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Ortoressia. Quando mangiare sano diventa un’ossessione

Negli anni è sempre più aumentata la disponibilità di informazioni rispetto una corretta alimentazione e in misura crescente l’importanza di mantenere uno stile alimentare sano viene sottolineata da tutti i professionisti della salute. Questo ha determinato un’attenzione maggiore verso la qualità dei cibi scelti da parte degli italiani, per esempio dati Istat del 2017 confermano un aumento del  4,2% nell’acquisto di prodotti di origine vegetale. Se questo, da un lato, rappresenta un dato senz’altro incoraggiante in termini di acquisizione di stili di vita più salutari, dall’altro, l’eccessiva ricerca del “sano può comportare il rischio opposto di cadere in una condizione di disturbo alimentare denominato ortoressia (leggi anche Nuovi disturbi alimentari in adolescenza: conoscere per prevenire).

Cos’è l’ortoressia? Il termine deriva da “orthos”, ovvero “accurato, corretto, giusto” e “orexis” che significa “fame, appetito”. Viene utilizzato, appunto, per descrivere l’ossessione verso un’alimentazione sana e equilibrata. Steven Bratman fu il primo nel 1997 a coniare il termine per definire un’attenzione patologica sul consumo di cibo sano. Chi ne è affetto mostra la progressiva tendenza a selezionare specifici cibi in base a caratteristiche di “incontaminazione” restringendo pertanto la scelta alimentare con possibili importanti conseguenze sul piano fisico (perdita di peso, carenze nutrizionali, osteoporosi).

Inoltre, non trascurabili sono le ricadute sul piano sociale generate da tale stile alimentare: chi è affetto da ortoressia tende più frequentemente a mangiare da solo o in compagnia di persone che adottano lo stesso tipo di alimentazione, con il rischio di una possibile autoesclusione nei rapporti sociali.

Attualmente, l’ortoressia non è ancora riconosciuta come una vera e propria patologia poiché, a differenza di disturbi come Anoressia e Bulimia, non compare nelle classificazioni diagnostiche del DSM (il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) (leggi anche VII Giornata nazionale del fiocchetto lilla: cosa sono i Disturbi dell’Alimentazione e come combatterli, Binge Eating Disorder, il disturbo da alimentazione incontrollata). Tuttavia, secondo i dati diffusi dal Ministero Italiano della Salute per i disturbi alimentari, gli ortoressici sarebbero 300 mila in Italia (a fronte di tre milioni di pazienti con disturbi alimentari), con una prevalenza maggiore tra gli uomini piuttosto che tra le donne (11.3% vs 3.9%) (Donini e coll. 2004).

Una ricerca recente (Brytek-Matera, 2015), ha dimostrato come, differentemente da quanto accade nella popolazione femminile nella quale l’ortoressia è frequentemente associata ad un’ideazione anoressica, nella popolazione maschile tale condizione non si associa al controllo dell’immagine corporea o a preoccupazioni riguardo il peso.

 

Caratteristiche dell’ortoressia

 

Le caratteristiche dell’ortoressia evidenziate finora in letteratura sono:

  • Ruminazione ossessiva sul cibo (Bratman, 1997). La persona può trascorrere più di 3-4 ore al giorno a pensare a quali cibi scegliere, a come prepararli e consumarli, pretendendo solo ciò che fa stare bene, che può non corrispondere a ciò che piace realmente. Vengono solitamente messi in atto comportamenti ossessivi riguardanti la selezione, la ricerca, la preparazione ed il consumo degli alimenti, suddivisibili in varie fasi:
    • pianificazione dei pasti con diversi giorni di anticipo, al fine di evitare i cibi ritenuti dannosi (contenenti pesticidi residui o ingredienti geneticamente modificati, oppure ricchi di zucchero o sale);
    • impiego di una grande quantità di tempo nella ricerca e nell’acquisto degli alimenti a scapito di altre attività, fino a coltivare in prima persona verdure e ortaggi;
    • preparazione del cibo secondo procedure particolari ritenute esenti da rischi per la salute (cottura particolare, utilizzo di un certo tipo di stoviglie).
  • Insoddisfazione affettiva e isolamento sociale causati dalla persistente preoccupazione legata al mantenimento di tali rigide regole alimentari autoimposte (Brytek-Matera, 2012).
  • Differentemente dall’Anoressia Nervosa e dalla Bulimia Nervosa, la focalizzazione non è sulle quantità ma sulla qualità del cibo.
  • Evitamento ossessivo di cibi non controllati e delle situazioni sociali che espongono al non controllo del cibo.
  • Difficoltà a relazionarsi con chi non condivide le proprie idee sul cibo.
  • Autostima influenzata dalla scelta del cibo in termini qualitativi.

Allo stato attuale, sono ancora relativamente pochi gli studi effettuati su questo tipo di popolazione, pertanto alle ricerche future è affidato il compito di delineare in modo più preciso il quadro clinico e il trattamento maggiormente efficace.

COVID-19 e Disturbi Alimentari: il doppio isolamento

Le misure restrittive conseguenti al COVID-19 hanno comportato per tutti una riorganizzazione delle abitudini di vita, ponendo delle limitazioni a tanti aspetti, che consideravamo normali e scontati. Oltre infatti alle ripercussioni di carattere sociale ed economico, la quarantena ha inciso profondamente sulla qualità di vita delle persone più fragili, che hanno risentito e continueranno per molto tempo ad avvertire le conseguenze emotive legate al protrarsi di questo periodo. Rientrano in questa categoria anche le famiglie con un figlio che soffre di Disturbo Alimentare, che si trovano a vivere un doppio isolamento: da un lato sociale, a causa del COVID-19, dall’altro sanitario, vista la difficoltà nel garantire la continuità delle cure nell’attuale situazione. Infatti molte strutture che curano i D.A. hanno chiaramente dovuto limitare il flusso di persone, mantenendo attivi solo i trattamenti per i casi più urgenti ed attivando controlli a distanza per gli altri pazienti. Le nuove tecnologie, in particolare le varie piattaforme di videochiamata, hanno permesso di preservare i contatti con i curanti in questo periodo, ma hanno comunque mostrato di non riuscire a sostituire completamente le visite in presenza.

In tale scenario di doppio isolamento, le famiglie stanno sperimentando le complessità nell’affrontare la malattia con le proprie risorse, dimostrandosi capaci in alcuni casi di gestire le criticità, in altri non riuscendo ad arginare la regressione e la comparsa dei sintomi più seri (vedi anche Soffrire di Disturbi Alimentari ai tempi del Coronavirus. Consigli pratici per affrontare la quarantena). In particolare i genitori di chi soffre di Anoressia riferiscono di dover gestire le preoccupazioni dei figli legate all’inattività fisica conseguente alla quarantena, la paura di aumentare di peso, il timore di uscire all’aperto, anche in ambienti e in condizioni di sicurezza. D’altra parte i ragazzi che hanno la tendenza ad abbuffarsi possono risentire della possibilità di reperire facilmente il cibo in casa (vedi anche Alimentazione e attività fisica ai tempi del coronavirus. Consigli pratici per affrontare la quarantena).

 

Vicinanza e isolamento

 

La maggiore vicinanza con i familiari, uno dei pochi vantaggi associato al lockdown per il COVID-19, può essere utilizzata in maniera propositiva, per attuare dei cambiamenti relazionali significativi ed aprire ad un maggior dialogo con i figli, favorendo la percezione comune di obiettivi e difficoltà.  Quando questo non si riesce a realizzare, la sensazione di isolamento si estende anche al rapporto genitori-figli, condizionando negativamente il clima familiare. I genitori stessi coinvolti all’interno di tale situazione possono sperimentare un senso di smarrimento simile a quello dei figli e la stanchezza per la gestione totale della situazione.

Anche per ciò che riguarda la socialità dei ragazzi con D.A. viene riferito frequentemente l’incremento della sensazione di isolamento, già spesso presente prima della quarantena, che in questo momento può trasformarsi nella sensazione di essere abbandonati dai coetanei. Si pensi anche a quanto la chiusura prolungata delle scuole, che proseguirà fino alla fine dell’anno scolastico, abbia contribuito a tale sensazione di distacco dai compagni di scuola. Per molti ragazzi che soffrono di Disturbi Alimentari infatti, il contesto scolastico rappresenta l’occasione per interagire con i pari ed altre figure adulte, uscendo dalle routine tipiche della patologia. Venendo a mancare il contatto diretto con l’altro, la socialità si è totalmente spostata sul Web e si palesa il rischio della ricerca di riferimenti non adeguati sui social network. Se già normalmente gli adolescenti trascorrono il loro tempo libero sulla rete, l’attuale situazione ha reso questa l’unica finestra di relazione con il mondo esterno. Si sono moltiplicati i video-corsi sulle tematiche dell’alimentazione e l’attività fisica, proprio le tematiche più delicate per chi soffre di D.A. (leggi anche L’uso dei social network nell’eziologia dei Disturbi Alimentari). Pertanto è possibile che vengano seguite delle indicazioni che risulterebbero valide per chi gode di buona salute, ma che possono essere deleterie per questi ragazzi.

