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Alimentazione e attività fisica ai tempi del coronavirus. Consigli pratici per affrontare la quarantena

Questo periodo di quarantena forzata a casa mette a dura prova la nostra salute mentale da un lato (vedi anche Soffrire di Disturbi Alimentari ai tempi del Coronavirus. Consigli pratici per affrontare la quarantena) e la nostra salute fisica dall’altro, incidendo molto sulle abitudini alimentati e sul movimento.

 

Quali sono i rischi maggiori a cui si può andare incontro?

 

In generale, per la maggior parte di noi, rimanere a casa vuol dire ridurre di molto anche il minimo movimento fisico che eravamo abituati a fare quotidianamente ed incrementare le ore passate seduti di fronte al computer, per studiare o lavorare. In più, abbiamo a disposizione 24 ore su 24 una dispensa ricca di alimenti, e avendo più tempo libero ci dilettiamo nel preparare ricette sfiziose e golose.

I rischi principali sono legati alla sedentarietà e all’iperalimentazione, dunque all’incremento di peso e al peggioramento delle abitudini quali-quantitative della nostra dieta.

 

Quali consigli utili per mantenerci in salute?

 

  • Cercare di svegliarsi sempre di buonora mantenendo una regolarità quotidiana, anche se non si è in smartworking
  • Dedicare un preciso momento della giornata ad esercizi fisici (si possono seguire lezioni online o ci si può accordare con amici per farlo insieme in videochiamata)
  • Cercare di mantenerci attivi nelle attività quotidiane (giocare con i bambini o con i cani, svolgere faccende domestiche, utilizzare le scale le volte in cui si esce, ascoltare musica ballando)
  • Alzarsi in maniera regolare per sgranchire le gambe e fare una piccola passeggiata per casa, se si lavora o studia al computer
  • Andare a fare la spesa con una lista dettagliata, utile per non dimenticare nulla e per evitare di comprare alimenti “in più” non salutari
  • Dedicare un momento specifico al pasto, apparecchiando la tavola, condividendolo con chi è a casa ed evitando di mangiare mentre si lavora/studia
  • Preferire dolci e lievitati fatti in casa a quelli confezionati
  • Rispettare sempre i 5 pasti per evitare di essere affamati durante la giornata (vedi anche E se tra un pasto e l’altro mettessimo degli spuntini?, La prima colazione: al mattino un appuntamento con la salute!)
  • Fare pasti principali completi (una fonte di carboidrati, una di proteine e una o più porzioni di verdure) per regolare al meglio il senso fame/sazietà
  • Nei momenti di noia o tristezza, provare a cercare un’attività che ci possa aiutare (una chiamata ad un amico, una chiacchierata con chi è a casa, un gioco da tavola, ascoltare della musica mentre si balla o si disegna)

Per approfondire clicca qui e visita il sito del Ministero della Salute.

 

E in caso di pazienti che soffrono di Disturbo Alimentare?

 

Per i pazienti che soffrono di Disturbi Alimentari rimanere a casa con una dispensa piena e costretti alla quasi totale inattività fisica può diventare una fonte di angoscia importante. I rischi possono essere differenti. La paura di eccedere, così come il pensiero di aver ridotto al minimo il dispendio energetico giornaliero può indurre a restrizioni alimentari, all’utilizzo di metodi di compensazione, ad iperattività fisica. Al contrario, l’elevata disponibilità di cibo, così come i momenti di noia, difficoltà o preoccupazione possono incrementare gli episodi di abbuffata (vedi anche Binge Eating Disorder, il disturbo da alimentazione incontrollata). In entrambi i casi si può andare incontro ad un peggioramento della condizione psicofisica.

Cosa fare in questi casi? Il consiglio principale è quello di mantenere attivo il contatto con l’équipe di professionisti che si occupa della presa in carico. La tecnologia fortunatamente ci permette di poter comunicare a distanza, dunque è sempre bene far riferimento ai propri curanti prima di modificare le indicazioni alimentari o intraprendere un’attività fisica a casa. Per i genitori, inoltre, il suggerimento è quello di mantenere un occhio attento e vigile, ma non controllante, sui comportamenti dei propri figli, cercando sempre il dialogo quotidiano per affrontare le paure e le difficoltà (vedi anche Soffrire di Disturbi Alimentari ai tempi del Coronavirus. Consigli pratici per affrontare la quarantena).

Il valore di un dono solidale

“Nessun regalo è troppo piccolo da donare, e nemmeno troppo semplice da ricevere, se è scelto con giudizio e dato con amore”

F. Kafka

 

Si avvicina Natale, il periodo dell’anno che più di tutti punta i riflettori sul senso del “dono”.  Quella dello scambio dei regali è una delle più antiche tradizioni dell’uomo, esiste da sempre ed è carica di significato: regalare qualcosa a qualcuno è, infatti, un gesto relazionale e per questo i regali di Natale rappresentano un’occasione per mostrare affetto e rafforzare i legami con amici e parenti.

Regalare e donare, però, non sono la stessa cosa, come ci spiega anche l’etimologia delle due parole: regalo, ad esempio, deriva dallo spagnolo regalia riferita anticamente ai diritti spettanti al re di cui egli poteva fare concessione ai suoi sottoposti per ricompensa di altri servigi. Regalare addirittura ha tra i suoi significati “mostrare magnificenza”, quindi la parola regalo sembra riferirsi più al significato sociale dello scambio, dove cioè c’è qualcuno che fa qualche cosa in cambio di altro, in cui l’obbligo sembra prevalere sul piacere. Spesso si offre un regalo per dovere, per contraccambiarne un altro o semplicemente per convenzione sociale. Chi di noi, infatti, può dire di non aver mai provato la strana sensazione di non spontaneità nel momento di “dover” fare un regalo?

