aumentare di peso, il timore di uscire all’aperto, anche in ambienti e in condizioni di sicurezza. D’altra parte i ragazzi che hanno la tendenza ad abbuffarsi possono risentire della possibilità di reperire facilmente il cibo in casa (vedi anche Alimentazione e attività fisica ai tempi del coronavirus. Consigli pratici per affrontare la quarantena).

 

Vicinanza e isolamento

 

La maggiore vicinanza con i familiari, uno dei pochi vantaggi associato al lockdown per il COVID-19, può essere utilizzata in maniera propositiva, per attuare dei cambiamenti relazionali significativi ed aprire ad un maggior dialogo con i figli, favorendo la percezione comune di obiettivi e difficoltà.  Quando questo non si riesce a realizzare, la sensazione di isolamento si estende anche al rapporto genitori-figli, condizionando negativamente il clima familiare. I genitori stessi coinvolti all’interno di tale situazione possono sperimentare un senso di smarrimento simile a quello dei figli e la stanchezza per la gestione totale della situazione.

Anche per ciò che riguarda la socialità dei ragazzi con D.A. viene riferito frequentemente l’incremento della sensazione di isolamento, già spesso presente prima della quarantena, che in questo momento può trasformarsi nella sensazione di essere abbandonati dai coetanei. Si pensi anche a quanto la chiusura prolungata delle scuole, che proseguirà fino alla fine dell’anno scolastico, abbia contribuito a tale sensazione di distacco dai compagni di scuola. Per molti ragazzi che soffrono di Disturbi Alimentari infatti, il contesto scolastico rappresenta l’occasione per interagire con i pari ed altre figure adulte, uscendo dalle routine tipiche della patologia. Venendo a mancare il contatto diretto con l’altro, la socialità si è totalmente spostata sul Web e si palesa il rischio della ricerca di riferimenti non adeguati sui social network. Se già normalmente gli adolescenti trascorrono il loro tempo libero sulla rete, l’attuale situazione ha reso questa l’unica finestra di relazione con il mondo esterno. Si sono moltiplicati i video-corsi sulle tematiche dell’alimentazione e l’attività fisica, proprio le tematiche più delicate per chi soffre di D.A. (leggi anche L’uso dei social network nell’eziologia dei Disturbi Alimentari). Pertanto è possibile che vengano seguite delle indicazioni che risulterebbero valide per chi gode di buona salute, ma che possono essere deleterie per questi ragazzi.

 

I nostri laboratori

 

Per rispondere a tale esigenza, la nostra associazione Demetra, grazie alle donazioni ricevute, ha voluto fornire un aiuto concreto ad alcune ragazze in trattamento per Anoressia Nervosa e alle loro famiglie. Per questa fase delicata legata alla quarantena per il COVID-19, è stato infatti attivato un progetto, tuttora in corso, che prevede la realizzazione di laboratori online di Mindfulness e di Pilates completamente gratuiti e svolti da professionisti dei rispettivi settori, che hanno ideato delle attività idonee ai ragazzi che soffrono di D.A. Questo ha significato accogliere i bisogni di ragazze e famiglie per riuscire a contrastare, almeno in parte, la sensazione di questo periodo di essere più soli nell’affrontare la patologia. Rappresenta inoltre la riflessione su quanto occorra affiancare questi ragazzi nelle diverse fasi, cercando di trasmettere un messaggio rassicurante di uno spazio di pensiero e di cura, che devono essere realizzabili anche a distanza.

Alimentazione e attività fisica ai tempi del coronavirus. Consigli pratici per affrontare la quarantena

Questo periodo di quarantena forzata a casa mette a dura prova la nostra salute mentale da un lato (vedi anche Soffrire di Disturbi Alimentari ai tempi del Coronavirus. Consigli pratici per affrontare la quarantena) e la nostra salute fisica dall’altro, incidendo molto sulle abitudini alimentati e sul movimento.

 

Quali sono i rischi maggiori a cui si può andare incontro?

 

In generale, per la maggior parte di noi, rimanere a casa vuol dire ridurre di molto anche il minimo movimento fisico che eravamo abituati a fare quotidianamente ed incrementare le ore passate seduti di fronte al computer, per studiare o lavorare. In più, abbiamo a disposizione 24 ore su 24 una dispensa ricca di alimenti, e avendo più tempo libero ci dilettiamo nel preparare ricette sfiziose e golose.

I rischi principali sono legati alla sedentarietà e all’iperalimentazione, dunque all’incremento di peso e al peggioramento delle abitudini quali-quantitative della nostra dieta.

