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Il disagio psicologico e i disturbi alimentari nell’era del Nuovo Coronavirus

La paura di nuovo lockdown è tornata, e con essa riaffiorano le problematiche psicologiche associate, in particolar modo per chi soffre di disturbi legati all’alimentazione. Il disagio psicologico è più forte: ogni meccanismo di controllo sfugge se si fanno i conti con la quotidianità.

Negli scorsi mesi il Nuovo Coronavirus si è diffuso rapidamente in tutto il mondo e il Governo Italiano ha messo in atto strategie per contenere i contagi. Da poco è stato emanato un nuovo decreto che impone chiusura di diversi esercizi e attività (come cinema, teatri e palestre), limita gli orari di apertura di bar e ristoranti e è a favore della didattica a distanza per scuole e università. Tali misure restrittive sono imposte per ridurre la possibilità di assembramento e il rischio di nuovi contagi. Il consiglio è quello di continuare a socializzare. Ma come può tutto questo non avere effetti sulla socialità e sui comportamenti quotidiani, soprattutto nei giovani? (leggi anche A distanza. La difficile convivenza con il virus.).

 

Gli effetti psicologici della quarantena

 

Negli scorsi mesi molti gruppi di studio hanno approfondito l’argomento (vedi anche Coronavirus Disease 2019 and Eating Disorders), riportando un aumento del disagio psicologico e degli effetti psicologici negativi della quarantena, quali sintomi da stress post-traumatico, confusione e paura. I fattori di stress sembrano essere un lungo periodo di quarantena, paura di infezione, frustrazione, noia, inadeguate scorte di cibo, inadeguata o incompleta informazione e difficoltà economica. I bambini e gli adolescenti sembrano essere più a rischio di disturbo da stress post-traumatico. In particolare, coloro che soffrono di disturbi alimentari sembra abbiano un elevato rischio di peggioramento della gravità del disturbo o di ricomparsa del sintomo, oltre che per la paura di infezione o per l’obbligo di stare chiusi in casa, anche per la carenza di adeguati trattamenti psicologici o psichiatrici a causa della pandemia. Lo spazio, il tempo, il rapporto con il cibo e con il corpo assumono forme differenti e vanno ridefiniti (leggi anche Soffrire di Disturbi Alimentari ai tempi del Coronavirus. Consigli pratici per affrontare la quarantena).

Le misure restrittive possono contribuire al mantenimento del disagio psicologico e della psicopatologia del disturbo alimentare attraverso diversi meccanismi. L’isolamento acuisce la sensazione di perdita di controllo che nei disturbi alimentari si riversa sul peso, sul cibo, sull’aspetto fisico attraverso dieta e allenamento (leggi anche Alimentazione e attività fisica ai tempi del coronavirus. Consigli pratici per affrontare la quarantena). Nei disturbi alimentari restrittivi questo meccanismo è rafforzato positivamente dalla sensazione di successo che si sperimenta nel seguire pedissequamente uno schema alimentare rigido e un allenamento costante. L’aspetto negativo è ovviamente il timore di prendere peso, perché stare a casa significa non muoversi e non muoversi significa ingrassare. In altri casi la perdita di controllo può favorire episodi di abbuffate, scatenati dall’esposizione ad elevate scorte alimentari. Rimanere in casa può aumentare l’isolamento sociale, una caratteristica comune nei disturbi alimentari, creando un ostacolo al miglioramento dei rapporti interpersonali che aiutano a ridurre l’eccessiva valutazione del peso e delle forme del corpo (leggi anche COVID-19 e Disturbi Alimentari: il doppio isolamento). A casa, inoltre, non si affrontano alcuni aspetti essenziali come l’esposizione del corpo o il mangiare con gli altri, che rafforzano e mantengono la psicopatologia del sintomo. La mente diventa prigioniera in casa.

Il disagio psicologico si sta facendo strada e sembra diventare più serio con il passare del tempo. È di fondamentale importanza per chiunque stia soffrendo di ansia, stress, smarrimento o disturbi alimentari chiedere aiuto a uno specialista o a un centro specializzato che possa essere di supporto e un punto di riferimento in questo periodo di emergenza.

 

Bibliografia

 

Brooks, S. K., Webster, R. K., Smith, L. E., Woodland, L., Wessely, S., Greenberg, N., & Rubin, G. J. (2020). The psychological impact of quarantine and how to reduce it: rapid review of the evidence. The Lancet.

Di Renzo, L., Gualtieri, P., Cinelli, G., Bigioni, G., Soldati, L., Attinà, A., Leggeri, C., … & Ferraro, S. (2020). Psychological aspects and eating habits during covid-19 home confinement: Results of ehlc-covid-19 italian online survey. Nutrients12(7), 2152.

Ortoressia. Quando mangiare sano diventa un’ossessione

Negli anni è sempre più aumentata la disponibilità di informazioni rispetto una corretta alimentazione e in misura crescente l’importanza di mantenere uno stile alimentare sano viene sottolineata da tutti i professionisti della salute. Questo ha determinato un’attenzione maggiore verso la qualità dei cibi scelti da parte degli italiani, per esempio dati Istat del 2017 confermano un aumento del  4,2% nell’acquisto di prodotti di origine vegetale. Se questo, da un lato, rappresenta un dato senz’altro incoraggiante in termini di acquisizione di stili di vita più salutari, dall’altro, l’eccessiva ricerca del “sano può comportare il rischio opposto di cadere in una condizione di disturbo alimentare denominato ortoressia (leggi anche Nuovi disturbi alimentari in adolescenza: conoscere per prevenire).

Cos’è l’ortoressia? Il termine deriva da “orthos”, ovvero “accurato, corretto, giusto” e “orexis” che significa “fame, appetito”. Viene utilizzato, appunto, per descrivere l’ossessione verso un’alimentazione sana e equilibrata. Steven Bratman fu il primo nel 1997 a coniare il termine per definire un’attenzione patologica sul consumo di cibo sano. Chi ne è affetto mostra la progressiva tendenza a selezionare specifici cibi in base a caratteristiche di “incontaminazione” restringendo pertanto la scelta alimentare con possibili importanti conseguenze sul piano fisico (perdita di peso, carenze nutrizionali, osteoporosi).

Inoltre, non trascurabili sono le ricadute sul piano sociale generate da tale stile alimentare: chi è affetto da ortoressia tende più frequentemente a mangiare da solo o in compagnia di persone che adottano lo stesso tipo di alimentazione, con il rischio di una possibile autoesclusione nei rapporti sociali.

Attualmente, l’ortoressia non è ancora riconosciuta come una vera e propria patologia poiché, a differenza di disturbi come Anoressia e Bulimia, non compare nelle classificazioni diagnostiche del DSM (il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) (leggi anche VII Giornata nazionale del fiocchetto lilla: cosa sono i Disturbi dell’Alimentazione e come combatterli, Binge Eating Disorder, il disturbo da alimentazione incontrollata). Tuttavia, secondo i dati diffusi dal Ministero Italiano della Salute per i disturbi alimentari, gli ortoressici sarebbero 300 mila in Italia (a fronte di tre milioni di pazienti con disturbi alimentari), con una prevalenza maggiore tra gli uomini piuttosto che tra le donne (11.3% vs 3.9%) (Donini e coll. 2004).

Una ricerca recente (Brytek-Matera, 2015), ha dimostrato come, differentemente da quanto accade nella popolazione femminile nella quale l’ortoressia è frequentemente associata ad un’ideazione anoressica, nella popolazione maschile tale condizione non si associa al controllo dell’immagine corporea o a preoccupazioni riguardo il peso.

 

Caratteristiche dell’ortoressia

 

Le caratteristiche dell’ortoressia evidenziate finora in letteratura sono:

  • Ruminazione ossessiva sul cibo (Bratman, 1997). La persona può trascorrere più di 3-4 ore al giorno a pensare a quali cibi scegliere, a come prepararli e consumarli, pretendendo solo ciò che fa stare bene, che può non corrispondere a ciò che piace realmente. Vengono solitamente messi in atto comportamenti ossessivi riguardanti la selezione, la ricerca, la preparazione ed il consumo degli alimenti, suddivisibili in varie fasi:
    • pianificazione dei pasti con diversi giorni di anticipo, al fine di evitare i cibi ritenuti dannosi (contenenti pesticidi residui o ingredienti geneticamente modificati, oppure ricchi di zucchero o sale);
    • impiego di una grande quantità di tempo nella ricerca e nell’acquisto degli alimenti a scapito di altre attività, fino a coltivare in prima persona verdure e ortaggi;
    • preparazione del cibo secondo procedure particolari ritenute esenti da rischi per la salute (cottura particolare, utilizzo di un certo tipo di stoviglie).
  • Insoddisfazione affettiva e isolamento sociale causati dalla persistente preoccupazione legata al mantenimento di tali rigide regole alimentari autoimposte (Brytek-Matera, 2012).
  • Differentemente dall’Anoressia Nervosa e dalla Bulimia Nervosa, la focalizzazione non è sulle quantità ma sulla qualità del cibo.
  • Evitamento ossessivo di cibi non controllati e delle situazioni sociali che espongono al non controllo del cibo.
  • Difficoltà a relazionarsi con chi non condivide le proprie idee sul cibo.
  • Autostima influenzata dalla scelta del cibo in termini qualitativi.

Allo stato attuale, sono ancora relativamente pochi gli studi effettuati su questo tipo di popolazione, pertanto alle ricerche future è affidato il compito di delineare in modo più preciso il quadro clinico e il trattamento maggiormente efficace.

A distanza. La difficile convivenza con il virus.

 “Non c’è un futuro senza vicinanza, senza stare insieme. […]

Tutto quello che vedete su internet è quella parte che serve a intrattenere e a scaldare ma è fatto di tutta quell’esperienza avuta e quindi dobbiamo in ogni modo fare in modo che ce ne sia altra.”

Ezio Bosso, intervista a Propaganda Live

 

In questo periodo successivo al lockdown, le fasi due e poi tre, in cui ci troviamo, hanno segnato la possibilità di riaprire le porte, di uscire. Ma con un imperativo: stare “a distanza sociale”.

È ancora molto, troppo presto per poter fare una riflessione su quanto è accaduto e sta ancora accadendo. La minaccia del coronavirus, con l’emergenza sanitaria, lo spaventoso numero di morti, la crisi globale da cui nessuna nazione al mondo si è scoperta esente, ha sconvolto la nostra quotidianità e le nostre illusorie certezze di “padroni del mondo” (leggi anche Il disagio della società e i disturbi alimentari). Ci ha gettati, nostro malgrado, in uno stato in cui si muovono profonde angosce e paure, legate alla morte e alla perdita.