Noi usiamo, però, anche un’altra parola come sinonimo di regalo, soprattutto a Natale, ed è la parola dono. L’origine di questa parola è completamente diversa, deriva dal latino donum, il dare all’altro, “ciò che si dà senza attesa di ricompensa”. Non è un regalo che fai alla persona ma alla relazione e all’affetto che condividi con l’altro, è un omaggio ai sentimenti, un segno di gratitudine nei confronti della relazione con quella persona.

Attraverso l’azione del dono comunichiamo alla persona che lo riceve anche qualcosa di noi stessi che si manifesta nella scelta di quel determinato regalo; in questo risiede anche il valore più strettamente psicologico del “donarsi”, ossia lasciarsi andare all’altro, mostrare sé stessi, tanto una propria idea quanto un’emozione.

Il regalo, in questo senso originale ed autentico, diviene quindi un atto intimo, costruttivo e creativo. Ci sono regali, per esempio, che possono dare vita a tante piccole storie ed è il caso dei regali solidali: è per questo motivo che quest’anno l’Associazione Demetra è presente alla quarta edizione di The Christmas City il 14 e 15 Dicembre (con sede a Pratibus, città di Roma), evento della capitale che mai come quest’anno si configura anche come un appuntamento con la solidarietà.

Sarà un’occasione per partecipare con un tuo contributo, proprio attraverso la scelta di un dono solidale, ai progetti che da anni l’Associazione porta avanti per promuovere la prevenzione e la cura dei disturbi alimentari (http://www.centroclinicodemetra.it/progetti-in-corso/).

Scegliendo un dono solidale il regalo è sempre doppio ed il valore è molto più grande di un regalo convenzionale: è un dono per chi lo riceve e diventa un dono anche per tutte quelle persone che non conosci, ma che grazie al tuo gesto solidale potranno ricevere un aiuto concreto.

Nel suo significato originale, il dono è cambiamento, è sviluppo e creazione di una situazione diversa; soprattutto è incontro e relazione.

Il valore che può assumere un dono solidale è perciò smisurato perché mette in connessione le persone riuscendo talvolta a trasformare la vita di qualcuno.

 

Detrazioni fiscali donazioni

 

Ricorda, inoltre, che un Natale solidale è il frutto di azioni di beneficenza che potrai detrarre dalle tasse. Sostenere un ente di beneficenza attraverso regali o donazioni ti permetterà di godere delle detrazioni fiscali previste sull’acquisto di materiale per fini benefici e sul valore monetario di beni, o azioni, devolute in beneficenza. Ti basterà, in sede di dichiarazione dei redditi, presentare il modulo fiscale consegnato dell’ente che hai deciso di sostenere.

Informati con il tuo commercialista, per avere un quadro normativo dettagliato e usufruire delle agevolazioni previste.

Lo spazio sociale: uno specchio del benessere individuale

Nell’organizzazione che caratterizza attualmente la quotidianità di molti bambini e ragazzi, si possono ritrovare tante attività strutturate dirette dagli adulti (scuola, sport, corsi di lingue, di musica, ecc.) e poco spazio da dedicare alla frequentazione spontanea dei coetanei. Se da un lato quindi viene incentivata dalle famiglie l’acquisizione di nuove nozioni e capacità, con la frequente incentivazione degli aspetti prestazionali e di competizione, dall’altro manca la considerazione degli spazi di socializzazione spontanea come fattori altrettanto rilevanti.

Ma tra i compiti evolutivi tipici del percorso di crescita risulta fondamentale, nelle diverse età, c’è proprio il confronto con i coetanei, che può risultare un traino per l’acquisizione delle competenze relazionali. Il gruppo dei pari va a costituirsi infatti come un importante riferimento al di fuori del contesto familiare, fornendo termini di paragone e di relazione diversi rispetto ai genitori ed ai fratelli/sorelle. Le grandi differenze rispetto ai gruppi guidati dagli adulti e/o precostituiti sono rappresentate dalla possibilità di scegliere ed essere scelti dalle persone con le quali entrare in relazione e dalle motivazioni alla base della frequentazione del gruppo, che non sono dettate da obiettivi fissati da altri, ma dal mero piacere personale.

Nel rapporto con i coetanei il corpo può assumere molteplici significati: il desiderio di differenziarsi, sottolineando le caratteristiche individuali, ma anche la ricerca del confronto e degli aspetti comuni attraverso il rispecchiamento con il gruppo dei pari. La rappresentazione di sé viene influenzata dall’autopercezione e dal giudizio degli altri e determina lo stato emotivo generale, in termini di motivazione e interesse. Durante l’adolescenza la manifestazione della sicurezza/insicurezza passa in gran parte attraverso gli aspetti corporei: è infatti in tale periodo che emergono le insoddisfazioni che portano all’inizio di scelte alimentari, diete, sport e azioni sul proprio corpo, anche in base ai feedback che vengono rimandati dalle proprie figure di riferimento. Anche il momento dei pasti, che in precedenza era riservato alla condivisione con i familiari, diviene un ulteriore momento di contatto e confronto con i coetanei.