 

I nostri laboratori

 

Per rispondere a tale esigenza, la nostra associazione Demetra, grazie alle donazioni ricevute, ha voluto fornire un aiuto concreto ad alcune ragazze in trattamento per Anoressia Nervosa e alle loro famiglie. Per questa fase delicata legata alla quarantena per il COVID-19, è stato infatti attivato un progetto, tuttora in corso, che prevede la realizzazione di laboratori online di Mindfulness e di Pilates completamente gratuiti e svolti da professionisti dei rispettivi settori, che hanno ideato delle attività idonee ai ragazzi che soffrono di D.A. Questo ha significato accogliere i bisogni di ragazze e famiglie per riuscire a contrastare, almeno in parte, la sensazione di questo periodo di essere più soli nell’affrontare la patologia. Rappresenta inoltre la riflessione su quanto occorra affiancare questi ragazzi nelle diverse fasi, cercando di trasmettere un messaggio rassicurante di uno spazio di pensiero e di cura, che devono essere realizzabili anche a distanza.

Alimentazione e attività fisica ai tempi del coronavirus. Consigli pratici per affrontare la quarantena

Questo periodo di quarantena forzata a casa mette a dura prova la nostra salute mentale da un lato (vedi anche Soffrire di Disturbi Alimentari ai tempi del Coronavirus. Consigli pratici per affrontare la quarantena) e la nostra salute fisica dall’altro, incidendo molto sulle abitudini alimentati e sul movimento.

 

Quali sono i rischi maggiori a cui si può andare incontro?

 

In generale, per la maggior parte di noi, rimanere a casa vuol dire ridurre di molto anche il minimo movimento fisico che eravamo abituati a fare quotidianamente ed incrementare le ore passate seduti di fronte al computer, per studiare o lavorare. In più, abbiamo a disposizione 24 ore su 24 una dispensa ricca di alimenti, e avendo più tempo libero ci dilettiamo nel preparare ricette sfiziose e golose.

I rischi principali sono legati alla sedentarietà e all’iperalimentazione, dunque all’incremento di peso e al peggioramento delle abitudini quali-quantitative della nostra dieta.

 

Quali consigli utili per mantenerci in salute?

 

  • Cercare di svegliarsi sempre di buonora mantenendo una regolarità quotidiana, anche se non si è in smartworking
  • Dedicare un preciso momento della giornata ad esercizi fisici (si possono seguire lezioni online o ci si può accordare con amici per farlo insieme in videochiamata)
  • Cercare di mantenerci attivi nelle attività quotidiane (giocare con i bambini o con i cani, svolgere faccende domestiche, utilizzare le scale le volte in cui si esce, ascoltare musica ballando)
  • Alzarsi in maniera regolare per sgranchire le gambe e fare una piccola passeggiata per casa, se si lavora o studia al computer
  • Andare a fare la spesa con una lista dettagliata, utile per non dimenticare nulla e per evitare di comprare alimenti “in più” non salutari
  • Dedicare un momento specifico al pasto, apparecchiando la tavola, condividendolo con chi è a casa ed evitando di mangiare mentre si lavora/studia
  • Preferire dolci e lievitati fatti in casa a quelli confezionati
  • Rispettare sempre i 5 pasti per evitare di essere affamati durante la giornata (vedi anche E se tra un pasto e l’altro mettessimo degli spuntini?, La prima colazione: al mattino un appuntamento con la salute!)
  • Fare pasti principali completi (una fonte di carboidrati, una di proteine e una o più porzioni di verdure) per regolare al meglio il senso fame/sazietà
  • Nei momenti di noia o tristezza, provare a cercare un’attività che ci possa aiutare (una chiamata ad un amico, una chiacchierata con chi è a casa, un gioco da tavola, ascoltare della musica mentre si balla o si disegna)

Per approfondire clicca qui e visita il sito del Ministero della Salute.

 

E in caso di pazienti che soffrono di Disturbo Alimentare?

 

Per i pazienti che soffrono di Disturbi Alimentari rimanere a casa con una dispensa piena e costretti alla quasi totale inattività fisica può diventare una fonte di angoscia importante. I rischi possono essere differenti. La paura di eccedere, così come il pensiero di aver ridotto al minimo il dispendio energetico giornaliero può indurre a restrizioni alimentari, all’utilizzo di metodi di compensazione, ad iperattività fisica. Al contrario, l’elevata disponibilità di cibo, così come i momenti di noia, difficoltà o preoccupazione possono incrementare gli episodi di abbuffata (vedi anche Binge Eating Disorder, il disturbo da alimentazione incontrollata). In entrambi i casi si può andare incontro ad un peggioramento della condizione psicofisica.

Cosa fare in questi casi? Il consiglio principale è quello di mantenere attivo il contatto con l’équipe di professionisti che si occupa della presa in carico. La tecnologia fortunatamente ci permette di poter comunicare a distanza, dunque è sempre bene far riferimento ai propri curanti prima di modificare le indicazioni alimentari o intraprendere un’attività fisica a casa. Per i genitori, inoltre, il suggerimento è quello di mantenere un occhio attento e vigile, ma non controllante, sui comportamenti dei propri figli, cercando sempre il dialogo quotidiano per affrontare le paure e le difficoltà (vedi anche Soffrire di Disturbi Alimentari ai tempi del Coronavirus. Consigli pratici per affrontare la quarantena).

Il digiuno o i pasti sostitutivi pre e post-abbuffate Natalizie sono davvero delle strategie efficaci?

Effetti negativi delle diete eccessive: gli esperti del Centro di Ricerca Alimenti e Nutrizione propongono delle linee guida da seguire tutto l’anno

 

Il Natale e tutte le feste a seguire sono un piacevole momento di convivialità che spesso si trascorre a tavola insieme ai propri cari. Per molti sono dei momenti di spensieratezza, in cui approfittare per concedersi il “di più”, mentre per altri sono una fonte di preoccupazione e paura di non saper gestire l’eccessiva presenza di cibo. Che si tratti di un solo boccone in più o di una vera e propria abbuffata (leggi anche: Binge Eating Disorder, il disturbo da alimentazione incontrollata), i sensi di colpa per non essere stati in grado di controllarsi e il timore di non ritornare in forma potrebbero spingere verso comportamenti alimentari fortemente restrittivi.

Poi si sa, il nuovo anno porta con sé sempre dei buoni propositi e in primo piano l’obiettivo di perdere i chili accumulati nei giorni delle festività natalizie.

Viviamo in un momento storico-culturale il cui l’aspetto esteriore riveste un ruolo cruciale (leggi anche: Il disagio della società e i disturbi alimentari). Il concetto di dieta così assume tutt’altro significato: da stile alimentare sano ed equilibrato volto al mantenimento di uno stato di salute, diviene uno strumento per perdere il massimo del peso nel minore tempo possibile. Una condizione necessaria per sentirsi accettati e rientrare nei canoni dettati dalla società.

Sono tante le strategie applicate per rimettersi in forma: digiunare drasticamente, saltare i pasti, utilizzare cibi sostitutivi.

 

Ma queste sono delle strategie efficaci e salutari?

 

La scienza dissuade chiunque voglia perdere peso velocemente seguendo diete drastiche e non equilibrate. Al contrario dal pensiero comune, il digiuno con diete “fai da te” non fa dimagrire ed è rischioso per la salute. A fare chiarezza sono gli esperti del Centro di Ricerca Alimenti e Nutrizione che nelle Linee Guida sulla Corretta Alimentazione, recentemente pubblicate, oltre a fornire raccomandazioni nutrizionali, stilano una lista di false credenze sul peso (vedi anche: 7 chili in 7 giorni: una dieta rapida, efficace e sicura?).

Una dieta auto prescritta che comporti una riduzione troppo rapida delle calorie assunte o l’utilizzo di integratori, barrette o bibite sostitutive del pasto, impedisce all’organismo di adattarsi alla nuova condizione. Squilibrata e pericolosa per la salute, non assicura l’assunzione giornaliera di nutrienti di cui l’organismo ha bisogno per funzionare al meglio.