 

Dalla quarantena…

 

Nella fase della quarantena, tante sono state le difficoltà e anche le modalità per esorcizzare questi vissuti: ci siamo gettati nelle attività più disparate e spesso nuove, tentando di risollevarci nella forza della creatività (leggi anche Alimentazione e attività fisica ai tempi del coronavirus. Consigli pratici per affrontare la quarantena). Abbiamo utilizzato tutte le risorse messe in campo dalla tecnologia, i video di notizie o intrattenimento, chiamate, videochiamate e piattaforme per studiare, lavorare, incontrarsi, proseguire le psicoterapie (leggi anche COVID-19 e Disturbi Alimentari: il doppio isolamento). Abbiamo letto, pulito, cantato, cucinato, fatto sport, abbiamo tentato di cancellare il nero del lutto con i colori dell’arcobaleno, rassicurandoci che “andrà tutto bene” e ripromettendoci di fare tesoro di quanto vissuto. L’isolamento ci ha fatti sentire troppo vicini, invasi dall’ininterrotta presenza di familiari e conviventi, suoni e immagini, tra le mura di una casa improvvisamente troppo piccola, oppure troppo lontani, con la nostalgia di eventi, aperitivi, persino del traffico.

Ci siamo chiesti perché e come fare, e ci siamo risposti in vario modo, chi riponendo tutte le speranze nella scienza, chi tentando di individuare “i colpevoli” (da fantomatici “laboratori cinesi” ai “runners”), chi rivolgendosi a pratiche igieniche al limite dell’ossessività, chi cercando conforto nel cibo, nell’alcol, nei videogiochi, per non pensare, chi minimizzando e comportandosi come se nulla fosse. In questo tempo di attesa, contemporaneamente dilatato e contratto, abbiamo insomma attivato difese e cercato soluzioni alla noia e a un’angoscia intollerabile che ci ha costretti a prendere coscienza della nostra fragilità, della nostra caducità.

 

…alla riapertura

 

E ora che le porte sono aperte, ora che possiamo di nuovo uscire, incontrarci?

Di nuovo, anche nel confronto con il mondo esterno dopo la quarantena, quello che vediamo sono tante reazioni diverse. Molti, soprattutto tra gli adolescenti e i giovani, si sono riversati nelle strade e nei locali inneggiando alla ritrovata libertà, trasgredendo a norme e precauzioni, a gettare, insieme alla mascherine e alla distanza di sicurezza, preoccupazioni e paure. “Il virus non esiste più”, sembrano dire i loro comportamenti, è lontano, siamo “tornati alla normalità”. Per converso, altri faticano persino ad affacciarsi di nuovo al mondo, guardano con sospetto le persone che camminano intorno a loro, preferiscono forse stare ancora rinchiusi nel rifugio sicuro delle case, diventate l’unico schermo contro una minaccia invisibile e onnipresente. Tutto ciò che è fuori, l’altro, diventa un nemico pericoloso da cui tenersi alla larga.

Sottesa alle diverse reazioni, possiamo forse intravedere la stessa angoscia, negata o portata all’esasperazione, che ci parla della difficoltà a confrontarsi con l’impatto traumatico della pandemia. Ed è un trauma che non possiamo dire superato né mettere tra parentesi, sia per il persistere del virus, sia per il suo impatto devastante su un piano più ampio, non solo sanitario ma economico, sociale, psichico. Ci troviamo spaesati e disorientati in un presente confuso, con la prospettiva di un futuro incerto, in cui spesso ci troviamo a sovrapporre a quanto viviamo la carta velina colorata dei ricordi della “normalità” di prima, tentando di ritrovarla in controluce, nelle strade senza turisti, nei negozi dagli ingressi contingentati, nei volti coperti dalle mascherine.

E particolarmente difficile sembra proprio l’incontro con l’altro, altro che diventa qualcuno da cui guardarsi: sarà infetto? Dove sarà stato? Chi avrà frequentato? Restiamo a distanza, temiamo il contatto.

 

Contatto e contagio

 

Contatto e contagio condividono la stessa radice etimologica, “con” e “toccare”: se mi tocco con l’altro, se entro in contatto, rischio il contagio. Per mantenerci “intatti”, cioè, di nuovo, non toccati, quindi non infetti, dobbiamo stare lontani, persino da quelle persone che ci sono più care; chiunque è portatore di una minaccia. L’angoscia e l’inquietudine dell’altro da noi, dell’estraneo, che già normalmente ci informa, sembra così diventare ancora più invadente, perché poggiata su un ineludibile elemento di realtà: come poter superare la nostra stessa percezione, lì dove i nostri incontri avvengono, e non potrebbe essere diversamente, da dietro lo schermo di mascherine, guanti, disinfettanti? Come mantenere uno spazio di pensiero e di investimento, al di là dell’angoscia?

Noi stessi potremmo del resto essere portatori di contagio, l’estraneo inquietante è, come sempre avviene, prima di tutto dentro di noi. Questo pensiero, tuttavia, può richiamarci a noi stessi, invitandoci a un senso di responsabilità e di cura, a un contatto di tipo diverso: «Le mani non possono raggiungere l’altra persona; è solo dall’interno che possiamo approcciarci all’altro. E la finestra di questo “dentro” sono i nostri occhi» scrive il filosofo Slavoj Zizek (2020). Un contatto come contatto delle anime, lì dove i corpi non possono toccarsi. Dove la distanza deve essere fisica, ma non necessariamente sociale e psichica. Dove i nostri sensi “distali” (vista, udito) e le nostre emozioni testimoniano la presenza dei corpi e ci permettono comunque uno stare insieme, seppure sotteso da dubbi e paure, laddove restiamo in contatto con quella parte di noi, angosciata ma vitale, desiderante, che può incontrare l’altro.

Ezio Bosso, direttore d’orchestra da poco purtroppo scomparso, ci ricorda che l’uomo ha per la sua natura stessa bisogno della vicinanza e del contatto. Quella tecnologia a cui abbiamo fatto necessariamente riferimento durante la quarantena non può rivelarsi come la panacea, la via di uscita dall’impasse, perché appunto, se non rinnoviamo l’esperienza, rischia di trasformarsi in un contenitore vuoto, in puro intrattenimento, un modo per riempire il tempo, svuotandolo però del suo significato. Aperitivi virtuali, lezioni virtuali, giochi virtuali, nel loro reiterarsi, rischiano di privarci di quell’esperienza reale di cui abbiamo bisogno come esseri umani per crescere e arricchirci.

Il contagio stesso, inteso nei suoi aspetti più ampi, trova del resto anche a distanza altre vie per renderci esposti. Sempre Zizek nota, in questo periodo più che mai, il diffondersi di “virus ideologici” come il razzismo, le teorie cospiratorie, le fake news. Un contagio della paura che ci spingerebbe a chiuderci, a diffidare, ad allargare sempre più la distanza. Ma anche, per contro, un contagio della solidarietà, lì dove tante sono le iniziative di sostegno e di volontariato a cui abbiamo assistito (dalla “spesa sospesa” in favore delle persone più in difficoltà, alla consegna di beni e farmaci alle persone più fragili, alle donazioni in favore di associazioni e ospedali).

Come a dire che siamo tutti in una stessa barca e che non ci si salva da soli. Sarà probabilmente necessario un tempo lungo, per attraversare questo mare in tempesta e ancora più per elaborare un trauma collettivo, in cui non possiamo fare altro che stare e i cui effetti ci sono ancora del resto in buona parte ignoti. Ma, appunto, forse solo il senso della collettività, il ritorno al legame può costituirsi in questo momento di grave crisi come possibilità di rimarginare la profonda ferita inferta alle nostre certezze come pure ai nostri corpi fragili. Che ci ha distolti dall’illusione e riportati alla condizione di esseri vulnerabili, esposti e imperfetti, di esseri umani.

 

Bosso, E. (2020), Intervista a Propaganda Live, 10/04/2020 https://www.la7.it/propagandalive/video/lintervista-di-diego-bianchi-a-ezio-bosso.

Zizek, S. (2020), Virus. Catastrofe e solidarietà. Ponte alle Grazie, Milano.

COVID-19 e Disturbi Alimentari: il doppio isolamento

Le misure restrittive conseguenti al COVID-19 hanno comportato per tutti una riorganizzazione delle abitudini di vita, ponendo delle limitazioni a tanti aspetti, che consideravamo normali e scontati. Oltre infatti alle ripercussioni di carattere sociale ed economico, la quarantena ha inciso profondamente sulla qualità di vita delle persone più fragili, che hanno risentito e continueranno per molto tempo ad avvertire le conseguenze emotive legate al protrarsi di questo periodo. Rientrano in questa categoria anche le famiglie con un figlio che soffre di Disturbo Alimentare, che si trovano a vivere un doppio isolamento: da un lato sociale, a causa del COVID-19, dall’altro sanitario, vista la difficoltà nel garantire la continuità delle cure nell’attuale situazione. Infatti molte strutture che curano i D.A. hanno chiaramente dovuto limitare il flusso di persone, mantenendo attivi solo i trattamenti per i casi più urgenti ed attivando controlli a distanza per gli altri pazienti. Le nuove tecnologie, in particolare le varie piattaforme di videochiamata, hanno permesso di preservare i contatti con i curanti in questo periodo, ma hanno comunque mostrato di non riuscire a sostituire completamente le visite in presenza.

In tale scenario di doppio isolamento, le famiglie stanno sperimentando le complessità nell’affrontare la malattia con le proprie risorse, dimostrandosi capaci in alcuni casi di gestire le criticità, in altri non riuscendo ad arginare la regressione e la comparsa dei sintomi più seri (vedi anche Soffrire di Disturbi Alimentari ai tempi del Coronavirus. Consigli pratici per affrontare la quarantena). In particolare i genitori di chi soffre di Anoressia riferiscono di dover gestire le preoccupazioni dei figli legate all’inattività fisica conseguente alla quarantena, la paura di aumentare di peso, il timore di uscire all’aperto, anche in ambienti e in condizioni di sicurezza. D’altra parte i ragazzi che hanno la tendenza ad abbuffarsi possono risentire della possibilità di reperire facilmente il cibo in casa (vedi anche Alimentazione e attività fisica ai tempi del coronavirus. Consigli pratici per affrontare la quarantena).

 

Vicinanza e isolamento

 

La maggiore vicinanza con i familiari, uno dei pochi vantaggi associato al lockdown per il COVID-19, può essere utilizzata in maniera propositiva, per attuare dei cambiamenti relazionali significativi ed aprire ad un maggior dialogo con i figli, favorendo la percezione comune di obiettivi e difficoltà.  Quando questo non si riesce a realizzare, la sensazione di isolamento si estende anche al rapporto genitori-figli, condizionando negativamente il clima familiare. I genitori stessi coinvolti all’interno di tale situazione possono sperimentare un senso di smarrimento simile a quello dei figli e la stanchezza per la gestione totale della situazione.