Socialità e disturbi alimentari

Tali considerazioni risultano valide anche all’interno della popolazione clinica dei disturbi alimentari, nella quale, contemporaneamente alla presenza di fattori familiari e genetici, si ritrovano spesso tra le caratteristiche individuali lo scarso confronto con il gruppo dei pari e le difficoltà negli ambiti di socializzazione, spesso associati ad un iperinvestimento nel rendimento scolastico e/o nello sport (leggi anche La brava figlia: cosa avviene prima dell’Anoressia Nervosa). L’esordio della malattia va infatti spesso a confermare le difficoltà relazionali laddove risultavano già presenti e a comportare una prima chiusura sociale in molti altri casi. Vengono in tal modo manifestate le difficoltà nella crescita, in particolare in adolescenza, fase densa di cambiamenti ormonali e fisiologici, che rappresenta il momento in cui si comincia a strutturare la personalità del ragazzo/a.

I mutamenti fisici e psicologici adolescenziali possono minare le certezze costruite nelle fasi precedenti e favorire l’emergere dell’insicurezza (leggi anche Pubertà e corpo in adolescenza: che cosa mi è accaduto?). In questa fase dovrebbe avvenire infatti la costruzione dell’autostima, attraverso il perseguimento di obiettivi personali e/o familiari, ma anche tramite l’accettazione del gruppo. Tale aspetto risulta molto carente nelle persone affette da disturbo alimentare, che sperimentano una profonda insicurezza rispetto al poter intraprendere o mantenere delle relazioni amicali soddisfacenti. L’isolamento sociale favorisce inoltre l’eccessiva attenzione agli aspetti concreti riguardanti il cibo e il proprio corpo, all’interno di un circuito dell’ossessività che si autoalimenta.

Il confronto con i coetanei risulta uno stimolo tanto valido per l’adolescente, da essere utilizzato come strumento di cura, come avviene nei gruppi terapeutici per la cura dei disturbi alimentari. Il gruppo, seppure guidato da un adulto, risulta infatti attivatore e contenitore di tutti gli aspetti di confronto e rispecchiamento tra i partecipanti, permettendo di focalizzare gli aspetti emotivi legati alla propria soggettività ed alle esperienze ad essa collegate. Inoltre consente un reinvestimento sulla socialità attraverso il rinforzo delle proprie competenze.

Agli adulti di riferimento, in particolare genitori ed insegnanti, spetta il compito di prestare una particolare attenzione alla socialità dei bambini e ragazzi, considerandola un aspetto prioritario ed un importante fattore predittivo di problematiche in corso o future.

Adolescenti ed estate. Un tempo nuovo, tra angoscia ed opportunità

 All’estate chiedo
alberi gonfi di frutta e campagne dorate,
il mare azzurro e terrazze luminose,
la tregua di ogni paura e inquietudine,
un granello di allegria, una vibrazione di possibile.
Fabrizio Caramagna

 

L’estate, con  le sue giornate lente e illuminate dalla luce del sole dilatate nel tempo e nello spazio, rappresenta un momento dell’anno a cui tutti aspiriamo; una meta ambita  che nelle lunghe giornate invernali viene fantasticata e desiderata. Chi infatti durante un noioso pomeriggio invernale, preso tra studio o lavoro, non si è mai immaginato su una spiaggia paradisiaca a leggere un buon libro o a sorseggiare un drink ristoratore alla luce di un caldo pomeriggio estivo? Arrivati al momento delle vacanze qualcosa, però, può andare storto; ad essere catapultati in questo spazio libero e scardinato dai dettami della routine quotidiana ci si può ritrovare spaesati e con un misto di malinconia e di vuoto. Molti psicoterapeuti sono d’accordo nell’affermare che durante i periodi di vacanza, siano questi estivi o invernali, ci si può trovare di fronte ad un aumento dell’insofferenza e che sono molte le persone che in questi periodi dell’anno decidono di chiedere l’aiuto di un esperto.

Anche per gli adolescenti le lunghe vacanze estive rappresentano soprattutto il momento del tempo libero che apre la porta alle opportunità, un tempo che muta forma e sostanza; non ci sono più le campanelle scolastiche a scandire il ritmo delle mattinate e scompaiono i compiti che riempivano i pomeriggi. Ci si ritrova, così, a dover vivere secondo un ritmo ed un tempo interiore che trasforma la giornata dell’adolescente, che questo ritmo ancora fatica a trovarlo, in un’alternanza di noia e apatia da una parte e di iperattività e trasgressione dall’altra.

Così per molti ragazzi le vacanze possono rappresentare l’opportunità di entrare più in contatto con se stessi e la possibilità di dedicarsi alle proprie passioni, agli svaghi ed anche all’esplorazione, attraverso le esperienze con il gruppo dei pari, di nuove capacità sociali. Si intensificano infatti i momenti collettivi, che possono assumere le connotazioni di veri e propri riti di passaggio, e si sente più forte l’emergere della pulsionalità e di un corpo che si impone nelle sue esigenze e nei suoi bisogni. Fuori dalle regole e dalle incombenze quotidiane l’adolescente si allena dunque ad ascoltare i segnali provenienti dal suo mondo interiore cercando di metterli in relazione con quelli provenienti dall’esterno, un mondo nuovo da esplorare e da conoscere.

Ma cosa succede a chi questo ritmo interiore fatica a trovarlo?