Chi crede che privando l’organismo di calorie e nutrienti durante la giornata otterrà una riduzione della massa grassa si sbaglia. In realtà accade l’opposto: l’organismo, percependo il nuovo regime alimentare come digiuno, tende a conservare il tessuto adiposo che rappresenta la sua riserva energetica. Ciò genera danni a carico della massa muscolare e del metabolismo. Di conseguenza la perdita di peso si arresta.

Quando si salta un pasto avviene un fisiologico calo di glucosio, lo zucchero del sangue, con delle importanti conseguenze: la necessità fisiologica di ripristinare adeguati livelli di zucchero spinge il cervello a desiderare cibo con un senso di fame irrefrenabile. Perciò, dopo aver saltato un pasto, non solo si arriva più affamati a quello successivo, ma si ha la tendenza a consumare una quantità di cibo maggiore del normale, talvolta con uno scarso valore nutrizionale. I chili faticosamente persi vengono ripresi facilmente, soprattutto sotto forma di grasso.

L’abitudine di saltare la colazione, il pranzo o la cena è quindi, per più aspetti, una scelta non salutare: fa perdere massa magra e aumentare massa grassa, determinando un rallentamento del metabolismo (leggi anche: La prima colazione: al mattino un appuntamento con la salute!). Mangiare, invece, alimenti ricchi in nutrienti in porzioni adeguate al proprio fabbisogno e distribuiti in 5-6 pasti durante la giornata stabilizza i livelli di glucosio nel sangue e porta a seguire un’alimentazione più sana e favorevole alla perdita di peso (leggi anche: E se tra un pasto e l’altro mettessimo degli spuntini?).

Oltre al cibo, che apporta energia e nutrienti, è importante bere un adeguato quantitativo di acqua e aumentare il livello di attività fisica giornaliera, evitando di rifugiarsi nella sedentarietà. Queste raccomandazioni sono valide non solo nei giorni di festa, ma tutto l’anno.

Scegliere di rivolgersi a professionisti nel settore della nutrizione può evitare l’instaurarsi di comportamenti nocivi per la salute e può permettere di arrivare alla consapevolezza che è proprio durante le festività che è giusto concedersi un pasto più elaborato che appaghi testa e stomaco. Ciò permette di evitare lo stress dell’effetto “yo-yo”, cioè il ciclico ripetersi di perdita ed aumento di peso, e di non colpevolizzarsi rovinando un momento che potrebbe essere piacevole. Le vacanze devono diventare un momento in cui ricaricare le energie, coccolarsi e magari riprendere una nuova consapevolezza di sé.

 

Bibliografia

Centro di Ricerca Alimenti e Nutrizione (CREA); Linee Guida per una Sana Alimentazione (Revisione 2018); Anno 2019.

Lo spazio sociale: uno specchio del benessere individuale

Nell’organizzazione che caratterizza attualmente la quotidianità di molti bambini e ragazzi, si possono ritrovare tante attività strutturate dirette dagli adulti (scuola, sport, corsi di lingue, di musica, ecc.) e poco spazio da dedicare alla frequentazione spontanea dei coetanei. Se da un lato quindi viene incentivata dalle famiglie l’acquisizione di nuove nozioni e capacità, con la frequente incentivazione degli aspetti prestazionali e di competizione, dall’altro manca la considerazione degli spazi di socializzazione spontanea come fattori altrettanto rilevanti.

Ma tra i compiti evolutivi tipici del percorso di crescita risulta fondamentale, nelle diverse età, c’è proprio il confronto con i coetanei, che può risultare un traino per l’acquisizione delle competenze relazionali. Il gruppo dei pari va a costituirsi infatti come un importante riferimento al di fuori del contesto familiare, fornendo termini di paragone e di relazione diversi rispetto ai genitori ed ai fratelli/sorelle. Le grandi differenze rispetto ai gruppi guidati dagli adulti e/o precostituiti sono rappresentate dalla possibilità di scegliere ed essere scelti dalle persone con le quali entrare in relazione e dalle motivazioni alla base della frequentazione del gruppo, che non sono dettate da obiettivi fissati da altri, ma dal mero piacere personale.

Nel rapporto con i coetanei il corpo può assumere molteplici significati: il desiderio di differenziarsi, sottolineando le caratteristiche individuali, ma anche la ricerca del confronto e degli aspetti comuni attraverso il rispecchiamento con il gruppo dei pari. La rappresentazione di sé viene influenzata dall’autopercezione e dal giudizio degli altri e determina lo stato emotivo generale, in termini di motivazione e interesse. Durante l’adolescenza la manifestazione della sicurezza/insicurezza passa in gran parte attraverso gli aspetti corporei: è infatti in tale periodo che emergono le insoddisfazioni che portano all’inizio di scelte alimentari, diete, sport e azioni sul proprio corpo, anche in base ai feedback che vengono rimandati dalle proprie figure di riferimento. Anche il momento dei pasti, che in precedenza era riservato alla condivisione con i familiari, diviene un ulteriore momento di contatto e confronto con i coetanei.

Socialità e disturbi alimentari

Tali considerazioni risultano valide anche all’interno della popolazione clinica dei disturbi alimentari, nella quale, contemporaneamente alla presenza di fattori familiari e genetici, si ritrovano spesso tra le caratteristiche individuali lo scarso confronto con il gruppo dei pari e le difficoltà negli ambiti di socializzazione, spesso associati ad un iperinvestimento nel rendimento scolastico e/o nello sport (leggi anche La brava figlia: cosa avviene prima dell’Anoressia Nervosa). L’esordio della malattia va infatti spesso a confermare le difficoltà relazionali laddove risultavano già presenti e a comportare una prima chiusura sociale in molti altri casi. Vengono in tal modo manifestate le difficoltà nella crescita, in particolare in adolescenza, fase densa di cambiamenti ormonali e fisiologici, che rappresenta il momento in cui si comincia a strutturare la personalità del ragazzo/a.

I mutamenti fisici e psicologici adolescenziali possono minare le certezze costruite nelle fasi precedenti e favorire l’emergere dell’insicurezza (leggi anche Pubertà e corpo in adolescenza: che cosa mi è accaduto?). In questa fase dovrebbe avvenire infatti la costruzione dell’autostima, attraverso il perseguimento di obiettivi personali e/o familiari, ma anche tramite l’accettazione del gruppo. Tale aspetto risulta molto carente nelle persone affette da disturbo alimentare, che sperimentano una profonda insicurezza rispetto al poter intraprendere o mantenere delle relazioni amicali soddisfacenti. L’isolamento sociale favorisce inoltre l’eccessiva attenzione agli aspetti concreti riguardanti il cibo e il proprio corpo, all’interno di un circuito dell’ossessività che si autoalimenta.

Il confronto con i coetanei risulta uno stimolo tanto valido per l’adolescente, da essere utilizzato come strumento di cura, come avviene nei gruppi terapeutici per la cura dei disturbi alimentari. Il gruppo, seppure guidato da un adulto, risulta infatti attivatore e contenitore di tutti gli aspetti di confronto e rispecchiamento tra i partecipanti, permettendo di focalizzare gli aspetti emotivi legati alla propria soggettività ed alle esperienze ad essa collegate. Inoltre consente un reinvestimento sulla socialità attraverso il rinforzo delle proprie competenze.

Agli adulti di riferimento, in particolare genitori ed insegnanti, spetta il compito di prestare una particolare attenzione alla socialità dei bambini e ragazzi, considerandola un aspetto prioritario ed un importante fattore predittivo di problematiche in corso o future.

E se tra un pasto e l’altro mettessimo degli spuntini?

L’inizio di un nuovo anno scolastico è alle porte e una buona alimentazione è fondamentale per sostenere bambini e ragazzi durante il giorno e soprattutto durante le ore di lezione. Una buona giornata alimentare dovrebbe essere suddivisa su 5 pasti. Si parte col piede giusto svegliandosi in tempo la mattina e facendo una buona prima colazione (leggi anche La prima colazione: al mattino un appuntamento con la salute!). Poi tra il pranzo e la cena si inseriscono due piccoli spuntini, tra cui il più “difficile” in termini di scelta sembrerebbe quello di metà mattina a scuola.

Innanzitutto, è così importante fare gli spuntini?