Anche per ciò che riguarda la socialità dei ragazzi con D.A. viene riferito frequentemente l’incremento della sensazione di isolamento, già spesso presente prima della quarantena, che in questo momento può trasformarsi nella sensazione di essere abbandonati dai coetanei. Si pensi anche a quanto la chiusura prolungata delle scuole, che proseguirà fino alla fine dell’anno scolastico, abbia contribuito a tale sensazione di distacco dai compagni di scuola. Per molti ragazzi che soffrono di Disturbi Alimentari infatti, il contesto scolastico rappresenta l’occasione per interagire con i pari ed altre figure adulte, uscendo dalle routine tipiche della patologia. Venendo a mancare il contatto diretto con l’altro, la socialità si è totalmente spostata sul Web e si palesa il rischio della ricerca di riferimenti non adeguati sui social network. Se già normalmente gli adolescenti trascorrono il loro tempo libero sulla rete, l’attuale situazione ha reso questa l’unica finestra di relazione con il mondo esterno. Si sono moltiplicati i video-corsi sulle tematiche dell’alimentazione e l’attività fisica, proprio le tematiche più delicate per chi soffre di D.A. (leggi anche L’uso dei social network nell’eziologia dei Disturbi Alimentari). Pertanto è possibile che vengano seguite delle indicazioni che risulterebbero valide per chi gode di buona salute, ma che possono essere deleterie per questi ragazzi.

 

I nostri laboratori

 

Per rispondere a tale esigenza, la nostra associazione Demetra, grazie alle donazioni ricevute, ha voluto fornire un aiuto concreto ad alcune ragazze in trattamento per Anoressia Nervosa e alle loro famiglie. Per questa fase delicata legata alla quarantena per il COVID-19, è stato infatti attivato un progetto, tuttora in corso, che prevede la realizzazione di laboratori online di Mindfulness e di Pilates completamente gratuiti e svolti da professionisti dei rispettivi settori, che hanno ideato delle attività idonee ai ragazzi che soffrono di D.A. Questo ha significato accogliere i bisogni di ragazze e famiglie per riuscire a contrastare, almeno in parte, la sensazione di questo periodo di essere più soli nell’affrontare la patologia. Rappresenta inoltre la riflessione su quanto occorra affiancare questi ragazzi nelle diverse fasi, cercando di trasmettere un messaggio rassicurante di uno spazio di pensiero e di cura, che devono essere realizzabili anche a distanza.

Soffrire di Disturbi Alimentari ai tempi del Coronavirus. Consigli pratici per affrontare la quarantena

Avremmo voluto parlare di altro in questo articolo di marzo, ma ciò che sta accadendo intorno a noi, la diffusione e il contagio così veloci del Coronavirus, ci coinvolge come comunità e come individui e rende difficile spostare l’attenzione e i pensieri su qualcosa di diverso.

La quarantena a cui siamo sottoposti a causa del Coronavirus può essere vissuta in modi diversi a seconda delle situazioni che ciascuno di noi sta vivendo, sia a livello personale che familiare. Per alcuni, infatti, può essere un’occasione per mettere in pausa i ritmi frenetici della quotidianità, occuparsi di sé e delle proprie passioni; per altri, invece, può essere un momento in cui angosce già presenti si amplificano e rendono difficile la quotidianità e la convivenza forzata con i propri familiari.

Il nostro pensiero, come professionisti occupati nel campo dei Disturbi Alimentari, è proprio a quelle ragazze e a quei ragazzi che soffrono di questo disturbo e ai loro genitori, laddove il senso di solitudine proprio di chi affronta questo tipo di malattia viene in questo periodo ulteriormente esasperato da un isolamento fisico imposto dalle Autorità a causa del Coronavirus. Inoltre, l’assenza della scuola e delle abituali attività pomeridiane può suscitare un senso di vuoto e di angoscia difficile da gestire, riacutizzando o aggravando i comportamenti alimentari disfunzionali come il conteggio delle calorie, le abbuffate, l’iperattività fisica, l’abuso di social network e il conseguente confronto con i pari (leggi anche L’uso dei social network nell’eziologia dei Disturbi Alimentari).

A ciò si aggiunge quel senso di incertezza, disorientamento e disgregazione tipico della nostra epoca (leggi anche Il disagio della società e i disturbi alimentari) che oggi si fa preponderante e visibile, e che rischia di scivolare in un individualismo estremo, rendendo le persone antagoniste, piuttosto che vicine e disponibili a uno scambio reciproco.

 

Cosa fare, quindi, per affrontare il disagio proveniente dalla quarantena, l’ansia del contagio e la paura per i nostri cari?

 

L’Ordine degli Psicologi ha stilato un vademecum per i cittadini (scaricalo qui), in cui suggerisce di affrontare il Coronavirus e le misure di contenimento che ne conseguono come un fenomeno collettivo e non individuale, seguendo le indicazioni che ci vengono date e aiutando gli altri a comprenderle e metterle in pratica. Inoltre, è utile non sovraesporsi alle informazioni, ma acquisire le informazioni di base e poi verificare gli aggiornamenti su fonti affidabili, per evitare di essere sommersi da un flusso di informazioni ininterrotto e ansiogeno.

In famiglia, in particolare se un membro soffre di Disturbi Alimentari, è importante per i genitori non lasciarsi andare a paure e angosce, ma spiegare quanto sta accadendo in base all’età del/la proprio/a figlio/a e cogliere gli eventuali segnali di disagio e/o di ricaduta. Il dialogo rimane lo strumento più importante che ciascun genitore ha, ed è quindi importante creare occasioni di confronto e scambio, in cui sollecitare il racconto di ciò che spaventa e offrire contenimento e conforto (leggi anche Adolescenti ed estate. Un tempo nuovo, tra angoscia ed opportunità).

Per i/le ragazzi/e, invece, può essere utile da una parte mantenere gli impegni scolastici e partecipare alle attività proposte online dai docenti, dall’altra favorire le relazioni e i contatti con i pari, anche se a distanza. La tecnologia in questo momento può essere di grande aiuto e sono ormai sempre più diffuse le applicazioni e le piattaforme web che permettono di connettere più utenti contemporaneamente o di dedicarsi alle proprie passioni, rispettano quindi le misure di prevenzione imposte per il Coronavirus.

Il consiglio, per tutti, è di riscoprire le opportunità nascoste in questo momento di difficoltà. Il vuoto, infatti, può essere uno spazio da riempire, la noia può essere una occasione per scoprire e creare, la solitudine può essere una spinta ad avvicinarsi all’altro. Fermarsi, vuol dire anche riflettere, dare spazio ai pensieri e aprire nuove possibilità, accendere una luce laddove a volte la paura, l’ansia e l’angoscia sembrano farci solo brancolare nel buio.

Il disagio della società e i disturbi alimentari

 “Siamo andati avanti così rapidamente in tutti questi anni che ora dobbiamo sostare un attimo per consentire alle nostre anime di raggiungerci.”
Michael Ende, La storia infinita.

I disturbi alimentari si costituiscono ormai come una vera e propria epidemia sociale (Vedi anche Disturbi dell’Alimentazione – Ministero della Salute), rappresentando la prima causa di morte nella popolazione di adolescenti di sesso femminile. Ma cosa ne ha favorito la sempre maggiore diffusione? Si può parlare di un disagio della società attuale? (Leggi anche Cosa sono i Disturbi dell’Alimentazione e come combatterli; Nuovi disturbi alimentari in adolescenza)

I disturbi alimentari hanno un’origine multifattoriale, ossia sono determinati da un insieme di fattori biologici, psicologici, evolutivi e socio-culturali. La vulnerabilità genetica, eventuali esperienze traumatiche, l’ambiente familiare e sociale, la particolare fase di crescita in cui la persona si trova, le caratteristiche più individuali e i tratti di personalità possono costituirsi come fattori patogenetici, che cioè, nel loro complesso intreccio, possono far scaturire un disagio e dunque una patologia.

Qual è, all’interno di questo quadro, il ruolo del più ampio ambiente socio-culturale in cui la persona è inserita?

La cultura comprende i valori, le regole comportamentali e i significati condivisi dai membri di una società, di cui orienta la visione e il modo di stare al mondo. I fattori culturali, in sé e per sé, non sembrano in grado di spiegare e determinare la patologia nel suo complesso. Hanno però un ruolo importante nel modellare la forma che i sintomi possono prendere, nel mostrare quindi al malessere un modo attraverso cui esprimersi e sfogarsi. È quello che chiamiamo effetto patoplastico. Laddove, in altri tempi, il disagio individuale avrebbe potuto sfociare in una patologia di tipo diverso (depressivo o isterico ad esempio), oggi quello stesso disagio trova spesso la propria via di espressione privilegiata attraverso il corpo e l’immagine corporea, che sono al centro dei disturbi alimentari.

Una società ammalata?

L’epoca attuale ha visto profonde e velocissime trasformazioni a livello economico, tecnologico e sociale: la globalizzazione, il consumismo, uno sviluppo senza precedenti della tecnologia, la diffusione dei mezzi telematici e informatici che occupano un posto sempre più rilevante e influente nella nostra vita.

Bauman definisce la nostra una “società liquida”, volendo evidenziarne il carattere di precarietà e di perdita dei punti di riferimento. Una società che ci spinge al consumo piuttosto che all’uso, che ci invita a comprare sempre nuovi oggetti e acquisire sempre nuovi “status”, senza che sappiamo più perché o persino se li vogliamo veramente. Una società, quindi, in continuo e rapido movimento, che cerca un immediato godimento nell’attimo presente ma sconnessa dal desiderio, che prevede invece la mancanza e l’attesa.

È il criterio del “tutto e subito”, una logica utilitaristica che cancella anche il “principio di autorità”: i genitori, e gli adulti in generale, hanno perso il loro potere e non si pongono più né da limite né da modello nei confronti delle nuove generazioni, protese verso il raggiungimento del successo. Diventa difficile dire “no”. Si preserva allora la libertà individuale a scapito però di un legame che, nello stabilire dei limiti, pone anche dei confini sarebbero invece rassicuranti. I giovani possono sentirsi più potenti e competenti dei padri (ad es. nell’utilizzo di internet e delle nuove tecnologie) ma, nella perdita di punti di riferimento, sono in effetti lasciati soli a sé stessi, spaesati e disorientati.

È di questo senso di incertezza, di disorientamento, di disgregazione, che Beanasayag e Schmidt parlano quando nominano la nostra “l’epoca delle passioni tristi”. A fronte di un futuro percepito come sempre più precario e minaccioso, l’unico tentativo è quello di dotare i propri figli di armi che permettano loro di affrontare e superare la crisi, renderli vincenti.