La parola anoressia deriva dal greco e significa letteralmente “mancanza di appetito”; ciò che la ragazza anoressica ripropone simbolicamente nel suo rifiuto del cibo è una chiusura nei confronti dell’altro e del mondo, nella vita non vi è di fatto nulla da appetire. In un tempo vuoto come quello estivo, dove sono finite le attività quotidiane, la ragazza può ritrovarsi a sperimentare un vuoto interiore tradotto come un vero e proprio attacco alla propria identità. La scuola, che per molte di loro rappresenta un contenitore delle proprie ansie e un teatro della loro bravura, divenuta un appendice della propria identità è conclusa; essere “quella brava ragazza” che studia e che è la prima in tutte le attività scolastiche ed extrascolastiche non basta più. Tutte quelle sfide con cui un adolescente è chiamato a confrontarsi sono per loro molto difficili, sperimentare se stesse è quasi impossibile perché nel corso del loro sviluppo tali ragazze hanno perso la capacità di essere in contatto con se stesse.

La possibilità di iniziare a vivere in modo autentico e creativo, stabilendo relazioni sociali basate sul  reciproco scambio e non sul confronto e sulla competizione, affonda le sue radici in un periodo lontano nell’esistenza di ciascuno di noi. Lo sviluppo della propria identità prende le mosse dai primi stadi di sviluppo infantile grazie all’incontro con un ambiente capace di rispecchiare in maniera adeguata i bisogni e desideri accentandoli (Winnicott, 1971). Qualora l’ambiente, per i più svariati motivi, non è stato in grado di assolvere a tale funzione il bambino (e l’adolescente poi) tenderà ad accondiscendere ai desideri altrui, unico modo per garantirsi la vicinanza dell’altro. Per questo molte delle giovani ragazze anoressiche hanno perso la capacità di sperimentarsi e di scoprirsi attraverso le relazioni con l’altro ma, avendo l’occhio sempre puntato verso il fuori, si ritrovano schiave di un ideale imposto e della ricerca dell’approvazione sociale.

Così facendo divengono sempre meno in grado di accedere ad una dimensione autentica di un sé  in contatto con i propri desideri. Dover prendere contatto con i propri desideri significa per queste ragazze giunte alle soglie dell’adolescenza sperimentare un forte senso di vuoto identitario, tradotto sul corpo con la costante ricerca di una magrezza evanescente e con la necessità continua di sentire uno stomaco vuoto. Tale “passione per il vuoto” rappresenterebbe, dunque, proprio l’estremo sforzo di svuotare le proprie menti  dalla pienezza delle immagini e dei bisogni dell’altro ed il corpo, che la ragazza cerca di controllare così duramente, è un corpo che è divenuto luogo dell’Altro (Recalcati, 1997) e che viene così percepito come invadente e soffocante proprio, come abbiamo visto, l’ambiante esterno.

Questo corpo, diventato bersaglio di mille battaglie, in questo momento dell’anno inoltre viene esibito da tutti con più o meno disinvoltura e ci si confronta con amici e coetanei che, riuscendo a scoprirsi con maggior disinvoltura, rappresentano simbolicamente la loro maggiore apertura sociale. Essi sono, per la ragazza anoressica, più in grado di uscire e di affrontare le sfide sociali che in questo momento dell’anno si fanno più pressanti, le giornate calde dunque mettono di fronte alla possibilità di doversi scoprire, sia nel corpo che nei propri desideri ed opportunità. Nella ricerca della propria individualità, cosi come non mangiando la ragazza cerca strenuamente di liberarsi dalle proiezioni familiari, ritirandosi dalle sfide del sociale tenta di riscoprirsi individuo.

In estate aumentano le occasioni per stare insieme, e queste molto spesso si svolgono attorno al cibo, aperitivi in spiaggia, cene all’aperto; il cibo inteso nella sua forma conviviale del mangiare insieme, da sempre rappresenta un elemento di integrazione dell’individuo nella società. Se osserviamo la storia personale e collettiva possiamo notare come, ad ogni rito di passaggio, ci si ritrova insieme e spesso si celebra con un pranzo collettivo l’ingresso dell’individuo ad una nuova vita. Pranzare insieme garantisce il sentirsi parte di un gruppo e combatte l’isolamento (Lavanchy, 1994) che  molte volte in queste pazienti è invece ricercato come strumento di differenziazione.

Così possono ritrovarsi da sole, ritirate nel proprio mondo di conteggio di calorie ed alimentazione che se da un lato le protegge occupandone il pensiero e anestetizzando illusoriamente la mancanza di una vita relazionale adeguata dall’altra contribuisce a mettere sempre più distanza tra loro e quello che è il mondo reale.  Questo stile di vita drastico con la limitata assunzione di cibo, il progressivo ritiro sociale per eludere i momenti collettivi e la repressione più generale degli istinti e delle pulsioni del corpo rientrano in quello stile di vita ascetico che porta la ragazza anoressica ad allontanarsi dagli altri e da tutte quelle esperienze che invece sono fondamentali in adolescenza per crescere e sviluppare una buona capacità affettiva-relazionale.