Una recente revisione della letteratura, condotta da un gruppo di esperti italiani, e pubblicata sulla rivista International Journal of Food Sciences and Nutrition, sottolinea proprio gli effetti benefici degli spuntini, importanti perché:

  • permettono di fare una piccola ricarica di energia e nutrienti tra un pasto e l’altro
  • se ben strutturati hanno la capacità di non farci arrivare troppo affamati al pasto successivo
  • aiutano a mantenere un buon controllo glicemico
  • evitano il sovraccarico digestivo e metabolico a pranzo e cena

In età evolutiva è particolarmente consigliato rispettare tutti e 5 i pasti in modo da garantire il giusto apporto di nutrienti da classi di alimenti differenti durante la giornata. Fare delle buone merende, inoltre, è un’ottima opportunità per acquisire abitudini alimentari sane fin da piccoli.

Quindi cosa si dovrebbe mangiare come merenda?

Molto spesso gli spuntini diventano un vero e proprio problema, soprattutto per i genitori che devono occuparsene, e in età evolutiva facilmente si ricade nella scelta di alimenti pronti e confezionati, non sempre salutari.

La regola numero uno, che vale in realtà per tutti i pasti, è quella di non cadere nella monotonia e cercare di variare sempre la tipologia di alimenti proposti. In questo modo è più facile assicurare che il fabbisogno di tutti i nutrienti sia soddisfatto durante la giornata e al contempo evitare che ci si annoi con la “solita minestra”!

Proviamo a fare qualche esempio

  • frutta fresca (un frutto grande come una mela oppure 2-3 frutti piccoli come i mandarini oppure 1 ciotolina di fragole/ciliegie o frutta mista) da associare a piacere ad una manciata di frutta secca già sgusciata (come mandorle, nocciole, noci)
  • un piccolo paninetto o due fettine di pane integrale o ai cereali o di segale da farcire a piacere con: formaggio fresco, marmellata 100% frutta, miele biologico, olio e pomodoro
  • un pacchettino di crackers o tarallini o grissini integrali (possibilmente fatti con olio extravergine di oliva) e un tocco di parmigiano
  • una ciotolina con un mix di frutta secca ed essiccata (es. mandorle e nocciole, fichi e noci, albicocche secche e nocciole ecc.)
  • uno yogurt bianco naturale intero o parzialmente scemato a cui aggiungere della frutta secca o della frutta fresca (anche frullata) o una manciata di cereali integrali
  • uno/due quadratini di cioccolato fondente (min.72%) con una manciata di frutta secca o con un frutto fresco
  • una fettina di dolce semplice fatto in casa preferibilmente con farina integrale
  • 2-3 biscotti secchi integrali (meglio se fatti in casa) con una manciata di frutta secca o con un frutto fresco
  • un bicchiere di latte e un frutto, anche come frullato
  • ogni tanto, perché no, un piccolo gelato (fatto in casa ancora meglio)

 

Cosa bere a merenda?

Le raccomandazioni sono quelle di bere sempre acqua come unica bevanda durante i pasti. Ogni tanto è possibile scegliere al posto della frutta un succo 100% o meglio, se si è a casa o al bar, una spremuta o una centrifuga. Ricordiamo però che la frutta da bere NON sostituisce MAI la frutta fresca intera, ricca di fibra, minerali e vitamine che si perdono nei processi di trasformazione.

Qualche consiglio utile

  • Se si sceglie la frutta a pezzi da portare a scuola è utile spruzzare qualche goccia di limone ed utilizzate contenitori ermetici così da evitare che si ossidi e diventi nera.
  • Se si scelgono i formaggi freschi evitare quelli spalmabili e quelli light, meglio ricotta, primo sale, stracchino, ecc.
  • Le porzioni differiscono per età, in ogni caso non c’è bisogno di esagerare, ricordiamo che sono degli spuntIni.
  • Se si scelgono alimenti confezionati (es. crackers, yogurt, succhi, ecc.) occhio sempre alle etichette e agli ingredienti nascosti.
  • Se a scuola ci sono due spuntini, è bene scegliere sempre un frutto per uno dei due.
  • Ricordiamo la prima regola: variare. Il pomeriggio è bene scegliere qualcosa di diverso dallo spuntino fatto a scuola e prediligere la frutta se non si è mangiata la mattina.
  • Lasciare libero sfogo alla fantasia.
  • Gli adulti possono seguire benissimo le stesse regole e le stesse idee di merenda.

 

Bibliografia

Marangoni, F., Martini, D., Scaglioni, S., Sculati, M., Donini, L. M., Leonardi, F., … & Giampietro, M. (2019). Snacking in nutrition and health. International journal of food sciences and nutrition, 1-15.

Binge Eating Disorder, il disturbo da alimentazione incontrollata

Il Binge Eating Disorder, conosciuto come BED o disordine da alimentazione incontrollata, è un disturbo alimentare caratterizzato dal consumo di grandi quantità di cibo in un discreto periodo di tempo, con sensazione di perdita di controllo, a cui susseguono forti sensi di colpa, disgusto e disagio verso se stessi e il proprio comportamento. E’ un disturbo della nutrizione e dell’alimentazione presente nel Manuale Diagnostico e Statistico per i Disturbi Mentali (DSM-5) e decritto come categoria diagnostica distinta dagli altri disordini alimentari.

L’insorgenza avviene tipicamente nella tarda adolescenza, spesso a seguito di una significativa perdita di peso ottenuta tramite una restrizione dietetica. Numerosi studi suggeriscono una forte associazione tra adolescenti in sovrappeso/obesi e BED e perdita di controllo nel mangiare. Mentre il Binge Eating è un fattore di rischio per l’obesità in bambini e adolescenti, in maniera reciproca il sovrappeso e l’obesità possono allo stesso modo aumentare il rischio di Binge Eating.

Ciò che caratterizza il BED sono gli episodi di abbuffata, che devono essere presenti almeno una volta a settimana per un mese, i quali non sono seguiti da comportamenti compensatori inappropriati, volti a ridurre i “danni” provocati dall’assunzione incontrollata di cibo. L’abbuffata è determinata dalla presenza di due caratteristiche: da una parte l’assunzione, in un periodo di tempo limitato, di grandi quantità di cibo che sono indiscutibilmente maggiori di quelle che la maggior parte degli individui mangerebbe nello stesso arco di tempo e in condizioni simili, e dall’altro un senso di perdita di controllo nei confronti dell’atto di mangiare. Per esempio, sentire di non poter smettere di assumere cibo o di non poter controllare cosa o quanto si sta mangiando. E’ soprattutto quest’ultimo aspetto a distinguere l’abbuffata dall’alimentazione quotidiana eccessiva o dalla semplice indulgenza.

I primi momenti dell’abbuffata possono anche essere piacevoli, momenti in cui il gusto e la composizione dell’alimento sono apprezzati. Con il passare dei minuti, però, queste sensazioni vengono sostituite da forte sofferenza psicologica, forte disagio e autoaccusa, senza riuscire a smettere di mangiare. La velocità con la quale si assume il cibo è così alta che la masticazione è appena accennata e l’atto del mangiare si riduce a riempire la bocca e deglutire in maniera meccanica.

Lo stato d’animo è particolarmente agitato, non si riesce a stare fermi o a resistere al desiderio di mangiare avidamente questo o quell’alimento, non importa se dolce o salato, si arriva a mangiare tutto ciò che si ha a disposizione in quel momento pur non avendo alcun senso di fame. Per questo motivo l’abbuffata è definita “compulsiva”. Talvolta si esce appositamente per fare la scorta e programmare la prossima abbuffata, possibilmente in segreto, lontano da altri occhi. Spesso si ricorre a notevoli sotterfugi, come mangiare normalmente in compagnia dei genitori e amici, per tornare poi a mangiare avanzi in modo furtivo e tenendo nascosto questo comportamento alterato per vergogna.

La sensazione descritta durante questi episodi è di essere in uno stato di trance, cioè in un alterato stato di coscienza: vivere l’episodio da spettatore piuttosto che da protagonista. La perdita del controllo può variare notevolmente da individuo ad individuo e può essere avvertito anche prima di iniziare a mangiare. Da altri è descritto come un’evoluzione graduale dal momento in cui ha inizio l’abbuffata. Da altri ancora è avvertito all’improvviso, solo dopo essersi resi conto aver mangiato troppo. L’atto di abbuffarsi giunge alla conclusione solo quando si ha una sensazione dolorosa di pienezza.