Si genera così un individualismo estremo, che rende  le persone antagoniste, piuttosto che vicine e disponibili a uno scambio reciproco. Fin dai tempi della scuola, è l’insegnamento “utile” quello che deve essere portato avanti: ciò che conta è il risultato, non il processo. Ognuno deve “fare da sé e per sé”, per essere “il migliore”, nella sola ottica del vincere o perdere, riuscire o fallire. Una continua tensione alla meta, in cui bisogna imparare presto, agire e rispondere velocemente, in giornate rigidamente scandite dall’agenda, il tempo non basta mai. Ciò che devia dalla “norma” è considerato disfunzionale: non avere la taglia della modella vista in TV, non vestire secondo una certa tendenza, non ottenere quel voto in classe, essere triste o non riuscire in qualcosa. La prestazione diventa allora l’unico metro per definire l’identità e l’autostima, dove ciò che “non va bene”, ciò che “non funziona” è uno scarto, deve essere tagliato via. La tecnologia ci viene in aiuto in questo senso, rendendo possibile quasi tutto ciò che è pensabile, riparando e correggendo gli “errori”: cancellare i segni del tempo, far sparire immediatamente il dolore, annullare le distanze, essere sempre connessi e una garantirsi una visibilità continua, anche rispetto agli aspetti più intimi dell’esistenza (Leggi anche L’uso dei social network nell’eziologia dei Disturbi Alimentari).

Tagliando lo scarto, però, non ci si rende conto che si rischia di eliminare una parte di sé, quella che consente di vivere le emozioni e di creare e mantenere dei legami, con sé stessi e con gli altri. Lo sguardo è rivolto fuori, piuttosto che dentro di sé, nell’idea di adeguarsi ed essere sempre in linea con le richieste esterne, con ciò che è bello e utile secondo i dettami della società (Leggi anche La brava figlia: cosa avviene prima dell’Anoressia Nervosa).

La società dell’immagine

In un mondo dove i media, internet, i social network, si prestano a sostituirsi ai legami e agli adulti di riferimento nel fornire un modello e una chiave di lettura del mondo stesso, l’immagine diventa tutto ciò che conta. È una società che propone continuamente standard ideali, stereotipati e spesso irraggiungibili da cui dipendere per eliminare il senso di insicurezza e disorientamento. Il confronto è costante, diventa primario ottenere quelle forme perfette che non si vedono su di sé. Ma la società propone anche i mezzi con cui promette di ottenere ciò che “si vuole”: diete, palestre, esercizi spirituali, chirurgia… Purché ci si impegni, viene assicurato che si otterrà quel che renderà felici, perché proprio nel corpo, che ci si illude di poter controllare e modellare a proprio piacimento, si cerca la chiave con cui definire la propria identità, nell’idea che si è chi si appare.

Naturalmente, dunque, il problema non sta nella dieta, o nella palestra (Leggi anche L’estate e la moda del dieting: quali sono i rischi per gli adolescenti?), ma nella rigidità con cui il bisogno di avere un corpo perfetto assurge a scopo dell’esistenza, nella misura in cui quindi questi strumenti divengono l’asse centrale attorno al quale definirsi. Pensando a quanto in adolescenza la perdita di controllo rispetto al proprio corpo e alle proprie pulsioni ed emozioni sia avvertita come angosciante (Leggi anche Pubertà e corpo in adolescenza: che cosa mi è accaduto?), è ancora più chiaro il tentativo che alcuni adolescenti, in un momento di fragilità e insicurezza, possono fare per aggrapparsi a questo ideale. E proprio negli estremi di questa tendenza alla perfezione e al controllo, in quelli che sono in effetti dei veri “attacchi al corpo” (Ladame, 2004), si può allora esprimere quel disagio più profondo che fa capo alla difficile costruzione della propria identità e che sottende i disturbi alimentari.

Quale modo per “consentire alle nostre anime di raggiungerci”?

Il corpo di ciascuno di noi non è solo corpo fisico, ma si costituisce all’interno di una continua relazione con la psiche. Solo ritrovando nel corpo, nel suo particolare statuto al crocevia tra interno ed esterno, la possibilità di provare e manifestare non solo il bisogno ma anche il desiderio, la pulsione, l’emozione, il conflitto, possiamo restituirgli lo spessore che gli è proprio. Non solo un insieme meccanico di funzioni, non solo un’immagine da ammirare, esibire, modificare e perfezionare, ma espressione incarnata della ricchezza del proprio mondo interno e in continuo scambio con l’altro. È in questa complessità, nella possibilità di rinunciare all’ideale magico di perfezione, di ritrovare “l’utilità dell’inutile” (Benasayag, Schmidt, 2003), di sostare, di non affannarsi a tagliare via parti di sé ma contattarle e integrarle, che si può forse ricongiungersi con “la propria anima”, come dice Michael Ende riportando una frase sentita da un indigeno dell’America Latina.

Rispetto ai disturbi alimentari, allora, si impone la necessità di un trattamento integrato, per prendersi cura in maniera congiunta del corpo e della psiche, rimetterli in contatto e costruire insieme dei legami di senso, come possibilità di ritrovare creativamente sé stessi e la propria identità.

 

Bibliografia

Bauman, Z. (2005), Vita liquida. Tr. it. Laterza, Roma-Bari 2006.

Benasayag, M., Schmidt, G. (2003), L’epoca delle passioni tristi. Tr. it. Feltrinelli, Milano 2004.

Ladame, F. (2004), Attacchi al Corpo ed il Sé in pericolo in Adolescenza. Childhood and Adolescent Psychosis, 10, pp. 77-81.

Lo spazio sociale: uno specchio del benessere individuale

Nell’organizzazione che caratterizza attualmente la quotidianità di molti bambini e ragazzi, si possono ritrovare tante attività strutturate dirette dagli adulti (scuola, sport, corsi di lingue, di musica, ecc.) e poco spazio da dedicare alla frequentazione spontanea dei coetanei. Se da un lato quindi viene incentivata dalle famiglie l’acquisizione di nuove nozioni e capacità, con la frequente incentivazione degli aspetti prestazionali e di competizione, dall’altro manca la considerazione degli spazi di socializzazione spontanea come fattori altrettanto rilevanti.

Ma tra i compiti evolutivi tipici del percorso di crescita risulta fondamentale, nelle diverse età, c’è proprio il confronto con i coetanei, che può risultare un traino per l’acquisizione delle competenze relazionali. Il gruppo dei pari va a costituirsi infatti come un importante riferimento al di fuori del contesto familiare, fornendo termini di paragone e di relazione diversi rispetto ai genitori ed ai fratelli/sorelle. Le grandi differenze rispetto ai gruppi guidati dagli adulti e/o precostituiti sono rappresentate dalla possibilità di scegliere ed essere scelti dalle persone con le quali entrare in relazione e dalle motivazioni alla base della frequentazione del gruppo, che non sono dettate da obiettivi fissati da altri, ma dal mero piacere personale.

Nel rapporto con i coetanei il corpo può assumere molteplici significati: il desiderio di differenziarsi, sottolineando le caratteristiche individuali, ma anche la ricerca del confronto e degli aspetti comuni attraverso il rispecchiamento con il gruppo dei pari. La rappresentazione di sé viene influenzata dall’autopercezione e dal giudizio degli altri e determina lo stato emotivo generale, in termini di motivazione e interesse. Durante l’adolescenza la manifestazione della sicurezza/insicurezza passa in gran parte attraverso gli aspetti corporei: è infatti in tale periodo che emergono le insoddisfazioni che portano all’inizio di scelte alimentari, diete, sport e azioni sul proprio corpo, anche in base ai feedback che vengono rimandati dalle proprie figure di riferimento. Anche il momento dei pasti, che in precedenza era riservato alla condivisione con i familiari, diviene un ulteriore momento di contatto e confronto con i coetanei.

Socialità e disturbi alimentari

Tali considerazioni risultano valide anche all’interno della popolazione clinica dei disturbi alimentari, nella quale, contemporaneamente alla presenza di fattori familiari e genetici, si ritrovano spesso tra le caratteristiche individuali lo scarso confronto con il gruppo dei pari e le difficoltà negli ambiti di socializzazione, spesso associati ad un iperinvestimento nel rendimento scolastico e/o nello sport (leggi anche La brava figlia: cosa avviene prima dell’Anoressia Nervosa). L’esordio della malattia va infatti spesso a confermare le difficoltà relazionali laddove risultavano già presenti e a comportare una prima chiusura sociale in molti altri casi. Vengono in tal modo manifestate le difficoltà nella crescita, in particolare in adolescenza, fase densa di cambiamenti ormonali e fisiologici, che rappresenta il momento in cui si comincia a strutturare la personalità del ragazzo/a.

I mutamenti fisici e psicologici adolescenziali possono minare le certezze costruite nelle fasi precedenti e favorire l’emergere dell’insicurezza (leggi anche Pubertà e corpo in adolescenza: che cosa mi è accaduto?). In questa fase dovrebbe avvenire infatti la costruzione dell’autostima, attraverso il perseguimento di obiettivi personali e/o familiari, ma anche tramite l’accettazione del gruppo. Tale aspetto risulta molto carente nelle persone affette da disturbo alimentare, che sperimentano una profonda insicurezza rispetto al poter intraprendere o mantenere delle relazioni amicali soddisfacenti. L’isolamento sociale favorisce inoltre l’eccessiva attenzione agli aspetti concreti riguardanti il cibo e il proprio corpo, all’interno di un circuito dell’ossessività che si autoalimenta.

Il confronto con i coetanei risulta uno stimolo tanto valido per l’adolescente, da essere utilizzato come strumento di cura, come avviene nei gruppi terapeutici per la cura dei disturbi alimentari. Il gruppo, seppure guidato da un adulto, risulta infatti attivatore e contenitore di tutti gli aspetti di confronto e rispecchiamento tra i partecipanti, permettendo di focalizzare gli aspetti emotivi legati alla propria soggettività ed alle esperienze ad essa collegate. Inoltre consente un reinvestimento sulla socialità attraverso il rinforzo delle proprie competenze.

Agli adulti di riferimento, in particolare genitori ed insegnanti, spetta il compito di prestare una particolare attenzione alla socialità dei bambini e ragazzi, considerandola un aspetto prioritario ed un importante fattore predittivo di problematiche in corso o future.

L’uso dei social network nell’eziologia dei Disturbi Alimentari

L’uso di internet, e in particolare dei social network, è largamente diffuso tra adolescenti: in Europa circa il 70% dei ragazzi tra i 14 e i 17 anni ne fa uso, e tra questi, il 40% trascorre almeno 2 ore al giorno online (Tsitsika et al., 2014). Tramite la registrazione al sito, ogni utente può creare un proprio profilo personale, con foto e descrizioni, nonché guardare e commentare i profili degli altri iscritti, leggendo allo stesso modo i commenti degli amici virtuali sulla propria pagina.

Per tali motivi, alcuni ricercatori hanno indagato il rapporto tra l’utilizzo dei social network e i sempre più diffusi Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA) con esordio in adolescenza e preadolescenza.