L’estate rappresenta dunque un momento particolarmente difficile, che può esser coinciso con il momento in cui si sono concretizzate tutte le difficoltà (molto spesso infatti iniziano con una dieta proprio in questo momento dell’anno), ma che può attraverso un supporto adeguato divenire luogo di crescita e cambiamento (leggi anche L’estate e la moda del dieting: quali sono i rischi per gli adolescenti?). Un importante strumento che permetterà di dare forma a questo vuoto è il linguaggio, la sofferenza di queste ragazze necessita di essere accolta attraverso una relazione empatica e rispecchiante. Aumentare i momenti di confronto e di dialogo che non ruotano intorno al cibo, ma che cercano di accogliere e capire la difficoltà che in questo rapporto è riportata, può aiutare ad iniziare a capire e sentire le proprie necessità a livello emotivo e non più agirle attraverso il corpo. L’ascolto e l’accoglienza, più che il fare, rimangono dunque gli strumenti principali per affrontare la sofferenza di queste ragazze in estate come in qualsiasi momento del difficile anno vissuto.

 

Bibliografia

Lavanchy P. (1994). Il corpo in-fame. Milano: Rizzoli editore.

Recalcati M. (1997). L’ultima cena: Anoressia e bulimia. Milano: Mondatori.

Winnicott D.W. (1971). Gioco e realtà. Roma: Armando editore.

Disturbi alimentari dell’infanzia: cos’è l’ARFID

L’ultima edizione del Manuale Diagnostico e Statistico per i Disturbi Mentali (DSM-5) ha introdotto tra i Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione un nuovo disturbo, meglio conosciuto con l’acronimo ARFID (Avoidant-Restrictive Food Intake Disorder, o Disturbo dell’alimentazione evitante/restrittivo) che si manifesta principalmente in età evolutiva, spesso dai 2-3 anni di età fino alla pre-adolescenza. Si tratta di quei bambini che vengono definiti “schizzinosi” o “selettivi” perché appaiono poco interessati al cibo o perché limitano l’assunzione di cibo a pochissime pietanze scelte in base al colore, all’odore o alla consistenza. In alcuni casi, invece, l’evitamento di certi alimenti da parte di questi bambini è riconducibile a una paura, magari perché hanno visto qualcuno ha che ha rischiato di soffocare per un boccone andato di traverso, oppure la brutta esperienza è capitata a loro stessi.

Quando parliamo di difficoltà alimentari è necessario però distinguere, soprattutto in età infantile, quelle forme passeggere, espressione di un normale sviluppo evolutivo, da quelle che rappresentano dei veri e propri disturbi. Per esempio, in molti casi l’alimentazione selettiva non ha un’influenza negativa sullo sviluppo psico-fisico, perché il bambino mantiene un introito calorico adeguato, e può risolversi spontaneamente nell’adolescenza, quando la pressione dei pari si associa ad un allargamento della varietà dei cibi assunti. Perciò, quando si parla di ARFID?

La diagnosi di ARFID viene fatta solo se queste anomalie nell’alimentazione si associano a conseguenze importanti e in particolare a: una significativa perdita di peso; l’insorgenza di carenze nutrizionali; la necessità di ricorrere a integratori alimentari, a supporto di una nutrizione carente, o addirittura alla nutrizione con un sondino nasogastrico; limitazioni nella vita sociale, per cui il bambino non esce più o non vuole più andare a pranzo o a merenda dagli amici perché sa che avrà delle difficoltà con i cibi proposti.

In generale, quindi, una rapida perdita di peso, la presenza di un disagio emotivo o relazionale, la tendenza all’isolamento, repentini cambi di umore e una tendenza ad evitare quelle situazioni familiari o sociali collegate al cibo possono rappresentare i primi campanelli d’allarme.

Il disturbo alimentare di un figlio spesso sollecita paure e ansie in un genitore rispetto alle potenziali conseguenze sul piano fisico che il rifiuto del cibo può provocare. Tuttavia, il rischio è che l’attenzione si concentri solo sul sintomo alimentare, senza andare ad indagare i motivi che spingono il bambino o l’adolescente a rifiutare il momento del pasto.

Cosa può fare, quindi, un genitore?

La prima cosa da tenere a mente, ancora prima che possa presentarsi un problema, è quella di imparare a non dare al cibo un significato eccessivo. I bambini, anche dopo lo svezzamento, hanno una grande capacità di autoregolazione: se dicono (o manifestano) di non volere più cibo in genere non è il caso di insistere. Spesso il genitore teme che il proprio figlio non si nutra a sufficienza, in tal caso può essere utile confrontarsi con il pediatra per rendersi conto delle sue esigenze nutrizionali. Se il bambino comincia a essere un po’ selettivo, è bene non preoccuparsi subito. Come abbiamo visto, può essere una fase e può dipendere da gusti individuali, che possono essere gradualmente “educati”. Non bisogna stancarsi di riproporre più volte gli alimenti che vengono rifiutati, chiaramente a distanza di qualche giorno.

È bene, inoltre, evitare atteggiamenti iperprotettivi, o al contrario molto rigidi e controllanti, con punizioni, ricatti, premi supplementari, che aumenterebbero il rischio di attivare nel bambino comportamenti oppositivi.

In presenza di una difficoltà, infine, è sempre estremamente utile tenere aperto un dialogo e parlare con bambini e ragazzi delle loro paure e difficoltà, mantenendo un atteggiamento attento ma non controllante o giudicante.

Se pur mantenendo un atteggiamento equilibrato permane la percezione di un problema, è utile contattare il pediatra che può eventualmente indirizzare a un centro specialistico per la diagnosi e la cura dei Disturbi Alimentari. L’intervento precoce è fondamentale, perché quanto prima si individua il problema, tanto più è facile intervenire con programmi terapeutici intensi.