Con il passare del tempo e il perpetuarsi di questi episodi di abbuffata, il rischio cui si va incontro è convincersi della loro inevitabilità, costruendo in questa maniera una profezia che si auto adempie. A ciò segue sempre disgusto di sé, depressione o intensa colpa dopo aver mangiato troppo, senza però la messa in atto di comportamenti compensatori come vomito autoindotto, praticare un’eccessiva attività fisica o abusare di lassativi e/o diuretici (tipici invece nella Bulimia Nervosa).
Il livello di gravità è definito sulla base del numero di episodi di abbuffata che occorrono durante la settimana.

Spesso gli adolescenti in sovrappeso/obesi per far fronte all’insoddisfazione verso se stessi, il peso e la forma del corpo, adottano come soluzione quella di iniziare una dieta fai da te, fortemente restrittiva, che consiste nell’evitare alcuni alimenti, ridurre visibilmente le porzioni o addirittura saltare alcuni pasti, in autonomia, senza interpellare i genitori o chiedere aiuto ad un Nutrizionista. Questi atteggiamenti possono indurre un forte senso di deprivazione che può essere avvertito sia dal punto di vista fisiologico che cognitivo e che può scaturire l’insorgere del fenomeno dell’abbuffata. E’ solo quando s’inizia a interrompere questo circolo vizioso mangiando regolarmente, che gli impulsi ad abbuffarsi regrediscono fino a seguire un’alimentazione equilibrata sia nella quantità che nella qualità dei pasti.

Il trattamento più efficace nel contrastare questo disordine è attraverso una terapia psiconutrizionale interdisciplinare, che prevede l’intervento di differenti figure professionali (Nutrizionista e Psicologo Psicoterapeuta) e una collaborazione reciproca al fine di determinare con il tempo un’importante diminuzione fino alla scomparsa delle abbuffate e acquisire gli strumenti necessari alla ripresa di un rapporto sereno ed equilibrato con l’alimentazione.

 

Bibliografia:
– Manuale Diagnostico e Statistico per i Disturbi Mentali, DSM-5
– He, Jinbo, Zhihui Cai, and Xitao Fan. “Prevalence of binge and loss of control eating among children and adolescents with overweight and obesity: An exploratory meta‐analysis.” International Journal of Eating Disorders 50.2 (2017): 91-103.
– Caviglia, G., and F. Cecere. “I disturbi del comportamento alimentare.” Carocci Faber (2007).

Disturbi alimentari dell’infanzia: cos’è l’ARFID

L’ultima edizione del Manuale Diagnostico e Statistico per i Disturbi Mentali (DSM-5) ha introdotto tra i Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione un nuovo disturbo, meglio conosciuto con l’acronimo ARFID (Avoidant-Restrictive Food Intake Disorder, o Disturbo dell’alimentazione evitante/restrittivo) che si manifesta principalmente in età evolutiva, spesso dai 2-3 anni di età fino alla pre-adolescenza. Si tratta di quei bambini che vengono definiti “schizzinosi” o “selettivi” perché appaiono poco interessati al cibo o perché limitano l’assunzione di cibo a pochissime pietanze scelte in base al colore, all’odore o alla consistenza. In alcuni casi, invece, l’evitamento di certi alimenti da parte di questi bambini è riconducibile a una paura, magari perché hanno visto qualcuno ha che ha rischiato di soffocare per un boccone andato di traverso, oppure la brutta esperienza è capitata a loro stessi.

Quando parliamo di difficoltà alimentari è necessario però distinguere, soprattutto in età infantile, quelle forme passeggere, espressione di un normale sviluppo evolutivo, da quelle che rappresentano dei veri e propri disturbi. Per esempio, in molti casi l’alimentazione selettiva non ha un’influenza negativa sullo sviluppo psico-fisico, perché il bambino mantiene un introito calorico adeguato, e può risolversi spontaneamente nell’adolescenza, quando la pressione dei pari si associa ad un allargamento della varietà dei cibi assunti. Perciò, quando si parla di ARFID?

La diagnosi di ARFID viene fatta solo se queste anomalie nell’alimentazione si associano a conseguenze importanti e in particolare a: una significativa perdita di peso; l’insorgenza di carenze nutrizionali; la necessità di ricorrere a integratori alimentari, a supporto di una nutrizione carente, o addirittura alla nutrizione con un sondino nasogastrico; limitazioni nella vita sociale, per cui il bambino non esce più o non vuole più andare a pranzo o a merenda dagli amici perché sa che avrà delle difficoltà con i cibi proposti.

In generale, quindi, una rapida perdita di peso, la presenza di un disagio emotivo o relazionale, la tendenza all’isolamento, repentini cambi di umore e una tendenza ad evitare quelle situazioni familiari o sociali collegate al cibo possono rappresentare i primi campanelli d’allarme.

Il disturbo alimentare di un figlio spesso sollecita paure e ansie in un genitore rispetto alle potenziali conseguenze sul piano fisico che il rifiuto del cibo può provocare. Tuttavia, il rischio è che l’attenzione si concentri solo sul sintomo alimentare, senza andare ad indagare i motivi che spingono il bambino o l’adolescente a rifiutare il momento del pasto.

Cosa può fare, quindi, un genitore?

La prima cosa da tenere a mente, ancora prima che possa presentarsi un problema, è quella di imparare a non dare al cibo un significato eccessivo. I bambini, anche dopo lo svezzamento, hanno una grande capacità di autoregolazione: se dicono (o manifestano) di non volere più cibo in genere non è il caso di insistere. Spesso il genitore teme che il proprio figlio non si nutra a sufficienza, in tal caso può essere utile confrontarsi con il pediatra per rendersi conto delle sue esigenze nutrizionali. Se il bambino comincia a essere un po’ selettivo, è bene non preoccuparsi subito. Come abbiamo visto, può essere una fase e può dipendere da gusti individuali, che possono essere gradualmente “educati”. Non bisogna stancarsi di riproporre più volte gli alimenti che vengono rifiutati, chiaramente a distanza di qualche giorno.

È bene, inoltre, evitare atteggiamenti iperprotettivi, o al contrario molto rigidi e controllanti, con punizioni, ricatti, premi supplementari, che aumenterebbero il rischio di attivare nel bambino comportamenti oppositivi.

In presenza di una difficoltà, infine, è sempre estremamente utile tenere aperto un dialogo e parlare con bambini e ragazzi delle loro paure e difficoltà, mantenendo un atteggiamento attento ma non controllante o giudicante.

Se pur mantenendo un atteggiamento equilibrato permane la percezione di un problema, è utile contattare il pediatra che può eventualmente indirizzare a un centro specialistico per la diagnosi e la cura dei Disturbi Alimentari. L’intervento precoce è fondamentale, perché quanto prima si individua il problema, tanto più è facile intervenire con programmi terapeutici intensi.

La letteratura evidenzia un’eziopatogenesi multifattoriale dei Disturbi Alimentari che coinvolge sia aspetti più strettamente medici, che aspetti psicologici individuali e familiari; ricordiamo, pertanto, che il trattamento deve essere integrato e perpetuato da più figure professionali (psichiatri, psicologi, nutrizionisti).  In età evolutiva, inoltre, il coinvolgimento dei genitori nel trattamento dei Disturbi Alimentari è di fondamentale importanza, come viene evidenziato dalle più recenti linee guida nazionali e internazionali (RANZCP-CPG, 2014; APA,2006; NICE, 2004), pertanto sono proprio i genitori a costituire la principale risorsa nella guarigione.

L’estate e la moda del dieting: quali sono i rischi per gli adolescenti?

L’arrivo dell’estate è generalmente caratterizzato da una maggiore attenzione per il corpo in vista della tanto temuta prova costume e di conseguenza dalla moda del dieting. Riviste, siti online, social networks si riempiono di diete miracolose che promettono un calo ponderale rapido e senza grandi sforzi, a cui è difficile resistere.

L’idea di poter raggiungere velocemente l’obiettivo di essere “più magri” e dunque “più belli” è una tentazione tanto per gli adulti quanto più per gli adolescenti, che si trovano nel periodo di crescita in cui tipicamente la preoccupazione per il peso e la propria forma fisica rivestono un ruolo centrale.

Il termine dieting si riferisce in generale alla pratica di mettersi a dieta, e può trasformarsi in una vera e propria dipendenza. Solitamente le diete più seguite sono quelle “fai-da-te”, o quelle consigliate da non-esperti con l’avvento del primo caldo. Tali schemi sono caratterizzati spesso da un unico alimento principale e ricorrente (dieta dell’ananas, dieta del gelato), oppure da una ripartizione dissociata dei nutrienti nei vari pasti della giornata (a pranzo solo carboidrati e a cena solo proteine), o ancora sono schemi ad esclusione (le più in voga quelle a ridotto contenuto di carboidrati) o a base di sostituti dei pasti.