 

Quali consigli utili per mantenerci in salute?

 

  • Cercare di svegliarsi sempre di buonora mantenendo una regolarità quotidiana, anche se non si è in smartworking
  • Dedicare un preciso momento della giornata ad esercizi fisici (si possono seguire lezioni online o ci si può accordare con amici per farlo insieme in videochiamata)
  • Cercare di mantenerci attivi nelle attività quotidiane (giocare con i bambini o con i cani, svolgere faccende domestiche, utilizzare le scale le volte in cui si esce, ascoltare musica ballando)
  • Alzarsi in maniera regolare per sgranchire le gambe e fare una piccola passeggiata per casa, se si lavora o studia al computer
  • Andare a fare la spesa con una lista dettagliata, utile per non dimenticare nulla e per evitare di comprare alimenti “in più” non salutari
  • Dedicare un momento specifico al pasto, apparecchiando la tavola, condividendolo con chi è a casa ed evitando di mangiare mentre si lavora/studia
  • Preferire dolci e lievitati fatti in casa a quelli confezionati
  • Rispettare sempre i 5 pasti per evitare di essere affamati durante la giornata (vedi anche E se tra un pasto e l’altro mettessimo degli spuntini?, La prima colazione: al mattino un appuntamento con la salute!)
  • Fare pasti principali completi (una fonte di carboidrati, una di proteine e una o più porzioni di verdure) per regolare al meglio il senso fame/sazietà
  • Nei momenti di noia o tristezza, provare a cercare un’attività che ci possa aiutare (una chiamata ad un amico, una chiacchierata con chi è a casa, un gioco da tavola, ascoltare della musica mentre si balla o si disegna)

Per approfondire clicca qui e visita il sito del Ministero della Salute.

 

E in caso di pazienti che soffrono di Disturbo Alimentare?

 

Per i pazienti che soffrono di Disturbi Alimentari rimanere a casa con una dispensa piena e costretti alla quasi totale inattività fisica può diventare una fonte di angoscia importante. I rischi possono essere differenti. La paura di eccedere, così come il pensiero di aver ridotto al minimo il dispendio energetico giornaliero può indurre a restrizioni alimentari, all’utilizzo di metodi di compensazione, ad iperattività fisica. Al contrario, l’elevata disponibilità di cibo, così come i momenti di noia, difficoltà o preoccupazione possono incrementare gli episodi di abbuffata (vedi anche Binge Eating Disorder, il disturbo da alimentazione incontrollata). In entrambi i casi si può andare incontro ad un peggioramento della condizione psicofisica.

Cosa fare in questi casi? Il consiglio principale è quello di mantenere attivo il contatto con l’équipe di professionisti che si occupa della presa in carico. La tecnologia fortunatamente ci permette di poter comunicare a distanza, dunque è sempre bene far riferimento ai propri curanti prima di modificare le indicazioni alimentari o intraprendere un’attività fisica a casa. Per i genitori, inoltre, il suggerimento è quello di mantenere un occhio attento e vigile, ma non controllante, sui comportamenti dei propri figli, cercando sempre il dialogo quotidiano per affrontare le paure e le difficoltà (vedi anche Soffrire di Disturbi Alimentari ai tempi del Coronavirus. Consigli pratici per affrontare la quarantena).

Il valore di un dono solidale

“Nessun regalo è troppo piccolo da donare, e nemmeno troppo semplice da ricevere, se è scelto con giudizio e dato con amore”

F. Kafka

 

Si avvicina Natale, il periodo dell’anno che più di tutti punta i riflettori sul senso del “dono”.  Quella dello scambio dei regali è una delle più antiche tradizioni dell’uomo, esiste da sempre ed è carica di significato: regalare qualcosa a qualcuno è, infatti, un gesto relazionale e per questo i regali di Natale rappresentano un’occasione per mostrare affetto e rafforzare i legami con amici e parenti.

Regalare e donare, però, non sono la stessa cosa, come ci spiega anche l’etimologia delle due parole: regalo, ad esempio, deriva dallo spagnolo regalia riferita anticamente ai diritti spettanti al re di cui egli poteva fare concessione ai suoi sottoposti per ricompensa di altri servigi. Regalare addirittura ha tra i suoi significati “mostrare magnificenza”, quindi la parola regalo sembra riferirsi più al significato sociale dello scambio, dove cioè c’è qualcuno che fa qualche cosa in cambio di altro, in cui l’obbligo sembra prevalere sul piacere. Spesso si offre un regalo per dovere, per contraccambiarne un altro o semplicemente per convenzione sociale. Chi di noi, infatti, può dire di non aver mai provato la strana sensazione di non spontaneità nel momento di “dover” fare un regalo?