La letteratura evidenzia un’eziopatogenesi multifattoriale dei Disturbi Alimentari che coinvolge sia aspetti più strettamente medici, che aspetti psicologici individuali e familiari; ricordiamo, pertanto, che il trattamento deve essere integrato e perpetuato da più figure professionali (psichiatri, psicologi, nutrizionisti).  In età evolutiva, inoltre, il coinvolgimento dei genitori nel trattamento dei Disturbi Alimentari è di fondamentale importanza, come viene evidenziato dalle più recenti linee guida nazionali e internazionali (RANZCP-CPG, 2014; APA,2006; NICE, 2004), pertanto sono proprio i genitori a costituire la principale risorsa nella guarigione.

L’estate e la moda del dieting: quali sono i rischi per gli adolescenti?

L’arrivo dell’estate è generalmente caratterizzato da una maggiore attenzione per il corpo in vista della tanto temuta prova costume e di conseguenza dalla moda del dieting. Riviste, siti online, social networks si riempiono di diete miracolose che promettono un calo ponderale rapido e senza grandi sforzi, a cui è difficile resistere.

L’idea di poter raggiungere velocemente l’obiettivo di essere “più magri” e dunque “più belli” è una tentazione tanto per gli adulti quanto più per gli adolescenti, che si trovano nel periodo di crescita in cui tipicamente la preoccupazione per il peso e la propria forma fisica rivestono un ruolo centrale.

Il termine dieting si riferisce in generale alla pratica di mettersi a dieta, e può trasformarsi in una vera e propria dipendenza. Solitamente le diete più seguite sono quelle “fai-da-te”, o quelle consigliate da non-esperti con l’avvento del primo caldo. Tali schemi sono caratterizzati spesso da un unico alimento principale e ricorrente (dieta dell’ananas, dieta del gelato), oppure da una ripartizione dissociata dei nutrienti nei vari pasti della giornata (a pranzo solo carboidrati e a cena solo proteine), o ancora sono schemi ad esclusione (le più in voga quelle a ridotto contenuto di carboidrati) o a base di sostituti dei pasti.

Quali sono gli adolescenti più a rischio di iniziare la pratica del dieting?

Le ragazze sono tipicamente più soggette alla moda del dieting rispetto agli adolescenti maschi. Inoltre, è stato visto come una condizione di sovrappeso/obesità, una bassa autostima, l’insoddisfazione per il proprio corpo, una pubertà precoce siano tutti fattori di rischio. In letteratura è stato descritto come anche la famiglia giochi un ruolo importante: genitori a dieta, che incoraggiano tali pratiche o che mostrino un atteggiamento critico rispetto al peso dei figli possono indurre questi ultimi ad avvicinarsi al dieting o a comportamenti di controllo del peso non salutari.

Infine, altri fattori di rischio riguardano per lo più il gruppo dei pari, in cui possono essere presenti la derisione per il peso o l’incoraggiamento alla dieta, e lo svolgimento di sport in cui viene data particolare importanza alla forma corporea.

Quali sono i principali rischi del dieting per un adolescente?

Il primo rischio riguarda le possibili carenze nutrizionali. Molto spesso regimi rigidi e restrittivi sono associati ad un mancato soddisfacimento di tutti i fabbisogni in termini di energia, micro- e macro-nutrienti, essenziali soprattutto nel delicato periodo di crescita. Diete non personalizzare, che non tengono conto delle necessità del singolo, possono portare ad un blocco della crescita e a dimagrimenti non adeguati. I risultati, molto spesso non duraturi nel tempo, generano il cosiddetto “effetto yo-yo” (alternarsi di periodi di calo e recupero ponderale) con conseguente perdita di massa magra e riduzione del metabolismo basale.

È stato, inoltre, descritto in letteratura come il dieting sia uno dei fattori di rischio per lo sviluppo di Disturbi Alimentari (per approfondire Cosa sono i Disturbi dell’Alimentazione e come combatterli). In soggetti predisposti la restrizione e la rigidità, tipiche di tali schemi, possono portare a due differenti condizioni: da un lato si può arrivare a limitare sempre più gli apporti alimentari, dall’altro, invece, si possono innescare momenti di discontrollo, caratterizzati da abbuffate, alternate a tentativi di rigore dietetico.

Quale può essere la risposta di un genitore di fronte alla richiesta del proprio figlio di voler perdere peso?

Il primo consiglio è quello di non sminuire mai la richiesta che arriva da un figlio che sta chiedendo aiuto. Dietro tale richiesta, infatti, potrebbe nascondersi un reale disagio personale, che un genitore non deve sottovalutare bensì cercare di comprendere.

È importante cercare di instaurare un dialogo con il ragazzo per capire la motivazione di tale richiesta e provare a cercare insieme la risposta e la soluzione migliore. Tale atteggiamento permette di far sentire l’adolescente preso sul serio rispetto le sue preoccupazioni e più libero di esprimere le proprie difficoltà.

In generale ci si può trovare principalmente di fronte a due differenti situazioni: 1) non ci sono reali necessità di perdere peso; 2) esiste effettivamente un eccesso ponderale che dovrebbe essere ridotto. In entrambi i casi la soluzione più corretta sarebbe quella di evitare di intraprendere percorsi in maniera autonoma e di contattare un professionista in ambito della Nutrizione, per un semplice colloquio sulla sana alimentazione o per una eventuale presa in carico volta al calo ponderale.