Quali sono gli adolescenti più a rischio di iniziare la pratica del dieting?

Le ragazze sono tipicamente più soggette alla moda del dieting rispetto agli adolescenti maschi. Inoltre, è stato visto come una condizione di sovrappeso/obesità, una bassa autostima, l’insoddisfazione per il proprio corpo, una pubertà precoce siano tutti fattori di rischio. In letteratura è stato descritto come anche la famiglia giochi un ruolo importante: genitori a dieta, che incoraggiano tali pratiche o che mostrino un atteggiamento critico rispetto al peso dei figli possono indurre questi ultimi ad avvicinarsi al dieting o a comportamenti di controllo del peso non salutari.

Infine, altri fattori di rischio riguardano per lo più il gruppo dei pari, in cui possono essere presenti la derisione per il peso o l’incoraggiamento alla dieta, e lo svolgimento di sport in cui viene data particolare importanza alla forma corporea.

Quali sono i principali rischi del dieting per un adolescente?

Il primo rischio riguarda le possibili carenze nutrizionali. Molto spesso regimi rigidi e restrittivi sono associati ad un mancato soddisfacimento di tutti i fabbisogni in termini di energia, micro- e macro-nutrienti, essenziali soprattutto nel delicato periodo di crescita. Diete non personalizzare, che non tengono conto delle necessità del singolo, possono portare ad un blocco della crescita e a dimagrimenti non adeguati. I risultati, molto spesso non duraturi nel tempo, generano il cosiddetto “effetto yo-yo” (alternarsi di periodi di calo e recupero ponderale) con conseguente perdita di massa magra e riduzione del metabolismo basale.

È stato, inoltre, descritto in letteratura come il dieting sia uno dei fattori di rischio per lo sviluppo di Disturbi Alimentari (per approfondire Cosa sono i Disturbi dell’Alimentazione e come combatterli). In soggetti predisposti la restrizione e la rigidità, tipiche di tali schemi, possono portare a due differenti condizioni: da un lato si può arrivare a limitare sempre più gli apporti alimentari, dall’altro, invece, si possono innescare momenti di discontrollo, caratterizzati da abbuffate, alternate a tentativi di rigore dietetico.

Quale può essere la risposta di un genitore di fronte alla richiesta del proprio figlio di voler perdere peso?

Il primo consiglio è quello di non sminuire mai la richiesta che arriva da un figlio che sta chiedendo aiuto. Dietro tale richiesta, infatti, potrebbe nascondersi un reale disagio personale, che un genitore non deve sottovalutare bensì cercare di comprendere.

È importante cercare di instaurare un dialogo con il ragazzo per capire la motivazione di tale richiesta e provare a cercare insieme la risposta e la soluzione migliore. Tale atteggiamento permette di far sentire l’adolescente preso sul serio rispetto le sue preoccupazioni e più libero di esprimere le proprie difficoltà.

In generale ci si può trovare principalmente di fronte a due differenti situazioni: 1) non ci sono reali necessità di perdere peso; 2) esiste effettivamente un eccesso ponderale che dovrebbe essere ridotto. In entrambi i casi la soluzione più corretta sarebbe quella di evitare di intraprendere percorsi in maniera autonoma e di contattare un professionista in ambito della Nutrizione, per un semplice colloquio sulla sana alimentazione o per una eventuale presa in carico volta al calo ponderale.

Qualunque sia la situazione, è importante ricordare che non dovrebbe mai essere solo il ragazzo a seguire un piano dietetico, al contrario tutta la famiglia dovrebbe essere coinvolta in un percorso di Educazione Alimentare (leggi anche Anoressia nervosa in adolescenza: cosa possono fare i genitori?).

Il viaggio dell’eroe: separarsi e individuarsi attraverso la relazione nutritiva

Noi non veniamo dalle stelle o dai fiori,
ma dal latte materno. Siamo sopravvissuti per
l’umana compassione e per le cure di nostra madre.
Questa è la nostra principale natura.
Shakespeare, Re Lear

Perché mio figlio non mangia?” É questa la domanda che spesso sentiamo porci da molte mamme, estremamente preoccupate dei comportamenti alimentari del proprio bambino.

Il rapporto con il cibo è ricco di significati, a volte ambivalenti, che trascendono quasi sempre l’esclusiva introduzione nel proprio corpo delle sostanze nutritive necessarie allo sviluppo. Sin dai primi giorni della gestazione è alla donna che è affidato il compito della sopravvivenza di quella parte che piano piano si sta generando dentro di lei, il feto si nutre attraverso la madre e dopo, nei primi mesi di vita, tale stretto rapporto rimane vitale per il bambino che non potrà sopravvivere senza quella persona speciale ed amorevole che si prende cura di lui (leggi anche L’alimentazione prima e durante la gravidanza: i consigli dell’esperto).

Possiamo, dunque, pensare al parto come la prima separazione tra la donna che è chiamata a rinunciare a quella parte di sé creativa che ha generato ed il bambino che si trova costretto ad abbandonare quello stato di fusione completa e rassicurante in cui è vissuto per nove mesi. Per la prima volta si trova da solo ad affrontare i rumori e la luce del mondo nuovo, iniziando così un lento ma progressivo viaggio verso la sua individuazione.

Il bambino già da subito è preparato per questo cammino venendo al mondo con la capacità di orientarsi verso il volto umano (Johnson e Morton, 1991) e preferendone dopo poco uno in particolare, quello della mamma (Field, 1984) di cui è in grado di afferrarne il seno succhiando per nutrirsi. Quello che cerca da subito, però, non è soltanto il cibo quale fonte di nutrimento ma la vicinanza di quella persona speciale e l’instaurarsi della relazione necessaria alla vita perché fonte di amore e di cura.

Sin dal principio quindi il cibo è veicolo di calore e di affetto ed è attraverso queste prime esperienze relazionali che il bambino impara a sentire i propri bisogni e che esiste un altro diverso da sé in grado di soddisfarli. Attraverso un’alternanza di stati di disintegrazione (l’esperienza della fame) e di integrazione (il soddisfacimento della fame attraverso il seno materno ed il ritorno, anche se temporaneo, a quello stato perfetto e fusionale primordiale) il bambino impara ad essere ed esserci. Piano piano capisce di essere separato dalla madre, di esistere grazie a lei ma distinto da lei.

Con il progredire dello sviluppo acquisisce poi nuove competenze, riesce a stare seduto da solo, inizia a muoversi più autonomamente nello spazio e spuntano i primi dentini; la natura ci sta comunicando che è pronto per mangiare qualcos’altro ed è così che inizia lo svezzamento. Tale momento rappresenta una seconda separazione, il cibo materno non è più sufficiente al bambino che ha bisogno ora di qualcos’altro di diverso dalla madre per sopravvivere.

Momentanee difficoltà alimentari sono fisiologiche in alcune fasi di transizione (Brazelton, 2003) ed in questo momento così delicato può accadere di scontrarsi con un bambino che pretende di fare da solo e comincia a sviluppare i propri gusti personali; da una parte la mamma dedicherà molto del suo tempo alla preparazione dei piatti giusti per continuare a fornire quel buon nutrimento come prima dall’altra il bambino inizierà a sperimentare a suo modo il cibo cercando di conoscerlo con tutti i sensi a sua disposizione perché la conoscenza per lui si verifica attraverso gusto, vista, olfatto e tatto in un insieme imprescindibile.

Non a caso questo passaggio coincide con quella fase di sviluppo molto importante che la psicanalista inglese Mahler (1978) ha indicato con il nome di separazione-individuazione. Non solo il bambino sta cercando di separarsi ma sta cercando di affermare se stesso, di individuarsi come persona autonoma e distinta, per questo nel primo e secondo anno di vita può rifiutare il cibo tanto faticosamente preparato per lui. Ogni bambino possiede un proprio schema alimentare ed una personale curva di crescita, l’alimentazione rappresenta quindi il primo incontro dei genitori con l’individualità di loro figlio che trova nell’atto di nutrirsi uno spazio di desiderio e di scelta tipicamente personale.