Noi usiamo, però, anche un’altra parola come sinonimo di regalo, soprattutto a Natale, ed è la parola dono. L’origine di questa parola è completamente diversa, deriva dal latino donum, il dare all’altro, “ciò che si dà senza attesa di ricompensa”. Non è un regalo che fai alla persona ma alla relazione e all’affetto che condividi con l’altro, è un omaggio ai sentimenti, un segno di gratitudine nei confronti della relazione con quella persona.

Attraverso l’azione del dono comunichiamo alla persona che lo riceve anche qualcosa di noi stessi che si manifesta nella scelta di quel determinato regalo; in questo risiede anche il valore più strettamente psicologico del “donarsi”, ossia lasciarsi andare all’altro, mostrare sé stessi, tanto una propria idea quanto un’emozione.

Il regalo, in questo senso originale ed autentico, diviene quindi un atto intimo, costruttivo e creativo. Ci sono regali, per esempio, che possono dare vita a tante piccole storie ed è il caso dei regali solidali: è per questo motivo che quest’anno l’Associazione Demetra è presente alla quarta edizione di The Christmas City il 14 e 15 Dicembre (con sede a Pratibus, città di Roma), evento della capitale che mai come quest’anno si configura anche come un appuntamento con la solidarietà.

Sarà un’occasione per partecipare con un tuo contributo, proprio attraverso la scelta di un dono solidale, ai progetti che da anni l’Associazione porta avanti per promuovere la prevenzione e la cura dei disturbi alimentari (http://www.centroclinicodemetra.it/progetti-in-corso/).

Scegliendo un dono solidale il regalo è sempre doppio ed il valore è molto più grande di un regalo convenzionale: è un dono per chi lo riceve e diventa un dono anche per tutte quelle persone che non conosci, ma che grazie al tuo gesto solidale potranno ricevere un aiuto concreto.

Nel suo significato originale, il dono è cambiamento, è sviluppo e creazione di una situazione diversa; soprattutto è incontro e relazione.

Il valore che può assumere un dono solidale è perciò smisurato perché mette in connessione le persone riuscendo talvolta a trasformare la vita di qualcuno.

 

Detrazioni fiscali donazioni

 

Ricorda, inoltre, che un Natale solidale è il frutto di azioni di beneficenza che potrai detrarre dalle tasse. Sostenere un ente di beneficenza attraverso regali o donazioni ti permetterà di godere delle detrazioni fiscali previste sull’acquisto di materiale per fini benefici e sul valore monetario di beni, o azioni, devolute in beneficenza. Ti basterà, in sede di dichiarazione dei redditi, presentare il modulo fiscale consegnato dell’ente che hai deciso di sostenere.

Informati con il tuo commercialista, per avere un quadro normativo dettagliato e usufruire delle agevolazioni previste.

Il disagio della società e i disturbi alimentari

 “Siamo andati avanti così rapidamente in tutti questi anni che ora dobbiamo sostare un attimo per consentire alle nostre anime di raggiungerci.”
Michael Ende, La storia infinita.

I disturbi alimentari si costituiscono ormai come una vera e propria epidemia sociale (Vedi anche Disturbi dell’Alimentazione – Ministero della Salute), rappresentando la prima causa di morte nella popolazione di adolescenti di sesso femminile. Ma cosa ne ha favorito la sempre maggiore diffusione? Si può parlare di un disagio della società attuale? (Leggi anche Cosa sono i Disturbi dell’Alimentazione e come combatterli; Nuovi disturbi alimentari in adolescenza)

I disturbi alimentari hanno un’origine multifattoriale, ossia sono determinati da un insieme di fattori biologici, psicologici, evolutivi e socio-culturali. La vulnerabilità genetica, eventuali esperienze traumatiche, l’ambiente familiare e sociale, la particolare fase di crescita in cui la persona si trova, le caratteristiche più individuali e i tratti di personalità possono costituirsi come fattori patogenetici, che cioè, nel loro complesso intreccio, possono far scaturire un disagio e dunque una patologia.

Qual è, all’interno di questo quadro, il ruolo del più ampio ambiente socio-culturale in cui la persona è inserita?