Qualunque sia la situazione, è importante ricordare che non dovrebbe mai essere solo il ragazzo a seguire un piano dietetico, al contrario tutta la famiglia dovrebbe essere coinvolta in un percorso di Educazione Alimentare (leggi anche Anoressia nervosa in adolescenza: cosa possono fare i genitori?).

La prima colazione: al mattino un appuntamento con la salute!

Se è vero che il buongiorno si vede dal mattino, allora meglio iniziare con una buona colazione! È il pasto più importante della giornata ed è fondamentale per la salute del nostro organismo. Nonostante ciò, una buona percentuale della popolazione è solita saltarla. Talvolta, per via dei ritmi di vita frenetici o per mancanza di tempo si pensa che saltare la colazione o prendere un solo caffè sia sufficiente, invece è stato riportato in diversi studi che dedicare il tempo necessario al consumo di un pasto completo dei giusti alimenti riduce il rischio d’insorgenza di patologie cardio-metaboliche come obesità, diabete e alterato profilo lipidico in bambini e adulti (leggi anche L’alimentazione prima e durante la gravidanza: i consigli dell’esperto).

Perché la colazione è così importante?

Una prima colazione sana e completa di tutti i macro e micronutrienti fornisce all’organismo l’energia necessaria a permettere al corpo e al cervello di ripartire al meglio. Durante il riposo notturno si instaura una condizione di digiuno che determina l’utilizzo delle riserve di glucosio (zucchero), che al risveglio sono in fase di esaurimento. Se queste non vengono prontamente ristabilite si va incontro ad un meccanismo di compensazione che induce principalmente l’utilizzo delle proteine muscolari, ed in minor quantità dei grassi di riserva, per produrre energia.

Il digiuno mattutino comporta difficoltà di concentrazione, a scuola o durante le prime ore lavorative, e il successivo consumo di un pranzo abbondante che può condizionare negativamente anche il rendimento pomeridiano a causa dell’eccessivo impegno digestivo. Un pasto nutriente al mattino aiuta ad aumentare il senso di sazietà durante tutto il giorno, favorendo la regolarità dei pasti, e contribuisce a risvegliare il metabolismo donando quella sferzata di energia necessaria ad affrontare la giornata con il giusto spirito.

Cosa dicono gli studi?

È stato ampiamente dimostrato che chi salta questo importante appuntamento con la salute ha più difficoltà a controllare il proprio peso e tende ad adottare abitudini alimentari e di vita scorrette (come una dieta povera di macro e micronutrienti e un eccessivo consumo di alcol e fumo), che comportano l’insorgenza di patologie croniche.

Uno studio di follow-up pubblicato su BMC Public Health e condotto su bambini afferenti ad una scuola primaria riporta che a distanza di un anno coloro che erano soliti saltare la prima colazione si trovavano in una condizione di sovrappeso con aumentata adiposità addominale rispetto ai compagni che tutte le mattine consumavano un pasto competo.

Un altro studio, condotto invece su adulti e pubblicato sul Journal of the American College of Cardiology, dimostra che coloro che saltavano regolarmente la prima colazione avevano in generale uno stile di vita meno sano con un aumentato rischio di sviluppare patologie cardiovascolari. I partecipanti che saltavano la colazione avevano inoltre, in media, una circonferenza della vita più ampia, un maggior indice di massa corporea, pressione del sangue più elevata e livelli di lipidi e glucosio più alti nel sangue.

Qual è la colazione ideale?

Innanzitutto il primo pasto della giornata deve essere un momento piacevole di ritrovo familiare, da consumare senza fretta, o più semplicemente un momento da dedicare a se stessi prima di affrontare gli impegni di tutti i giorni. La colazione ideale può essere sia dolce che salata, l’importante è che sia nutriente e bilanciata. In Italia la tendenza generale è quella di mangiare cibi dolci di prima mattina, quindi una colazione sana ed equilibrata può essere composta da una tazza di latte, un vasetto di yogurt o una spremuta di frutta fresca di stagione accompagnati da pane integrale con marmellata 100% frutta o dei cereali misti integrali con frutta secca (muesli) o un dolce da colazione fatto in casa con ingredienti genuini. Come per il pranzo e la cena, variare ogni mattina gli alimenti invoglia l’appetito e rende la colazione più appetitosa e gustosa!

Bibliografia:

1) TRAUB, Meike, et al. Skipping breakfast, overconsumption of soft drinks and screen media: longitudinal analysis of the combined influence on weight development in primary schoolchildren. BMC public health, 2018, 18.1: 363.

2) UZHOVA, Irina, et al. The importance of breakfast in atherosclerosis disease: insights from the PESA study. Journal of the American College of Cardiology, 2017, 70.15: 1833-1842.

alimentazione prima e durante la gravidanza

L’alimentazione prima e durante la gravidanza: i consigli dell’esperto

La gravidanza è un stato fisiologico della vita di una donna in cui un’alimentazione equilibrata risulta essere la chiave per garantire il miglior stato di salute per la mamma ed il piccolo.

Prima di iniziare a parlare di quale siano i principali accorgimenti da considerare nei tre trimestri che ci accompagnano al momento del parto, facciamo un passo indietro e spendiamo qualche parola su quello che viene comunemente chiamato “periodo pre-concezionale”. Si intende con questo termine il tempo che intercorre tra il momento in cui la donna è aperta alla procreazione ed il momento del concepimento. Un periodo dunque non sempre definibile con precisione, soprattutto nei casi in cui la gravidanza non sia programmata, nel quale però le scelte della futura mamma risultano molto importanti per il futuro sviluppo fetale. Generalmente non si è a conoscenza nello stato gravidico prima della terza settimana dal concepimento, per tale ragione vengono raccomandati in maniera generalizzata, a tutta la popolazione femminile in età fertile, alcuni comportamenti preventivi.