A tale costruzione personale contribuiscono l’atteggiamento e l’esempio dei genitori che determineranno la possibilità o meno del bambino di aprirsi a nuovi cibi e nuove esperienze. Un atteggiamento estremamente preoccupato non favorirà tale capacità esplorativa, e finirà per essere intrusivo e causa di conflitti inutili. Per questo generalmente è buona norma non preoccuparsi eccessivamente dei rifiuti ma di creare a tavola un’esperienza piacevole poiché in condizioni di buona salute le condotte fisiologiche come il nutrirsi, se lasciate funzionare spontaneamente, non creano problemi mentre si modificano in eccesso o in difetto quando divengono contenitori di emozioni spiacevoli.

Se i genitori non accettano le scelte alimentari del figlio, facendo prevalere sui suoi bisogni e desideri le loro aspettative e convinzioni, questo si ripercuoterà anche sull’accettazione delle future scelte del figlio disconoscendone la sua individualità (Montecchi, 2016).

Dunque se un bambino mangia troppo o troppo poco cosa ci sta comunicando? Forse sta dicendo: “anche grazie alle tue amorevoli cure, mamma, ho capito di esistere ed ora sono pronto ad affrontare il mondo più autonomamente ma ho bisogno di essere riconosciuto da te quale sono”. Come fare allora? L’importante é continuare ad esserci, modificando il proprio comportamento in relazione alle nuove competenze del bambino, compito non facile perché si scontra con i vissuti delle mamme che possono sentirsi rifiutate e non adatte come genitori, e che, soprattutto, devono rinunciare a pensare al figlio come un’estensione del proprio sé corrispondente esclusivamente ai propri desideri.

Diamo dunque al momento del pasto il valore che merita; dalle prime fasi di sviluppo, e cosi per tutta la vita, tali momenti sono soprattutto attimi di condivisione di affetti ed esperienze e sarebbe importante sin da subito rispettarne tale valenza e non trasformare il momento del nutrimento in un terreno di conflitti e di adempimento di prestazioni.

 

Bibliografia
– Brazelton T.B. (2003). Il bambino da zero a tre anni. Fabbri Editori: Milano
– Field, T.M., Cohen, D., Garcia, R., & Greenberg, R., (1984). Mother-stranger face discrimination by the newborn. “Infant Behavior and Development” 7: 19-25.
– Johnson, M.H., Dziurawiec, S., Ellis, H.D., & Morton, J. (1991/a). Newborns’ Preferential Tracking of Face-Like Stimuli and its Subsequent Decline. “Cognition” 40: 1-19
– Mahler M. (1978). La nascita psicologica del bambino. Boringhieri,: Torino
– Montecchi F. (2016). I disturbi alimentari nell’ infanzia e nell’adolescenza per comprendere, valutare, curare. Franco Angeli Editore: Milano.

La prima colazione: al mattino un appuntamento con la salute!

Se è vero che il buongiorno si vede dal mattino, allora meglio iniziare con una buona colazione! È il pasto più importante della giornata ed è fondamentale per la salute del nostro organismo. Nonostante ciò, una buona percentuale della popolazione è solita saltarla. Talvolta, per via dei ritmi di vita frenetici o per mancanza di tempo si pensa che saltare la colazione o prendere un solo caffè sia sufficiente, invece è stato riportato in diversi studi che dedicare il tempo necessario al consumo di un pasto completo dei giusti alimenti riduce il rischio d’insorgenza di patologie cardio-metaboliche come obesità, diabete e alterato profilo lipidico in bambini e adulti (leggi anche L’alimentazione prima e durante la gravidanza: i consigli dell’esperto).

Perché la colazione è così importante?

Una prima colazione sana e completa di tutti i macro e micronutrienti fornisce all’organismo l’energia necessaria a permettere al corpo e al cervello di ripartire al meglio. Durante il riposo notturno si instaura una condizione di digiuno che determina l’utilizzo delle riserve di glucosio (zucchero), che al risveglio sono in fase di esaurimento. Se queste non vengono prontamente ristabilite si va incontro ad un meccanismo di compensazione che induce principalmente l’utilizzo delle proteine muscolari, ed in minor quantità dei grassi di riserva, per produrre energia.

Il digiuno mattutino comporta difficoltà di concentrazione, a scuola o durante le prime ore lavorative, e il successivo consumo di un pranzo abbondante che può condizionare negativamente anche il rendimento pomeridiano a causa dell’eccessivo impegno digestivo. Un pasto nutriente al mattino aiuta ad aumentare il senso di sazietà durante tutto il giorno, favorendo la regolarità dei pasti, e contribuisce a risvegliare il metabolismo donando quella sferzata di energia necessaria ad affrontare la giornata con il giusto spirito.

Cosa dicono gli studi?

È stato ampiamente dimostrato che chi salta questo importante appuntamento con la salute ha più difficoltà a controllare il proprio peso e tende ad adottare abitudini alimentari e di vita scorrette (come una dieta povera di macro e micronutrienti e un eccessivo consumo di alcol e fumo), che comportano l’insorgenza di patologie croniche.

Uno studio di follow-up pubblicato su BMC Public Health e condotto su bambini afferenti ad una scuola primaria riporta che a distanza di un anno coloro che erano soliti saltare la prima colazione si trovavano in una condizione di sovrappeso con aumentata adiposità addominale rispetto ai compagni che tutte le mattine consumavano un pasto competo.

Un altro studio, condotto invece su adulti e pubblicato sul Journal of the American College of Cardiology, dimostra che coloro che saltavano regolarmente la prima colazione avevano in generale uno stile di vita meno sano con un aumentato rischio di sviluppare patologie cardiovascolari. I partecipanti che saltavano la colazione avevano inoltre, in media, una circonferenza della vita più ampia, un maggior indice di massa corporea, pressione del sangue più elevata e livelli di lipidi e glucosio più alti nel sangue.

Qual è la colazione ideale?

Innanzitutto il primo pasto della giornata deve essere un momento piacevole di ritrovo familiare, da consumare senza fretta, o più semplicemente un momento da dedicare a se stessi prima di affrontare gli impegni di tutti i giorni. La colazione ideale può essere sia dolce che salata, l’importante è che sia nutriente e bilanciata. In Italia la tendenza generale è quella di mangiare cibi dolci di prima mattina, quindi una colazione sana ed equilibrata può essere composta da una tazza di latte, un vasetto di yogurt o una spremuta di frutta fresca di stagione accompagnati da pane integrale con marmellata 100% frutta o dei cereali misti integrali con frutta secca (muesli) o un dolce da colazione fatto in casa con ingredienti genuini. Come per il pranzo e la cena, variare ogni mattina gli alimenti invoglia l’appetito e rende la colazione più appetitosa e gustosa!

Bibliografia:

1) TRAUB, Meike, et al. Skipping breakfast, overconsumption of soft drinks and screen media: longitudinal analysis of the combined influence on weight development in primary schoolchildren. BMC public health, 2018, 18.1: 363.

2) UZHOVA, Irina, et al. The importance of breakfast in atherosclerosis disease: insights from the PESA study. Journal of the American College of Cardiology, 2017, 70.15: 1833-1842.

fiocchetto lilla

VII Giornata nazionale del fiocchetto lilla: cosa sono i Disturbi dell’Alimentazione e come combatterli

Si celebra il 15 marzo prossimo la VII giornata nazionale del fiocchetto lilla dedicata ai Disturbi dell’Alimentazione e della Nutrizione (DA), nata per diffondere la conoscenza su queste forme di patologia e per promuovere la consapevolezza che queste patologie si possono oggi curare.

I Disturbi dell’Alimentazione (DA) costituiscono un insieme di sindromi ad eziologia multifattoriale che, in una fascia di età precoce, possono presentarsi in modo estremamente variabile: accanto a forme temporanee inscrivibili all’interno di precise tappe evolutive e di alcuni momenti critici dello sviluppo, si possono, infatti, delineare quadri molto seri che determinano un grave impatto sullo sviluppo sia fisico che psicologico del bambino, con un rischio di morte del 1.8 %.

Una delle forme più comuni è sicuramente l’Anoressia Nervosa (AN), una grave forma psicopatologica che consiste nel rifiuto di assumere cibo in quantità adeguata per mantenere il peso corporeo entro limiti fisiologici per l’età e l’altezza; si accompagna a un’alterata percezione dell’immagine corporea per quanto riguarda forma e dimensioni spesso accompagnata da comportamenti di compenso come il digiuno, il vomito autoindotto o l’abuso di lassativi o diuretici. Colpisce, nel 95% dei casi, le ragazze tra i 12 e i 18 anni, ma esistono casi sempre più frequenti in cui la sintomatologia si sviluppa anche nei maschi e nelle bambine prepubere verso i 9 anni.