La cultura comprende i valori, le regole comportamentali e i significati condivisi dai membri di una società, di cui orienta la visione e il modo di stare al mondo. I fattori culturali, in sé e per sé, non sembrano in grado di spiegare e determinare la patologia nel suo complesso. Hanno però un ruolo importante nel modellare la forma che i sintomi possono prendere, nel mostrare quindi al malessere un modo attraverso cui esprimersi e sfogarsi. È quello che chiamiamo effetto patoplastico. Laddove, in altri tempi, il disagio individuale avrebbe potuto sfociare in una patologia di tipo diverso (depressivo o isterico ad esempio), oggi quello stesso disagio trova spesso la propria via di espressione privilegiata attraverso il corpo e l’immagine corporea, che sono al centro dei disturbi alimentari.

Una società ammalata?

L’epoca attuale ha visto profonde e velocissime trasformazioni a livello economico, tecnologico e sociale: la globalizzazione, il consumismo, uno sviluppo senza precedenti della tecnologia, la diffusione dei mezzi telematici e informatici che occupano un posto sempre più rilevante e influente nella nostra vita.

Bauman definisce la nostra una “società liquida”, volendo evidenziarne il carattere di precarietà e di perdita dei punti di riferimento. Una società che ci spinge al consumo piuttosto che all’uso, che ci invita a comprare sempre nuovi oggetti e acquisire sempre nuovi “status”, senza che sappiamo più perché o persino se li vogliamo veramente. Una società, quindi, in continuo e rapido movimento, che cerca un immediato godimento nell’attimo presente ma sconnessa dal desiderio, che prevede invece la mancanza e l’attesa.

È il criterio del “tutto e subito”, una logica utilitaristica che cancella anche il “principio di autorità”: i genitori, e gli adulti in generale, hanno perso il loro potere e non si pongono più né da limite né da modello nei confronti delle nuove generazioni, protese verso il raggiungimento del successo. Diventa difficile dire “no”. Si preserva allora la libertà individuale a scapito però di un legame che, nello stabilire dei limiti, pone anche dei confini sarebbero invece rassicuranti. I giovani possono sentirsi più potenti e competenti dei padri (ad es. nell’utilizzo di internet e delle nuove tecnologie) ma, nella perdita di punti di riferimento, sono in effetti lasciati soli a sé stessi, spaesati e disorientati.

È di questo senso di incertezza, di disorientamento, di disgregazione, che Beanasayag e Schmidt parlano quando nominano la nostra “l’epoca delle passioni tristi”. A fronte di un futuro percepito come sempre più precario e minaccioso, l’unico tentativo è quello di dotare i propri figli di armi che permettano loro di affrontare e superare la crisi, renderli vincenti.

Si genera così un individualismo estremo, che rende  le persone antagoniste, piuttosto che vicine e disponibili a uno scambio reciproco. Fin dai tempi della scuola, è l’insegnamento “utile” quello che deve essere portato avanti: ciò che conta è il risultato, non il processo. Ognuno deve “fare da sé e per sé”, per essere “il migliore”, nella sola ottica del vincere o perdere, riuscire o fallire. Una continua tensione alla meta, in cui bisogna imparare presto, agire e rispondere velocemente, in giornate rigidamente scandite dall’agenda, il tempo non basta mai. Ciò che devia dalla “norma” è considerato disfunzionale: non avere la taglia della modella vista in TV, non vestire secondo una certa tendenza, non ottenere quel voto in classe, essere triste o non riuscire in qualcosa. La prestazione diventa allora l’unico metro per definire l’identità e l’autostima, dove ciò che “non va bene”, ciò che “non funziona” è uno scarto, deve essere tagliato via. La tecnologia ci viene in aiuto in questo senso, rendendo possibile quasi tutto ciò che è pensabile, riparando e correggendo gli “errori”: cancellare i segni del tempo, far sparire immediatamente il dolore, annullare le distanze, essere sempre connessi e una garantirsi una visibilità continua, anche rispetto agli aspetti più intimi dell’esistenza (Leggi anche L’uso dei social network nell’eziologia dei Disturbi Alimentari).

Tagliando lo scarto, però, non ci si rende conto che si rischia di eliminare una parte di sé, quella che consente di vivere le emozioni e di creare e mantenere dei legami, con sé stessi e con gli altri. Lo sguardo è rivolto fuori, piuttosto che dentro di sé, nell’idea di adeguarsi ed essere sempre in linea con le richieste esterne, con ciò che è bello e utile secondo i dettami della società (Leggi anche La brava figlia: cosa avviene prima dell’Anoressia Nervosa).