Il primo accorgimento riguarda il peso corporeo. È infatti consigliato intraprendere una gravidanza in condizioni di normopeso, generalmente questo vuol dire ricadere in un indice di massa corporea (IMC, rapporto tra peso in kg e statura in metri elevata al quadrato) compreso nell’intervallo tra 18,5-24,9. Una condizione materna di sovrappeso o obesità ad inizio gravidanza è, infatti, associata ad un maggior rischio per il bambino di basso/alto peso alla nascita e di sviluppare in futuro malattie cardiovascolari ed obesità.

In secondo luogo nel periodo precedente il concepimento è raccomandato un supplemento di 400 microgrammi/die di acido folico, in aggiunta ai folati naturalmente assunti con l’alimentazione quotidiana (se ricca di con verdure a foglia verde come carciofi, broccoli, asparagi, spinaci, lattuga e legumi come fagioli, ceci). La motivazione per una raccomandazione di questo tipo nasce dal fatto che fisiologicamente il tubo neurale nell’embrione si chiude intorno al 28° giorno di gestazione ed i folati costituiscono una vitamina essenziale per garantirne un corretto sviluppo. Per raggiungere un livello plasmatico di folatemia ottimale al momento del concepimento, tale da ridurre il rischio di spina bifida o di altre patologie del tubo neurale alla nascita, la supplementazione dovrebbe coprire in maniera continuativa e costante almeno i tre mesi precedenti la gravidanza.

Per la stessa motivazione, ovvero per garantire un’adeguata formazione della ghiandola tiroidea, è bene evitare carenze di iodio già nel periodo precedente la gravidanza. Una delle strategie per incrementare l’introito di questo micronutriente è l’utilizzo del sale iodato, come suggerito dalle Linee Guida del Ministero della Salute.

In ultimo sarebbe auspicabile limitare, e preferibilmente eliminare, il consumo di alcol, non eccedendo comunque la soglia di un’unità alcolica giornaliera (es. 1 bicchiere di vino da  ml, o un boccale di birra da 330 ml), come indicato dalle Linee Guida Nazionali.

Quando invece la gravidanza è già in atto, qual è l’alimentazione più adeguata da seguire?

La frase più comune detta ad una mamma in dolce attesa è: “mi raccomando, ora devi mangiare per due!”. In realtà non è proprio così, l’incremento energetico, necessario a partire dal secondo trimestre, è modesto (circa 400 kcal/die in più) e deve avere come obiettivo un incremento di peso graduale e non eccessivo nel corso dei nove mesi. Le ultime Linee Guida dello IOM (Institute of Medicine) suggeriscono un differente incremento ponderale a seconda dello stato nutrizionale di partenza della gestante.

In condizioni inziali di sottopeso (IMC<18.5) ci si auspica un incremento totale dai 12,5 ai 18 kg; se partiamo invece da una condizione di normopeso (IMC tra 18.5 e 24.9) l’incremento ponderale dovrebbe oscillare tra 11,5 e 16 kg; in caso di sovrappeso l’aumento dovrebbe essere compreso tra 7 e 11,5 kg; infine se la futura mamma parte da una condizione di obesità non dovrebbe acquistare più di 5-9 kg.

Il regime alimentare più indicato in stato “interessante” non si discosta in realtà da quello della popolazione generale e fa riferimento al modello mediterraneo, ripartito in maniera equilibrata in termini di macronutrienti. È importante dunque: garantire il giusto apporto di carboidrati complessi, come pane, pasta, cereali a chicco, da preferire integrali, nei tre pasti principali; rispettare le 5 porzioni giornaliere di frutta e verdura; evitare dolci e bevande zuccherate; bere almeno 2 litri di acqua al giorno; alternare le fonti proteiche di origine animale e vegetale, con una particolare attenzione positiva al consumo di pesce e frutta secca per il loro contenuto in omega 3, importanti per il corretto sviluppo cerebrale.

In particolare vengono raccomandate 2-3 porzioni di pesce a settimana, fino ad un massimo di 4. È bene preferire alimenti freschi/surgelati a quelli in scatola e pesci di taglia piccola, come alici, sardine, sogliole, per il minor contenuto di mercurio rispetto a quelli di taglia grande (come tonno e pesce spada), che andrebbero limitati (massimo 1 porzione di 100g a settimana).

Infine, cosa evitare?

In primo luogo si consiglia in maniera assoluta di abolire il consumo di alcol, che mette a rischio il coretto sviluppo fetale ed ha come manifestazione più grave la cosiddetta sindrome feto-alcolica. In aggiunta per ridurre il rischio di tossinfezioni, è bene evitare carni, uova e pesci crudi o poco cotti, latte non pastorizzato, formaggi freschi e formaggi da latte crudo, piatti caldi pronti. Per assicurare un minor rischio di tossinfezioni è bene: lavare sempre le mani e le superfici in cucina; tenere separati carne cruda e cibi pronti da mangiare che non necessitano di cottura; cucinare bene gli alimenti in modo tale da raggiungere la giusta temperatura interna.

Per maggiori informazioni www.pensiamociprima.net, www.primadellagravidanza.it, http://www.salute.gov.it/portale/salute/p1_5.jsp?id=110&area=Vivi_sano