La letteratura più recente ha sottolineato che esiste una associazione tra l’esposizione ai media, l’insoddisfazione corporea e i DCA. Un meccanismo chiave risulta essere il confronto sociale (Smith et al., 2013): l’utilizzo della piattaforma social allo scopo di operare confronti sociali o auto-valutazioni negative sembra portare ad un aumento dei sintomi bulimici di binge/purge. Tale relazione è mediata dall’insoddisfazione corporea, che emerge soprattutto quando gli utenti effettuano confronti con le foto dei coetanei, in particolare quelli magri e attraenti (Rodgers & Melioli, 2016). Inoltre, la ricezione di commenti negativi in risposta ad aggiornamenti di status o alla ricerca di feedback è stata associata con livelli più elevati di preoccupazioni riguardanti il peso, la forma e l’alimentazione (Hummel e Smith, 2015).

All’interno di una eziologia multifattoriale, quindi, esiste un’associazione tra presenza di sintomi alimentari e mass media, in particolare i social network.  Quest’ultimi possono facilitare i confronti con modelli di bellezza irraggiungibili e influenzare la soddisfazione corporea e l’autostima dell’adolescente. I ragazzi interiorizzano tali ideali e, quando la loro apparenza non corrisponde a tali stereotipi, si sentono poco soddisfatti del loro aspetto esteriore e sperimentano insoddisfazione corporea.

In maniera straordinariamente facile, inoltre, è possibile entrare in contatto con i cosiddetti pro-anorexia websites o siti pro-Ana. Nati in epoca relativamente recente come movimento online di supporto alla virtuosità dell’Anoressia Nervosa (Norris, Boydell, Pinhas e Katzman, 2006), contengono informazioni ambigue e fuorvianti, promuovendo il disturbo come filosofia di vita e non come elemento patologico e motivo di sofferenza. Il materiale comunemente presente si focalizza sulla  thinspiration e si traduce in immagini di ragazze emaciate che tendono a rinforzare la distorsione dell’immagine corporea tipica del problema anoressico. Le immagini motivano alla perdita di peso corporeo, rinforzando i comportamenti restrittivi (Biolcati, 2010). L’esposizione al sito sembra avere effetti negativi immediati sulle ragazze giovani, in particolare una diminuzione dell’autostima e dell’auto-efficacia percepita, nonché una influenza sul confronto con l’immagine femminile e sulla piacevolezza di comportamenti legati al cibo, all’esercizio fisico ed al peso (Bardone-Cone e Cass, 2007).

Tali dati suggeriscono la necessità di una maggiore attenzione ai processi implicati nell’utilizzo dei social network e ai meccanismi che regolano la relazione tra l’uso delle piattaforme social, l’insoddisfazione corporea e i sintomi alimentari, favorendo un uso positivo del mondo web a cui si affacciano sempre di più anche i giovanissimi.

Sia l’Anoressia che la Bulimia, infatti, possono essere causa di complicanze mediche gravi se non trattate tempestivamente e adeguatamente (leggi anche VII Giornata nazionale del fiocchetto lilla: cosa sono i Disturbi dell’Alimentazione e come combatterli).  Questo rischio impegna sia i familiari a un’attenzione maggiore a comportamenti e pensieri “a rischio”, sia i professionisti dell’infanzia e dell’adolescenza a una diagnosi precoce e a un intervento terapeutico corretto, centrato non solo sul comportamento alimentare ma anche sul disagio emotivo sottostante il sintomo, sulla sofferenza familiare, e sull’eventuale comorbidità psichiatrica.

Adolescenti ed estate. Un tempo nuovo, tra angoscia ed opportunità

 All’estate chiedo
alberi gonfi di frutta e campagne dorate,
il mare azzurro e terrazze luminose,
la tregua di ogni paura e inquietudine,
un granello di allegria, una vibrazione di possibile.
Fabrizio Caramagna

 

L’estate, con  le sue giornate lente e illuminate dalla luce del sole dilatate nel tempo e nello spazio, rappresenta un momento dell’anno a cui tutti aspiriamo; una meta ambita  che nelle lunghe giornate invernali viene fantasticata e desiderata. Chi infatti durante un noioso pomeriggio invernale, preso tra studio o lavoro, non si è mai immaginato su una spiaggia paradisiaca a leggere un buon libro o a sorseggiare un drink ristoratore alla luce di un caldo pomeriggio estivo? Arrivati al momento delle vacanze qualcosa, però, può andare storto; ad essere catapultati in questo spazio libero e scardinato dai dettami della routine quotidiana ci si può ritrovare spaesati e con un misto di malinconia e di vuoto. Molti psicoterapeuti sono d’accordo nell’affermare che durante i periodi di vacanza, siano questi estivi o invernali, ci si può trovare di fronte ad un aumento dell’insofferenza e che sono molte le persone che in questi periodi dell’anno decidono di chiedere l’aiuto di un esperto.

Anche per gli adolescenti le lunghe vacanze estive rappresentano soprattutto il momento del tempo libero che apre la porta alle opportunità, un tempo che muta forma e sostanza; non ci sono più le campanelle scolastiche a scandire il ritmo delle mattinate e scompaiono i compiti che riempivano i pomeriggi. Ci si ritrova, così, a dover vivere secondo un ritmo ed un tempo interiore che trasforma la giornata dell’adolescente, che questo ritmo ancora fatica a trovarlo, in un’alternanza di noia e apatia da una parte e di iperattività e trasgressione dall’altra.

Così per molti ragazzi le vacanze possono rappresentare l’opportunità di entrare più in contatto con se stessi e la possibilità di dedicarsi alle proprie passioni, agli svaghi ed anche all’esplorazione, attraverso le esperienze con il gruppo dei pari, di nuove capacità sociali. Si intensificano infatti i momenti collettivi, che possono assumere le connotazioni di veri e propri riti di passaggio, e si sente più forte l’emergere della pulsionalità e di un corpo che si impone nelle sue esigenze e nei suoi bisogni. Fuori dalle regole e dalle incombenze quotidiane l’adolescente si allena dunque ad ascoltare i segnali provenienti dal suo mondo interiore cercando di metterli in relazione con quelli provenienti dall’esterno, un mondo nuovo da esplorare e da conoscere.

Ma cosa succede a chi questo ritmo interiore fatica a trovarlo?

La parola anoressia deriva dal greco e significa letteralmente “mancanza di appetito”; ciò che la ragazza anoressica ripropone simbolicamente nel suo rifiuto del cibo è una chiusura nei confronti dell’altro e del mondo, nella vita non vi è di fatto nulla da appetire. In un tempo vuoto come quello estivo, dove sono finite le attività quotidiane, la ragazza può ritrovarsi a sperimentare un vuoto interiore tradotto come un vero e proprio attacco alla propria identità. La scuola, che per molte di loro rappresenta un contenitore delle proprie ansie e un teatro della loro bravura, divenuta un appendice della propria identità è conclusa; essere “quella brava ragazza” che studia e che è la prima in tutte le attività scolastiche ed extrascolastiche non basta più. Tutte quelle sfide con cui un adolescente è chiamato a confrontarsi sono per loro molto difficili, sperimentare se stesse è quasi impossibile perché nel corso del loro sviluppo tali ragazze hanno perso la capacità di essere in contatto con se stesse.

La possibilità di iniziare a vivere in modo autentico e creativo, stabilendo relazioni sociali basate sul  reciproco scambio e non sul confronto e sulla competizione, affonda le sue radici in un periodo lontano nell’esistenza di ciascuno di noi. Lo sviluppo della propria identità prende le mosse dai primi stadi di sviluppo infantile grazie all’incontro con un ambiente capace di rispecchiare in maniera adeguata i bisogni e desideri accentandoli (Winnicott, 1971). Qualora l’ambiente, per i più svariati motivi, non è stato in grado di assolvere a tale funzione il bambino (e l’adolescente poi) tenderà ad accondiscendere ai desideri altrui, unico modo per garantirsi la vicinanza dell’altro. Per questo molte delle giovani ragazze anoressiche hanno perso la capacità di sperimentarsi e di scoprirsi attraverso le relazioni con l’altro ma, avendo l’occhio sempre puntato verso il fuori, si ritrovano schiave di un ideale imposto e della ricerca dell’approvazione sociale.

Così facendo divengono sempre meno in grado di accedere ad una dimensione autentica di un sé  in contatto con i propri desideri. Dover prendere contatto con i propri desideri significa per queste ragazze giunte alle soglie dell’adolescenza sperimentare un forte senso di vuoto identitario, tradotto sul corpo con la costante ricerca di una magrezza evanescente e con la necessità continua di sentire uno stomaco vuoto. Tale “passione per il vuoto” rappresenterebbe, dunque, proprio l’estremo sforzo di svuotare le proprie menti  dalla pienezza delle immagini e dei bisogni dell’altro ed il corpo, che la ragazza cerca di controllare così duramente, è un corpo che è divenuto luogo dell’Altro (Recalcati, 1997) e che viene così percepito come invadente e soffocante proprio, come abbiamo visto, l’ambiante esterno.

Questo corpo, diventato bersaglio di mille battaglie, in questo momento dell’anno inoltre viene esibito da tutti con più o meno disinvoltura e ci si confronta con amici e coetanei che, riuscendo a scoprirsi con maggior disinvoltura, rappresentano simbolicamente la loro maggiore apertura sociale. Essi sono, per la ragazza anoressica, più in grado di uscire e di affrontare le sfide sociali che in questo momento dell’anno si fanno più pressanti, le giornate calde dunque mettono di fronte alla possibilità di doversi scoprire, sia nel corpo che nei propri desideri ed opportunità. Nella ricerca della propria individualità, cosi come non mangiando la ragazza cerca strenuamente di liberarsi dalle proiezioni familiari, ritirandosi dalle sfide del sociale tenta di riscoprirsi individuo.

In estate aumentano le occasioni per stare insieme, e queste molto spesso si svolgono attorno al cibo, aperitivi in spiaggia, cene all’aperto; il cibo inteso nella sua forma conviviale del mangiare insieme, da sempre rappresenta un elemento di integrazione dell’individuo nella società. Se osserviamo la storia personale e collettiva possiamo notare come, ad ogni rito di passaggio, ci si ritrova insieme e spesso si celebra con un pranzo collettivo l’ingresso dell’individuo ad una nuova vita. Pranzare insieme garantisce il sentirsi parte di un gruppo e combatte l’isolamento (Lavanchy, 1994) che  molte volte in queste pazienti è invece ricercato come strumento di differenziazione.

Così possono ritrovarsi da sole, ritirate nel proprio mondo di conteggio di calorie ed alimentazione che se da un lato le protegge occupandone il pensiero e anestetizzando illusoriamente la mancanza di una vita relazionale adeguata dall’altra contribuisce a mettere sempre più distanza tra loro e quello che è il mondo reale.  Questo stile di vita drastico con la limitata assunzione di cibo, il progressivo ritiro sociale per eludere i momenti collettivi e la repressione più generale degli istinti e delle pulsioni del corpo rientrano in quello stile di vita ascetico che porta la ragazza anoressica ad allontanarsi dagli altri e da tutte quelle esperienze che invece sono fondamentali in adolescenza per crescere e sviluppare una buona capacità affettiva-relazionale.