La società dell’immagine

In un mondo dove i media, internet, i social network, si prestano a sostituirsi ai legami e agli adulti di riferimento nel fornire un modello e una chiave di lettura del mondo stesso, l’immagine diventa tutto ciò che conta. È una società che propone continuamente standard ideali, stereotipati e spesso irraggiungibili da cui dipendere per eliminare il senso di insicurezza e disorientamento. Il confronto è costante, diventa primario ottenere quelle forme perfette che non si vedono su di sé. Ma la società propone anche i mezzi con cui promette di ottenere ciò che “si vuole”: diete, palestre, esercizi spirituali, chirurgia… Purché ci si impegni, viene assicurato che si otterrà quel che renderà felici, perché proprio nel corpo, che ci si illude di poter controllare e modellare a proprio piacimento, si cerca la chiave con cui definire la propria identità, nell’idea che si è chi si appare.

Naturalmente, dunque, il problema non sta nella dieta, o nella palestra (Leggi anche L’estate e la moda del dieting: quali sono i rischi per gli adolescenti?), ma nella rigidità con cui il bisogno di avere un corpo perfetto assurge a scopo dell’esistenza, nella misura in cui quindi questi strumenti divengono l’asse centrale attorno al quale definirsi. Pensando a quanto in adolescenza la perdita di controllo rispetto al proprio corpo e alle proprie pulsioni ed emozioni sia avvertita come angosciante (Leggi anche Pubertà e corpo in adolescenza: che cosa mi è accaduto?), è ancora più chiaro il tentativo che alcuni adolescenti, in un momento di fragilità e insicurezza, possono fare per aggrapparsi a questo ideale. E proprio negli estremi di questa tendenza alla perfezione e al controllo, in quelli che sono in effetti dei veri “attacchi al corpo” (Ladame, 2004), si può allora esprimere quel disagio più profondo che fa capo alla difficile costruzione della propria identità e che sottende i disturbi alimentari.

Quale modo per “consentire alle nostre anime di raggiungerci”?

Il corpo di ciascuno di noi non è solo corpo fisico, ma si costituisce all’interno di una continua relazione con la psiche. Solo ritrovando nel corpo, nel suo particolare statuto al crocevia tra interno ed esterno, la possibilità di provare e manifestare non solo il bisogno ma anche il desiderio, la pulsione, l’emozione, il conflitto, possiamo restituirgli lo spessore che gli è proprio. Non solo un insieme meccanico di funzioni, non solo un’immagine da ammirare, esibire, modificare e perfezionare, ma espressione incarnata della ricchezza del proprio mondo interno e in continuo scambio con l’altro. È in questa complessità, nella possibilità di rinunciare all’ideale magico di perfezione, di ritrovare “l’utilità dell’inutile” (Benasayag, Schmidt, 2003), di sostare, di non affannarsi a tagliare via parti di sé ma contattarle e integrarle, che si può forse ricongiungersi con “la propria anima”, come dice Michael Ende riportando una frase sentita da un indigeno dell’America Latina.

Rispetto ai disturbi alimentari, allora, si impone la necessità di un trattamento integrato, per prendersi cura in maniera congiunta del corpo e della psiche, rimetterli in contatto e costruire insieme dei legami di senso, come possibilità di ritrovare creativamente sé stessi e la propria identità.

 

Bibliografia

Bauman, Z. (2005), Vita liquida. Tr. it. Laterza, Roma-Bari 2006.

Benasayag, M., Schmidt, G. (2003), L’epoca delle passioni tristi. Tr. it. Feltrinelli, Milano 2004.

Ladame, F. (2004), Attacchi al Corpo ed il Sé in pericolo in Adolescenza. Childhood and Adolescent Psychosis, 10, pp. 77-81.

Lo spazio sociale: uno specchio del benessere individuale

Nell’organizzazione che caratterizza attualmente la quotidianità di molti bambini e ragazzi, si possono ritrovare tante attività strutturate dirette dagli adulti (scuola, sport, corsi di lingue, di musica, ecc.) e poco spazio da dedicare alla frequentazione spontanea dei coetanei. Se da un lato quindi viene incentivata dalle famiglie l’acquisizione di nuove nozioni e capacità, con la frequente incentivazione degli aspetti prestazionali e di competizione, dall’altro manca la considerazione degli spazi di socializzazione spontanea come fattori altrettanto rilevanti.