L’estate rappresenta dunque un momento particolarmente difficile, che può esser coinciso con il momento in cui si sono concretizzate tutte le difficoltà (molto spesso infatti iniziano con una dieta proprio in questo momento dell’anno), ma che può attraverso un supporto adeguato divenire luogo di crescita e cambiamento (leggi anche L’estate e la moda del dieting: quali sono i rischi per gli adolescenti?). Un importante strumento che permetterà di dare forma a questo vuoto è il linguaggio, la sofferenza di queste ragazze necessita di essere accolta attraverso una relazione empatica e rispecchiante. Aumentare i momenti di confronto e di dialogo che non ruotano intorno al cibo, ma che cercano di accogliere e capire la difficoltà che in questo rapporto è riportata, può aiutare ad iniziare a capire e sentire le proprie necessità a livello emotivo e non più agirle attraverso il corpo. L’ascolto e l’accoglienza, più che il fare, rimangono dunque gli strumenti principali per affrontare la sofferenza di queste ragazze in estate come in qualsiasi momento del difficile anno vissuto.

 

Bibliografia

Lavanchy P. (1994). Il corpo in-fame. Milano: Rizzoli editore.

Recalcati M. (1997). L’ultima cena: Anoressia e bulimia. Milano: Mondatori.

Winnicott D.W. (1971). Gioco e realtà. Roma: Armando editore.

Binge Eating Disorder, il disturbo da alimentazione incontrollata

Il Binge Eating Disorder, conosciuto come BED o disordine da alimentazione incontrollata, è un disturbo alimentare caratterizzato dal consumo di grandi quantità di cibo in un discreto periodo di tempo, con sensazione di perdita di controllo, a cui susseguono forti sensi di colpa, disgusto e disagio verso se stessi e il proprio comportamento. E’ un disturbo della nutrizione e dell’alimentazione presente nel Manuale Diagnostico e Statistico per i Disturbi Mentali (DSM-5) e decritto come categoria diagnostica distinta dagli altri disordini alimentari.

L’insorgenza avviene tipicamente nella tarda adolescenza, spesso a seguito di una significativa perdita di peso ottenuta tramite una restrizione dietetica. Numerosi studi suggeriscono una forte associazione tra adolescenti in sovrappeso/obesi e BED e perdita di controllo nel mangiare. Mentre il Binge Eating è un fattore di rischio per l’obesità in bambini e adolescenti, in maniera reciproca il sovrappeso e l’obesità possono allo stesso modo aumentare il rischio di Binge Eating.

Ciò che caratterizza il BED sono gli episodi di abbuffata, che devono essere presenti almeno una volta a settimana per un mese, i quali non sono seguiti da comportamenti compensatori inappropriati, volti a ridurre i “danni” provocati dall’assunzione incontrollata di cibo. L’abbuffata è determinata dalla presenza di due caratteristiche: da una parte l’assunzione, in un periodo di tempo limitato, di grandi quantità di cibo che sono indiscutibilmente maggiori di quelle che la maggior parte degli individui mangerebbe nello stesso arco di tempo e in condizioni simili, e dall’altro un senso di perdita di controllo nei confronti dell’atto di mangiare. Per esempio, sentire di non poter smettere di assumere cibo o di non poter controllare cosa o quanto si sta mangiando. E’ soprattutto quest’ultimo aspetto a distinguere l’abbuffata dall’alimentazione quotidiana eccessiva o dalla semplice indulgenza.

I primi momenti dell’abbuffata possono anche essere piacevoli, momenti in cui il gusto e la composizione dell’alimento sono apprezzati. Con il passare dei minuti, però, queste sensazioni vengono sostituite da forte sofferenza psicologica, forte disagio e autoaccusa, senza riuscire a smettere di mangiare. La velocità con la quale si assume il cibo è così alta che la masticazione è appena accennata e l’atto del mangiare si riduce a riempire la bocca e deglutire in maniera meccanica.

Lo stato d’animo è particolarmente agitato, non si riesce a stare fermi o a resistere al desiderio di mangiare avidamente questo o quell’alimento, non importa se dolce o salato, si arriva a mangiare tutto ciò che si ha a disposizione in quel momento pur non avendo alcun senso di fame. Per questo motivo l’abbuffata è definita “compulsiva”. Talvolta si esce appositamente per fare la scorta e programmare la prossima abbuffata, possibilmente in segreto, lontano da altri occhi. Spesso si ricorre a notevoli sotterfugi, come mangiare normalmente in compagnia dei genitori e amici, per tornare poi a mangiare avanzi in modo furtivo e tenendo nascosto questo comportamento alterato per vergogna.

La sensazione descritta durante questi episodi è di essere in uno stato di trance, cioè in un alterato stato di coscienza: vivere l’episodio da spettatore piuttosto che da protagonista. La perdita del controllo può variare notevolmente da individuo ad individuo e può essere avvertito anche prima di iniziare a mangiare. Da altri è descritto come un’evoluzione graduale dal momento in cui ha inizio l’abbuffata. Da altri ancora è avvertito all’improvviso, solo dopo essersi resi conto aver mangiato troppo. L’atto di abbuffarsi giunge alla conclusione solo quando si ha una sensazione dolorosa di pienezza.

Con il passare del tempo e il perpetuarsi di questi episodi di abbuffata, il rischio cui si va incontro è convincersi della loro inevitabilità, costruendo in questa maniera una profezia che si auto adempie. A ciò segue sempre disgusto di sé, depressione o intensa colpa dopo aver mangiato troppo, senza però la messa in atto di comportamenti compensatori come vomito autoindotto, praticare un’eccessiva attività fisica o abusare di lassativi e/o diuretici (tipici invece nella Bulimia Nervosa).
Il livello di gravità è definito sulla base del numero di episodi di abbuffata che occorrono durante la settimana.

Spesso gli adolescenti in sovrappeso/obesi per far fronte all’insoddisfazione verso se stessi, il peso e la forma del corpo, adottano come soluzione quella di iniziare una dieta fai da te, fortemente restrittiva, che consiste nell’evitare alcuni alimenti, ridurre visibilmente le porzioni o addirittura saltare alcuni pasti, in autonomia, senza interpellare i genitori o chiedere aiuto ad un Nutrizionista. Questi atteggiamenti possono indurre un forte senso di deprivazione che può essere avvertito sia dal punto di vista fisiologico che cognitivo e che può scaturire l’insorgere del fenomeno dell’abbuffata. E’ solo quando s’inizia a interrompere questo circolo vizioso mangiando regolarmente, che gli impulsi ad abbuffarsi regrediscono fino a seguire un’alimentazione equilibrata sia nella quantità che nella qualità dei pasti.

Il trattamento più efficace nel contrastare questo disordine è attraverso una terapia psiconutrizionale interdisciplinare, che prevede l’intervento di differenti figure professionali (Nutrizionista e Psicologo Psicoterapeuta) e una collaborazione reciproca al fine di determinare con il tempo un’importante diminuzione fino alla scomparsa delle abbuffate e acquisire gli strumenti necessari alla ripresa di un rapporto sereno ed equilibrato con l’alimentazione.

 

Bibliografia:
– Manuale Diagnostico e Statistico per i Disturbi Mentali, DSM-5
– He, Jinbo, Zhihui Cai, and Xitao Fan. “Prevalence of binge and loss of control eating among children and adolescents with overweight and obesity: An exploratory meta‐analysis.” International Journal of Eating Disorders 50.2 (2017): 91-103.
– Caviglia, G., and F. Cecere. “I disturbi del comportamento alimentare.” Carocci Faber (2007).

Disturbi alimentari dell’infanzia: cos’è l’ARFID

L’ultima edizione del Manuale Diagnostico e Statistico per i Disturbi Mentali (DSM-5) ha introdotto tra i Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione un nuovo disturbo, meglio conosciuto con l’acronimo ARFID (Avoidant-Restrictive Food Intake Disorder, o Disturbo dell’alimentazione evitante/restrittivo) che si manifesta principalmente in età evolutiva, spesso dai 2-3 anni di età fino alla pre-adolescenza. Si tratta di quei bambini che vengono definiti “schizzinosi” o “selettivi” perché appaiono poco interessati al cibo o perché limitano l’assunzione di cibo a pochissime pietanze scelte in base al colore, all’odore o alla consistenza. In alcuni casi, invece, l’evitamento di certi alimenti da parte di questi bambini è riconducibile a una paura, magari perché hanno visto qualcuno ha che ha rischiato di soffocare per un boccone andato di traverso, oppure la brutta esperienza è capitata a loro stessi.

Quando parliamo di difficoltà alimentari è necessario però distinguere, soprattutto in età infantile, quelle forme passeggere, espressione di un normale sviluppo evolutivo, da quelle che rappresentano dei veri e propri disturbi. Per esempio, in molti casi l’alimentazione selettiva non ha un’influenza negativa sullo sviluppo psico-fisico, perché il bambino mantiene un introito calorico adeguato, e può risolversi spontaneamente nell’adolescenza, quando la pressione dei pari si associa ad un allargamento della varietà dei cibi assunti. Perciò, quando si parla di ARFID?

La diagnosi di ARFID viene fatta solo se queste anomalie nell’alimentazione si associano a conseguenze importanti e in particolare a: una significativa perdita di peso; l’insorgenza di carenze nutrizionali; la necessità di ricorrere a integratori alimentari, a supporto di una nutrizione carente, o addirittura alla nutrizione con un sondino nasogastrico; limitazioni nella vita sociale, per cui il bambino non esce più o non vuole più andare a pranzo o a merenda dagli amici perché sa che avrà delle difficoltà con i cibi proposti.

In generale, quindi, una rapida perdita di peso, la presenza di un disagio emotivo o relazionale, la tendenza all’isolamento, repentini cambi di umore e una tendenza ad evitare quelle situazioni familiari o sociali collegate al cibo possono rappresentare i primi campanelli d’allarme.

Il disturbo alimentare di un figlio spesso sollecita paure e ansie in un genitore rispetto alle potenziali conseguenze sul piano fisico che il rifiuto del cibo può provocare. Tuttavia, il rischio è che l’attenzione si concentri solo sul sintomo alimentare, senza andare ad indagare i motivi che spingono il bambino o l’adolescente a rifiutare il momento del pasto.

Cosa può fare, quindi, un genitore?

La prima cosa da tenere a mente, ancora prima che possa presentarsi un problema, è quella di imparare a non dare al cibo un significato eccessivo. I bambini, anche dopo lo svezzamento, hanno una grande capacità di autoregolazione: se dicono (o manifestano) di non volere più cibo in genere non è il caso di insistere. Spesso il genitore teme che il proprio figlio non si nutra a sufficienza, in tal caso può essere utile confrontarsi con il pediatra per rendersi conto delle sue esigenze nutrizionali. Se il bambino comincia a essere un po’ selettivo, è bene non preoccuparsi subito. Come abbiamo visto, può essere una fase e può dipendere da gusti individuali, che possono essere gradualmente “educati”. Non bisogna stancarsi di riproporre più volte gli alimenti che vengono rifiutati, chiaramente a distanza di qualche giorno.

È bene, inoltre, evitare atteggiamenti iperprotettivi, o al contrario molto rigidi e controllanti, con punizioni, ricatti, premi supplementari, che aumenterebbero il rischio di attivare nel bambino comportamenti oppositivi.

In presenza di una difficoltà, infine, è sempre estremamente utile tenere aperto un dialogo e parlare con bambini e ragazzi delle loro paure e difficoltà, mantenendo un atteggiamento attento ma non controllante o giudicante.

Se pur mantenendo un atteggiamento equilibrato permane la percezione di un problema, è utile contattare il pediatra che può eventualmente indirizzare a un centro specialistico per la diagnosi e la cura dei Disturbi Alimentari. L’intervento precoce è fondamentale, perché quanto prima si individua il problema, tanto più è facile intervenire con programmi terapeutici intensi.

La letteratura evidenzia un’eziopatogenesi multifattoriale dei Disturbi Alimentari che coinvolge sia aspetti più strettamente medici, che aspetti psicologici individuali e familiari; ricordiamo, pertanto, che il trattamento deve essere integrato e perpetuato da più figure professionali (psichiatri, psicologi, nutrizionisti).  In età evolutiva, inoltre, il coinvolgimento dei genitori nel trattamento dei Disturbi Alimentari è di fondamentale importanza, come viene evidenziato dalle più recenti linee guida nazionali e internazionali (RANZCP-CPG, 2014; APA,2006; NICE, 2004), pertanto sono proprio i genitori a costituire la principale risorsa nella guarigione.

Pubertà e corpo in adolescenza: che cosa mi è accaduto?

“Destandosi un mattino da sogni inquieti, Gregor Samsa si trovò tramutato, nel suo letto, in un enorme insetto. Se ne stava disteso sulla schiena, dura come una corazza, e per poco che alzasse la testa poteva vedersi il ventre abbrunito e convesso, solcato da nervature arcuate sul quale si reggeva a stento la coperta, ormai prossima a scivolare completamente a terra. Sotto i suoi occhi annaspavano impotenti le sue molte zampette, di una sottigliezza desolante se raffrontate alla sua corporatura abituale.
«Che cosa mi è accaduto?», si domandò. Non stava affatto sognando.”
Franz Kafka, La metamorfosi.

“Io è un altro. Se l’ottone si sveglia tromba, non è affatto colpa sua.”
Arthur Rimbaud, Lettera a Paul Demeny.

Una rivoluzione, un rivolgimento di tutti i parametri noti, a partire dal corpo: questo sembra succedere in pubertà, nel passaggio dall’infanzia all’adolescenza. Nell’arco di un tempo relativamente breve, diventiamo d’improvviso più alti, si sviluppano i genitali, crescono i peli, la barba nei maschi, il seno nelle ragazze, e ancora le mestruazioni, o la prima eiaculazione, tutti questi liquidi, e gli odori più forti, nuove spinte, nuove sensazioni… E tutto in maniera così confusa e disarmonica. Una domanda inevitabile: “Che cosa mi è accaduto?”. Già… Ci ritroviamo adolescenti. Ma come? Dove è finito il nostro corpo, quello che conoscevamo? Perché è un cambiamento che non abbiamo chiesto, la pubertà arriva senza troppo preavviso e ci espropria del corpo dell’infanzia, in cui abitavamo così bene.

Sentiamo in noi una spinta che ci trasforma, e che non dipende da noi. Non sappiamo più chi siamo, né chi diventeremo… Sarà spuntato un altro brufolo? Perché ho le spalle così piccole? Perché le mie cosce, la mia pancia, sembrano sempre più grosse? E questo seno, cresce o no? Come sono fatto/a? Che cosa è mio?

Per di più ogni cosa sembra continuare a mutare, chissà che succederà domani… Tutto questo è tale da provocare sensazioni di angoscia e paura innominabili. Ed ecco che ci fermiamo ore davanti allo specchio, quasi nel tentativo di studiare la nostra immagine, di riconoscerci in qualche modo, o di dare un ordine a ciò che ci sembra così confuso. Lo specchio alleato, con cui confrontarsi costantemente, e lo specchio ostile, da cui fuggire per il timore di vedervi riflessa un’immagine che non ci piace, che non corrisponde alle nostre aspettative.

Ma la guerra dichiarata è contro il corpo, quel corpo che è diventato un estraneo. E per di più un estraneo ingombrante, che non riusciamo a nascondere, a coprire, quel corpo che mostra delle forme che ci espongono allo sguardo altrui. Chissà che vedono gli altri… Sarò normale? È normale quello che sento dentro, mi appartiene?

Quello che tentiamo inconsapevolmente di controllare è proprio ciò che sfugge al nostro controllo, la sessualizzazione di un corpo pubere, che è sotto gli occhi di tutti. Siamo, evidentemente, maschi o femmine, avvertiamo nuove pulsioni potenti e prima sconosciute, siamo attratti dai nostri coetanei in un modo diverso da prima, che un po’ ci eccita e un po’ ci fa paura, il corpo ci lancia segnali che non sappiamo interpretare ma che intanto sono lì, prepotenti e urgenti, e che non possiamo ignorare.
E non possiamo nasconderle, tutte queste pulsioni ed emozioni, facciamo gesti di cui ci pentiamo un attimo dopo, diventiamo rossi di imbarazzo o di vergogna quando non lo vogliamo…

Nasce davvero un bisogno di restare presso di noi, un bisogno di intimità, ci chiudiamo in camera, non vogliamo comunicare né sentire nessuno, siamo isolati rispetto al mondo degli adulti con cui avevamo prima tanta familiarità. Dobbiamo prendere le distanze dai nostri genitori, finché non avremo trovato un nuovo modo di stare e di comunicare, il nostro nuovo corpo sessuato ce lo impone: lo sviluppo puberale ci ha avvicinato troppo, resi simili a loro, uomini e donne, loro non sono più solo mamma e papà.

Abbiamo perso le certezze costruite durante gli anni dell’infanzia. Avevamo imparato tutte le regole, come comportarci, sentivamo di avere dentro di noi un mondo sicuro con dei genitori che ci guidavano. E ne abbiamo nostalgia. C’è un duro lavoro da fare, un lavoro di lutto per quell’immagine di noi che avevamo costruito, per le figure interne che ci accompagnavano e ci rassicuravano, a tutto questo dobbiamo rinunciare, per poterci lanciare in un mondo completamente nuovo.

Dobbiamo trovare un nuovo senso, un nuovo codice a quello che ci sta capitando e che non abbiamo scelto. Non abbiamo scelto di avere quegli occhi, quel naso, quelle gambe, di essere maschio o femmina, niente sembra dipendere dalla nostra volontà. Siamo arrabbiati, offesi, delusi, insoddisfatti… In bilico tra il mondo dell’infanzia e quello dell’età adulta, tra il bambino che non siamo più e quello che siamo ancora, tra l’adulto che non siamo ancora e quello che cominciamo a essere (come dice A. Birraux).

Anche per questo siamo pieni di contraddizioni: ci comportiamo come se fossimo già adulti ma la regressione è dietro l’angolo, tornare a qualcosa che ci apparteneva da bambini, tornare noi un po’ bambini è un rifugio perché cerchiamo un ancoraggio, un’identità che conoscevamo e così difficile da abbandonare. E viviamo nel caos: proprio perché abbiamo dentro un mondo da risistemare, anche il nostro mondo fuori rispecchia questa disorganizzazione.

Di fronte a un’angoscia e a uno spaesamento che non possono essere completamente sentiti, pena il rischio di un blocco totale, l’unica arma che sentiamo in nostro potere è fare opposizione. Possiamo opporci attraverso i nostri vestiti, i piercing, la musica che ascoltiamo, il linguaggio che adottiamo. Non pensiamo: agiamo, con il corpo e sul corpo, per tentare di riprendere il controllo e per sperimentare le nostre nuove possibilità, imparare a conoscere e guidare questo nuovo mezzo che abbiamo. Diventiamo attivi per contrastare la passività che questo corpo altro ci ha fatto subire.

Perché, quando parliamo di corpo, è chiaro che parliamo di qualcosa che sta al crocevia tra lo psichico e il biologico, e quello di costruzione e ricostruzione di una rappresentazione di sé diventa un lavoro vero e proprio. Un lavoro che da fuori non si vede, un lavoro che nemmeno noi sappiamo di compiere. Attraverso ciò che facciamo, le scelte avventate in cui ci lanciamo, la nostra impulsività, l’incontro con i nostri coetanei, eccitati, spaventati e angosciati quanto noi, stiamo tentando di incontrare noi stessi e di elaborare e riappropriarci di questo corpo. Per poter finalmente dire «Questo sono io».

Che cosa ci occorre per attraversare questa crisi?
È il tempo, un tempo che ci traghetti verso un’identità, un tempo di attesa. Ma il tempo è proprio quello che ci sembra di non avere, noi non ci possiamo fermare. E allora, anche se proprio non possiamo né dirlo né pensarlo, forse avremmo anche bisogno di qualcuno che tolleri per noi. Degli adulti che tollerino il tempo al posto nostro, che tollerino il nostro diventare irritanti, oppositivi, chiusi, provocatori, “incomprensibili”… Adulti che sappiano comprendere che noi, forse per la prima volta, ci sentiamo divisi, non siamo più “noi”, sentiamo che “Io è un altro”, un estraneo inquietante.

Adulti che, nonostante sembriamo strani, non vedano in noi solo un mostro – come è successo al povero Gregor Samsa – ma una nuova vitalità, e che ci sappiano rispettare con discrezione. Adulti che non si mettano a competere con noi ma che ci facciano da limite, perché le infinite possibilità che abbiamo davanti non ci disorientino troppo. Adulti che siano adulti, cioè, come vuole il significato stesso della parola, già “cresciuti” (prima di noi).

Bibliografia
– Birraux, A. (1990), L’adolescente e il suo corpo. Tr. it. Roma: Borla.
– Jeammet, P. (1992), Psicopatologia dell’adolescenza. Tr. it. Roma: Borla.

Il viaggio dell’eroe: separarsi e individuarsi attraverso la relazione nutritiva

Noi non veniamo dalle stelle o dai fiori,
ma dal latte materno. Siamo sopravvissuti per
l’umana compassione e per le cure di nostra madre.
Questa è la nostra principale natura.
Shakespeare, Re Lear

Perché mio figlio non mangia?” É questa la domanda che spesso sentiamo porci da molte mamme, estremamente preoccupate dei comportamenti alimentari del proprio bambino.