Ma tra i compiti evolutivi tipici del percorso di crescita risulta fondamentale, nelle diverse età, c’è proprio il confronto con i coetanei, che può risultare un traino per l’acquisizione delle competenze relazionali. Il gruppo dei pari va a costituirsi infatti come un importante riferimento al di fuori del contesto familiare, fornendo termini di paragone e di relazione diversi rispetto ai genitori ed ai fratelli/sorelle. Le grandi differenze rispetto ai gruppi guidati dagli adulti e/o precostituiti sono rappresentate dalla possibilità di scegliere ed essere scelti dalle persone con le quali entrare in relazione e dalle motivazioni alla base della frequentazione del gruppo, che non sono dettate da obiettivi fissati da altri, ma dal mero piacere personale.

Nel rapporto con i coetanei il corpo può assumere molteplici significati: il desiderio di differenziarsi, sottolineando le caratteristiche individuali, ma anche la ricerca del confronto e degli aspetti comuni attraverso il rispecchiamento con il gruppo dei pari. La rappresentazione di sé viene influenzata dall’autopercezione e dal giudizio degli altri e determina lo stato emotivo generale, in termini di motivazione e interesse. Durante l’adolescenza la manifestazione della sicurezza/insicurezza passa in gran parte attraverso gli aspetti corporei: è infatti in tale periodo che emergono le insoddisfazioni che portano all’inizio di scelte alimentari, diete, sport e azioni sul proprio corpo, anche in base ai feedback che vengono rimandati dalle proprie figure di riferimento. Anche il momento dei pasti, che in precedenza era riservato alla condivisione con i familiari, diviene un ulteriore momento di contatto e confronto con i coetanei.

Socialità e disturbi alimentari

Tali considerazioni risultano valide anche all’interno della popolazione clinica dei disturbi alimentari, nella quale, contemporaneamente alla presenza di fattori familiari e genetici, si ritrovano spesso tra le caratteristiche individuali lo scarso confronto con il gruppo dei pari e le difficoltà negli ambiti di socializzazione, spesso associati ad un iperinvestimento nel rendimento scolastico e/o nello sport (leggi anche La brava figlia: cosa avviene prima dell’Anoressia Nervosa). L’esordio della malattia va infatti spesso a confermare le difficoltà relazionali laddove risultavano già presenti e a comportare una prima chiusura sociale in molti altri casi. Vengono in tal modo manifestate le difficoltà nella crescita, in particolare in adolescenza, fase densa di cambiamenti ormonali e fisiologici, che rappresenta il momento in cui si comincia a strutturare la personalità del ragazzo/a.

I mutamenti fisici e psicologici adolescenziali possono minare le certezze costruite nelle fasi precedenti e favorire l’emergere dell’insicurezza (leggi anche Pubertà e corpo in adolescenza: che cosa mi è accaduto?). In questa fase dovrebbe avvenire infatti la costruzione dell’autostima, attraverso il perseguimento di obiettivi personali e/o familiari, ma anche tramite l’accettazione del gruppo. Tale aspetto risulta molto carente nelle persone affette da disturbo alimentare, che sperimentano una profonda insicurezza rispetto al poter intraprendere o mantenere delle relazioni amicali soddisfacenti. L’isolamento sociale favorisce inoltre l’eccessiva attenzione agli aspetti concreti riguardanti il cibo e il proprio corpo, all’interno di un circuito dell’ossessività che si autoalimenta.

Il confronto con i coetanei risulta uno stimolo tanto valido per l’adolescente, da essere utilizzato come strumento di cura, come avviene nei gruppi terapeutici per la cura dei disturbi alimentari. Il gruppo, seppure guidato da un adulto, risulta infatti attivatore e contenitore di tutti gli aspetti di confronto e rispecchiamento tra i partecipanti, permettendo di focalizzare gli aspetti emotivi legati alla propria soggettività ed alle esperienze ad essa collegate. Inoltre consente un reinvestimento sulla socialità attraverso il rinforzo delle proprie competenze.

Agli adulti di riferimento, in particolare genitori ed insegnanti, spetta il compito di prestare una particolare attenzione alla socialità dei bambini e ragazzi, considerandola un aspetto prioritario ed un importante fattore predittivo di problematiche in corso o future.