Il rapporto con il cibo è ricco di significati, a volte ambivalenti, che trascendono quasi sempre l’esclusiva introduzione nel proprio corpo delle sostanze nutritive necessarie allo sviluppo. Sin dai primi giorni della gestazione è alla donna che è affidato il compito della sopravvivenza di quella parte che piano piano si sta generando dentro di lei, il feto si nutre attraverso la madre e dopo, nei primi mesi di vita, tale stretto rapporto rimane vitale per il bambino che non potrà sopravvivere senza quella persona speciale ed amorevole che si prende cura di lui (leggi anche L’alimentazione prima e durante la gravidanza: i consigli dell’esperto).

Possiamo, dunque, pensare al parto come la prima separazione tra la donna che è chiamata a rinunciare a quella parte di sé creativa che ha generato ed il bambino che si trova costretto ad abbandonare quello stato di fusione completa e rassicurante in cui è vissuto per nove mesi. Per la prima volta si trova da solo ad affrontare i rumori e la luce del mondo nuovo, iniziando così un lento ma progressivo viaggio verso la sua individuazione.

Il bambino già da subito è preparato per questo cammino venendo al mondo con la capacità di orientarsi verso il volto umano (Johnson e Morton, 1991) e preferendone dopo poco uno in particolare, quello della mamma (Field, 1984) di cui è in grado di afferrarne il seno succhiando per nutrirsi. Quello che cerca da subito, però, non è soltanto il cibo quale fonte di nutrimento ma la vicinanza di quella persona speciale e l’instaurarsi della relazione necessaria alla vita perché fonte di amore e di cura.

Sin dal principio quindi il cibo è veicolo di calore e di affetto ed è attraverso queste prime esperienze relazionali che il bambino impara a sentire i propri bisogni e che esiste un altro diverso da sé in grado di soddisfarli. Attraverso un’alternanza di stati di disintegrazione (l’esperienza della fame) e di integrazione (il soddisfacimento della fame attraverso il seno materno ed il ritorno, anche se temporaneo, a quello stato perfetto e fusionale primordiale) il bambino impara ad essere ed esserci. Piano piano capisce di essere separato dalla madre, di esistere grazie a lei ma distinto da lei.

Con il progredire dello sviluppo acquisisce poi nuove competenze, riesce a stare seduto da solo, inizia a muoversi più autonomamente nello spazio e spuntano i primi dentini; la natura ci sta comunicando che è pronto per mangiare qualcos’altro ed è così che inizia lo svezzamento. Tale momento rappresenta una seconda separazione, il cibo materno non è più sufficiente al bambino che ha bisogno ora di qualcos’altro di diverso dalla madre per sopravvivere.

Momentanee difficoltà alimentari sono fisiologiche in alcune fasi di transizione (Brazelton, 2003) ed in questo momento così delicato può accadere di scontrarsi con un bambino che pretende di fare da solo e comincia a sviluppare i propri gusti personali; da una parte la mamma dedicherà molto del suo tempo alla preparazione dei piatti giusti per continuare a fornire quel buon nutrimento come prima dall’altra il bambino inizierà a sperimentare a suo modo il cibo cercando di conoscerlo con tutti i sensi a sua disposizione perché la conoscenza per lui si verifica attraverso gusto, vista, olfatto e tatto in un insieme imprescindibile.

Non a caso questo passaggio coincide con quella fase di sviluppo molto importante che la psicanalista inglese Mahler (1978) ha indicato con il nome di separazione-individuazione. Non solo il bambino sta cercando di separarsi ma sta cercando di affermare se stesso, di individuarsi come persona autonoma e distinta, per questo nel primo e secondo anno di vita può rifiutare il cibo tanto faticosamente preparato per lui. Ogni bambino possiede un proprio schema alimentare ed una personale curva di crescita, l’alimentazione rappresenta quindi il primo incontro dei genitori con l’individualità di loro figlio che trova nell’atto di nutrirsi uno spazio di desiderio e di scelta tipicamente personale.

A tale costruzione personale contribuiscono l’atteggiamento e l’esempio dei genitori che determineranno la possibilità o meno del bambino di aprirsi a nuovi cibi e nuove esperienze. Un atteggiamento estremamente preoccupato non favorirà tale capacità esplorativa, e finirà per essere intrusivo e causa di conflitti inutili. Per questo generalmente è buona norma non preoccuparsi eccessivamente dei rifiuti ma di creare a tavola un’esperienza piacevole poiché in condizioni di buona salute le condotte fisiologiche come il nutrirsi, se lasciate funzionare spontaneamente, non creano problemi mentre si modificano in eccesso o in difetto quando divengono contenitori di emozioni spiacevoli.

Se i genitori non accettano le scelte alimentari del figlio, facendo prevalere sui suoi bisogni e desideri le loro aspettative e convinzioni, questo si ripercuoterà anche sull’accettazione delle future scelte del figlio disconoscendone la sua individualità (Montecchi, 2016).

Dunque se un bambino mangia troppo o troppo poco cosa ci sta comunicando? Forse sta dicendo: “anche grazie alle tue amorevoli cure, mamma, ho capito di esistere ed ora sono pronto ad affrontare il mondo più autonomamente ma ho bisogno di essere riconosciuto da te quale sono”. Come fare allora? L’importante é continuare ad esserci, modificando il proprio comportamento in relazione alle nuove competenze del bambino, compito non facile perché si scontra con i vissuti delle mamme che possono sentirsi rifiutate e non adatte come genitori, e che, soprattutto, devono rinunciare a pensare al figlio come un’estensione del proprio sé corrispondente esclusivamente ai propri desideri.

Diamo dunque al momento del pasto il valore che merita; dalle prime fasi di sviluppo, e cosi per tutta la vita, tali momenti sono soprattutto attimi di condivisione di affetti ed esperienze e sarebbe importante sin da subito rispettarne tale valenza e non trasformare il momento del nutrimento in un terreno di conflitti e di adempimento di prestazioni.

 

Bibliografia
– Brazelton T.B. (2003). Il bambino da zero a tre anni. Fabbri Editori: Milano
– Field, T.M., Cohen, D., Garcia, R., & Greenberg, R., (1984). Mother-stranger face discrimination by the newborn. “Infant Behavior and Development” 7: 19-25.
– Johnson, M.H., Dziurawiec, S., Ellis, H.D., & Morton, J. (1991/a). Newborns’ Preferential Tracking of Face-Like Stimuli and its Subsequent Decline. “Cognition” 40: 1-19
– Mahler M. (1978). La nascita psicologica del bambino. Boringhieri,: Torino
– Montecchi F. (2016). I disturbi alimentari nell’ infanzia e nell’adolescenza per comprendere, valutare, curare. Franco Angeli Editore: Milano.

fiocchetto lilla

VII Giornata nazionale del fiocchetto lilla: cosa sono i Disturbi dell’Alimentazione e come combatterli

Si celebra il 15 marzo prossimo la VII giornata nazionale del fiocchetto lilla dedicata ai Disturbi dell’Alimentazione e della Nutrizione (DA), nata per diffondere la conoscenza su queste forme di patologia e per promuovere la consapevolezza che queste patologie si possono oggi curare.

I Disturbi dell’Alimentazione (DA) costituiscono un insieme di sindromi ad eziologia multifattoriale che, in una fascia di età precoce, possono presentarsi in modo estremamente variabile: accanto a forme temporanee inscrivibili all’interno di precise tappe evolutive e di alcuni momenti critici dello sviluppo, si possono, infatti, delineare quadri molto seri che determinano un grave impatto sullo sviluppo sia fisico che psicologico del bambino, con un rischio di morte del 1.8 %.

Una delle forme più comuni è sicuramente l’Anoressia Nervosa (AN), una grave forma psicopatologica che consiste nel rifiuto di assumere cibo in quantità adeguata per mantenere il peso corporeo entro limiti fisiologici per l’età e l’altezza; si accompagna a un’alterata percezione dell’immagine corporea per quanto riguarda forma e dimensioni spesso accompagnata da comportamenti di compenso come il digiuno, il vomito autoindotto o l’abuso di lassativi o diuretici. Colpisce, nel 95% dei casi, le ragazze tra i 12 e i 18 anni, ma esistono casi sempre più frequenti in cui la sintomatologia si sviluppa anche nei maschi e nelle bambine prepubere verso i 9 anni.

La Bulimia Nervosa (BN) assume caratteristiche psicologiche molto simili all’AN, ma coloro che ne soffrono non raggiungono mai il grave deperimento tipico dell’AN, riuscendo al contrario a mantenere un rapporto peso-altezza apparentemente adeguato e per questo più difficile da riconoscere. La caratteristica centrale della bulimia nervosa è un comportamento alimentare caratterizzato da abbuffate associate a comportamenti di compensazione (vomito autoindotto, lassativi, diuretici, intensa attività fisica) per evitare che l’ingestione di troppe calorie causi un aumento del peso corporeo. Per abbuffate si intendono episodi durante i quali si ingeriscono grandi quantità di cibo in un breve periodo di tempo, avendo la sensazione di aver perso completamente il controllo rispetto a quello che si sta mangiando.

Come nell’anoressia, anche nella bulimia, l’insoddisfazione per il proprio corpo rappresenta un aspetto psicopatologico centrale che influenza in modo sproporzionato il proprio livello di autostima. Per la bulimia l’età media di esordio è compresa tra i 15-18 anni.

Recentemente, inoltre, il DSM-5 ha introdotto una nuova categoria diagnostica per i DA in infanzia ovvero il Disturbo evitante/restrittivo o ARFID nel suo acronimo inglese. Tale disturbo è caratterizzato da un comportamento alimentare restrittivo che può interferire con la normale curva di crescita staturo-ponderale del bambino o può determinare una importante perdita di peso. A differenza dell’AN, però, dove il rifiuto del cibo è legato al controllo del peso e ad una alterata percezione dell’immagine corporea, nell’ARFID la restrizione alimentare può essere dovuta a mancanza di interesse verso il cibo, ai suoi aspetti sensoriali o alla paura delle conseguenze che l’atto del mangiare può provocare (es. vomito, mal di stomaco, soffocamento).

I disturbi del comportamento alimentare sono, tra i disturbi psichiatrici, quelli che richiedono la maggiore collaborazione possibile tra i medici con differenti specializzazioni. Infatti sia l’anoressia che la bulimia sono causa di complicanze mediche sostanzialmente gravi.  Questo rischio impegna i professionisti dell’infanzia e dell’adolescenza a una diagnosi precoce e a un intervento terapeutico corretto, centrato non solo sul comportamento alimentare ma anche sul disagio emotivo, sul disturbo ossessivo del pensiero, sulla depressione, sulla sofferenza familiare. Il trattamento di questi aspetti deve essere programmato per diverso tempo e prevede interventi in combinazioni variabili: psicoterapeutici individuali o di gruppo, di terapia familiare, psicofarmacologici.

È possibile guarire se si garantisce la precocità della diagnosi e la correttezza dell’intervento. Il trattamento però deve essere integrato, richiedendo l’intervento di più figure professionali (es. psichiatri, psicologi, nutrizionisti, specialisti di medicina interna).