Adolescenti ed estate. Un tempo nuovo, tra angoscia ed opportunità

 All’estate chiedo
alberi gonfi di frutta e campagne dorate,
il mare azzurro e terrazze luminose,
la tregua di ogni paura e inquietudine,
un granello di allegria, una vibrazione di possibile.
Fabrizio Caramagna

 

L’estate, con  le sue giornate lente e illuminate dalla luce del sole dilatate nel tempo e nello spazio, rappresenta un momento dell’anno a cui tutti aspiriamo; una meta ambita  che nelle lunghe giornate invernali viene fantasticata e desiderata. Chi infatti durante un noioso pomeriggio invernale, preso tra studio o lavoro, non si è mai immaginato su una spiaggia paradisiaca a leggere un buon libro o a sorseggiare un drink ristoratore alla luce di un caldo pomeriggio estivo? Arrivati al momento delle vacanze qualcosa, però, può andare storto; ad essere catapultati in questo spazio libero e scardinato dai dettami della routine quotidiana ci si può ritrovare spaesati e con un misto di malinconia e di vuoto. Molti psicoterapeuti sono d’accordo nell’affermare che durante i periodi di vacanza, siano questi estivi o invernali, ci si può trovare di fronte ad un aumento dell’insofferenza e che sono molte le persone che in questi periodi dell’anno decidono di chiedere l’aiuto di un esperto.

Anche per gli adolescenti le lunghe vacanze estive rappresentano soprattutto il momento del tempo libero che apre la porta alle opportunità, un tempo che muta forma e sostanza; non ci sono più le campanelle scolastiche a scandire il ritmo delle mattinate e scompaiono i compiti che riempivano i pomeriggi. Ci si ritrova, così, a dover vivere secondo un ritmo ed un tempo interiore che trasforma la giornata dell’adolescente, che questo ritmo ancora fatica a trovarlo, in un’alternanza di noia e apatia da una parte e di iperattività e trasgressione dall’altra.

Così per molti ragazzi le vacanze possono rappresentare l’opportunità di entrare più in contatto con se stessi e la possibilità di dedicarsi alle proprie passioni, agli svaghi ed anche all’esplorazione, attraverso le esperienze con il gruppo dei pari, di nuove capacità sociali. Si intensificano infatti i momenti collettivi, che possono assumere le connotazioni di veri e propri riti di passaggio, e si sente più forte l’emergere della pulsionalità e di un corpo che si impone nelle sue esigenze e nei suoi bisogni. Fuori dalle regole e dalle incombenze quotidiane l’adolescente si allena dunque ad ascoltare i segnali provenienti dal suo mondo interiore cercando di metterli in relazione con quelli provenienti dall’esterno, un mondo nuovo da esplorare e da conoscere.

Ma cosa succede a chi questo ritmo interiore fatica a trovarlo?

La parola anoressia deriva dal greco e significa letteralmente “mancanza di appetito”; ciò che la ragazza anoressica ripropone simbolicamente nel suo rifiuto del cibo è una chiusura nei confronti dell’altro e del mondo, nella vita non vi è di fatto nulla da appetire. In un tempo vuoto come quello estivo, dove sono finite le attività quotidiane, la ragazza può ritrovarsi a sperimentare un vuoto interiore tradotto come un vero e proprio attacco alla propria identità. La scuola, che per molte di loro rappresenta un contenitore delle proprie ansie e un teatro della loro bravura, divenuta un appendice della propria identità è conclusa; essere “quella brava ragazza” che studia e che è la prima in tutte le attività scolastiche ed extrascolastiche non basta più. Tutte quelle sfide con cui un adolescente è chiamato a confrontarsi sono per loro molto difficili, sperimentare se stesse è quasi impossibile perché nel corso del loro sviluppo tali ragazze hanno perso la capacità di essere in contatto con se stesse.

La possibilità di iniziare a vivere in modo autentico e creativo, stabilendo relazioni sociali basate sul  reciproco scambio e non sul confronto e sulla competizione, affonda le sue radici in un periodo lontano nell’esistenza di ciascuno di noi. Lo sviluppo della propria identità prende le mosse dai primi stadi di sviluppo infantile grazie all’incontro con un ambiente capace di rispecchiare in maniera adeguata i bisogni e desideri accentandoli (Winnicott, 1971). Qualora l’ambiente, per i più svariati motivi, non è stato in grado di assolvere a tale funzione il bambino (e l’adolescente poi) tenderà ad accondiscendere ai desideri altrui, unico modo per garantirsi la vicinanza dell’altro. Per questo molte delle giovani ragazze anoressiche hanno perso la capacità di sperimentarsi e di scoprirsi attraverso le relazioni con l’altro ma, avendo l’occhio sempre puntato verso il fuori, si ritrovano schiave di un ideale imposto e della ricerca dell’approvazione sociale.

Così facendo divengono sempre meno in grado di accedere ad una dimensione autentica di un sé  in contatto con i propri desideri. Dover prendere contatto con i propri desideri significa per queste ragazze giunte alle soglie dell’adolescenza sperimentare un forte senso di vuoto identitario, tradotto sul corpo con la costante ricerca di una magrezza evanescente e con la necessità continua di sentire uno stomaco vuoto. Tale “passione per il vuoto” rappresenterebbe, dunque, proprio l’estremo sforzo di svuotare le proprie menti  dalla pienezza delle immagini e dei bisogni dell’altro ed il corpo, che la ragazza cerca di controllare così duramente, è un corpo che è divenuto luogo dell’Altro (Recalcati, 1997) e che viene così percepito come invadente e soffocante proprio, come abbiamo visto, l’ambiante esterno.

Questo corpo, diventato bersaglio di mille battaglie, in questo momento dell’anno inoltre viene esibito da tutti con più o meno disinvoltura e ci si confronta con amici e coetanei che, riuscendo a scoprirsi con maggior disinvoltura, rappresentano simbolicamente la loro maggiore apertura sociale. Essi sono, per la ragazza anoressica, più in grado di uscire e di affrontare le sfide sociali che in questo momento dell’anno si fanno più pressanti, le giornate calde dunque mettono di fronte alla possibilità di doversi scoprire, sia nel corpo che nei propri desideri ed opportunità. Nella ricerca della propria individualità, cosi come non mangiando la ragazza cerca strenuamente di liberarsi dalle proiezioni familiari, ritirandosi dalle sfide del sociale tenta di riscoprirsi individuo.

In estate aumentano le occasioni per stare insieme, e queste molto spesso si svolgono attorno al cibo, aperitivi in spiaggia, cene all’aperto; il cibo inteso nella sua forma conviviale del mangiare insieme, da sempre rappresenta un elemento di integrazione dell’individuo nella società. Se osserviamo la storia personale e collettiva possiamo notare come, ad ogni rito di passaggio, ci si ritrova insieme e spesso si celebra con un pranzo collettivo l’ingresso dell’individuo ad una nuova vita. Pranzare insieme garantisce il sentirsi parte di un gruppo e combatte l’isolamento (Lavanchy, 1994) che  molte volte in queste pazienti è invece ricercato come strumento di differenziazione.

Così possono ritrovarsi da sole, ritirate nel proprio mondo di conteggio di calorie ed alimentazione che se da un lato le protegge occupandone il pensiero e anestetizzando illusoriamente la mancanza di una vita relazionale adeguata dall’altra contribuisce a mettere sempre più distanza tra loro e quello che è il mondo reale.  Questo stile di vita drastico con la limitata assunzione di cibo, il progressivo ritiro sociale per eludere i momenti collettivi e la repressione più generale degli istinti e delle pulsioni del corpo rientrano in quello stile di vita ascetico che porta la ragazza anoressica ad allontanarsi dagli altri e da tutte quelle esperienze che invece sono fondamentali in adolescenza per crescere e sviluppare una buona capacità affettiva-relazionale.

L’estate rappresenta dunque un momento particolarmente difficile, che può esser coinciso con il momento in cui si sono concretizzate tutte le difficoltà (molto spesso infatti iniziano con una dieta proprio in questo momento dell’anno), ma che può attraverso un supporto adeguato divenire luogo di crescita e cambiamento (leggi anche L’estate e la moda del dieting: quali sono i rischi per gli adolescenti?). Un importante strumento che permetterà di dare forma a questo vuoto è il linguaggio, la sofferenza di queste ragazze necessita di essere accolta attraverso una relazione empatica e rispecchiante. Aumentare i momenti di confronto e di dialogo che non ruotano intorno al cibo, ma che cercano di accogliere e capire la difficoltà che in questo rapporto è riportata, può aiutare ad iniziare a capire e sentire le proprie necessità a livello emotivo e non più agirle attraverso il corpo. L’ascolto e l’accoglienza, più che il fare, rimangono dunque gli strumenti principali per affrontare la sofferenza di queste ragazze in estate come in qualsiasi momento del difficile anno vissuto.

 

Bibliografia

Lavanchy P. (1994). Il corpo in-fame. Milano: Rizzoli editore.

Recalcati M. (1997). L’ultima cena: Anoressia e bulimia. Milano: Mondatori.

Winnicott D.W. (1971). Gioco e realtà. Roma: Armando editore.