La Bulimia Nervosa (BN) assume caratteristiche psicologiche molto simili all’AN, ma coloro che ne soffrono non raggiungono mai il grave deperimento tipico dell’AN, riuscendo al contrario a mantenere un rapporto peso-altezza apparentemente adeguato e per questo più difficile da riconoscere. La caratteristica centrale della bulimia nervosa è un comportamento alimentare caratterizzato da abbuffate associate a comportamenti di compensazione (vomito autoindotto, lassativi, diuretici, intensa attività fisica) per evitare che l’ingestione di troppe calorie causi un aumento del peso corporeo. Per abbuffate si intendono episodi durante i quali si ingeriscono grandi quantità di cibo in un breve periodo di tempo, avendo la sensazione di aver perso completamente il controllo rispetto a quello che si sta mangiando.

Come nell’anoressia, anche nella bulimia, l’insoddisfazione per il proprio corpo rappresenta un aspetto psicopatologico centrale che influenza in modo sproporzionato il proprio livello di autostima. Per la bulimia l’età media di esordio è compresa tra i 15-18 anni.

Recentemente, inoltre, il DSM-5 ha introdotto una nuova categoria diagnostica per i DA in infanzia ovvero il Disturbo evitante/restrittivo o ARFID nel suo acronimo inglese. Tale disturbo è caratterizzato da un comportamento alimentare restrittivo che può interferire con la normale curva di crescita staturo-ponderale del bambino o può determinare una importante perdita di peso. A differenza dell’AN, però, dove il rifiuto del cibo è legato al controllo del peso e ad una alterata percezione dell’immagine corporea, nell’ARFID la restrizione alimentare può essere dovuta a mancanza di interesse verso il cibo, ai suoi aspetti sensoriali o alla paura delle conseguenze che l’atto del mangiare può provocare (es. vomito, mal di stomaco, soffocamento).

I disturbi del comportamento alimentare sono, tra i disturbi psichiatrici, quelli che richiedono la maggiore collaborazione possibile tra i medici con differenti specializzazioni. Infatti sia l’anoressia che la bulimia sono causa di complicanze mediche sostanzialmente gravi.  Questo rischio impegna i professionisti dell’infanzia e dell’adolescenza a una diagnosi precoce e a un intervento terapeutico corretto, centrato non solo sul comportamento alimentare ma anche sul disagio emotivo, sul disturbo ossessivo del pensiero, sulla depressione, sulla sofferenza familiare. Il trattamento di questi aspetti deve essere programmato per diverso tempo e prevede interventi in combinazioni variabili: psicoterapeutici individuali o di gruppo, di terapia familiare, psicofarmacologici.

È possibile guarire se si garantisce la precocità della diagnosi e la correttezza dell’intervento. Il trattamento però deve essere integrato, richiedendo l’intervento di più figure professionali (es. psichiatri, psicologi, nutrizionisti, specialisti di medicina interna).

alimentazione prima e durante la gravidanza

L’alimentazione prima e durante la gravidanza: i consigli dell’esperto

La gravidanza è un stato fisiologico della vita di una donna in cui un’alimentazione equilibrata risulta essere la chiave per garantire il miglior stato di salute per la mamma ed il piccolo.

Prima di iniziare a parlare di quale siano i principali accorgimenti da considerare nei tre trimestri che ci accompagnano al momento del parto, facciamo un passo indietro e spendiamo qualche parola su quello che viene comunemente chiamato “periodo pre-concezionale”. Si intende con questo termine il tempo che intercorre tra il momento in cui la donna è aperta alla procreazione ed il momento del concepimento. Un periodo dunque non sempre definibile con precisione, soprattutto nei casi in cui la gravidanza non sia programmata, nel quale però le scelte della futura mamma risultano molto importanti per il futuro sviluppo fetale. Generalmente non si è a conoscenza nello stato gravidico prima della terza settimana dal concepimento, per tale ragione vengono raccomandati in maniera generalizzata, a tutta la popolazione femminile in età fertile, alcuni comportamenti preventivi.

Il primo accorgimento riguarda il peso corporeo. È infatti consigliato intraprendere una gravidanza in condizioni di normopeso, generalmente questo vuol dire ricadere in un indice di massa corporea (IMC, rapporto tra peso in kg e statura in metri elevata al quadrato) compreso nell’intervallo tra 18,5-24,9. Una condizione materna di sovrappeso o obesità ad inizio gravidanza è, infatti, associata ad un maggior rischio per il bambino di basso/alto peso alla nascita e di sviluppare in futuro malattie cardiovascolari ed obesità.

In secondo luogo nel periodo precedente il concepimento è raccomandato un supplemento di 400 microgrammi/die di acido folico, in aggiunta ai folati naturalmente assunti con l’alimentazione quotidiana (se ricca di con verdure a foglia verde come carciofi, broccoli, asparagi, spinaci, lattuga e legumi come fagioli, ceci). La motivazione per una raccomandazione di questo tipo nasce dal fatto che fisiologicamente il tubo neurale nell’embrione si chiude intorno al 28° giorno di gestazione ed i folati costituiscono una vitamina essenziale per garantirne un corretto sviluppo. Per raggiungere un livello plasmatico di folatemia ottimale al momento del concepimento, tale da ridurre il rischio di spina bifida o di altre patologie del tubo neurale alla nascita, la supplementazione dovrebbe coprire in maniera continuativa e costante almeno i tre mesi precedenti la gravidanza.

Per la stessa motivazione, ovvero per garantire un’adeguata formazione della ghiandola tiroidea, è bene evitare carenze di iodio già nel periodo precedente la gravidanza. Una delle strategie per incrementare l’introito di questo micronutriente è l’utilizzo del sale iodato, come suggerito dalle Linee Guida del Ministero della Salute.

In ultimo sarebbe auspicabile limitare, e preferibilmente eliminare, il consumo di alcol, non eccedendo comunque la soglia di un’unità alcolica giornaliera (es. 1 bicchiere di vino da  ml, o un boccale di birra da 330 ml), come indicato dalle Linee Guida Nazionali.

Quando invece la gravidanza è già in atto, qual è l’alimentazione più adeguata da seguire?

La frase più comune detta ad una mamma in dolce attesa è: “mi raccomando, ora devi mangiare per due!”. In realtà non è proprio così, l’incremento energetico, necessario a partire dal secondo trimestre, è modesto (circa 400 kcal/die in più) e deve avere come obiettivo un incremento di peso graduale e non eccessivo nel corso dei nove mesi. Le ultime Linee Guida dello IOM (Institute of Medicine) suggeriscono un differente incremento ponderale a seconda dello stato nutrizionale di partenza della gestante.

In condizioni inziali di sottopeso (IMC<18.5) ci si auspica un incremento totale dai 12,5 ai 18 kg; se partiamo invece da una condizione di normopeso (IMC tra 18.5 e 24.9) l’incremento ponderale dovrebbe oscillare tra 11,5 e 16 kg; in caso di sovrappeso l’aumento dovrebbe essere compreso tra 7 e 11,5 kg; infine se la futura mamma parte da una condizione di obesità non dovrebbe acquistare più di 5-9 kg.

Il regime alimentare più indicato in stato “interessante” non si discosta in realtà da quello della popolazione generale e fa riferimento al modello mediterraneo, ripartito in maniera equilibrata in termini di macronutrienti. È importante dunque: garantire il giusto apporto di carboidrati complessi, come pane, pasta, cereali a chicco, da preferire integrali, nei tre pasti principali; rispettare le 5 porzioni giornaliere di frutta e verdura; evitare dolci e bevande zuccherate; bere almeno 2 litri di acqua al giorno; alternare le fonti proteiche di origine animale e vegetale, con una particolare attenzione positiva al consumo di pesce e frutta secca per il loro contenuto in omega 3, importanti per il corretto sviluppo cerebrale.

In particolare vengono raccomandate 2-3 porzioni di pesce a settimana, fino ad un massimo di 4. È bene preferire alimenti freschi/surgelati a quelli in scatola e pesci di taglia piccola, come alici, sardine, sogliole, per il minor contenuto di mercurio rispetto a quelli di taglia grande (come tonno e pesce spada), che andrebbero limitati (massimo 1 porzione di 100g a settimana).

Infine, cosa evitare?

In primo luogo si consiglia in maniera assoluta di abolire il consumo di alcol, che mette a rischio il coretto sviluppo fetale ed ha come manifestazione più grave la cosiddetta sindrome feto-alcolica. In aggiunta per ridurre il rischio di tossinfezioni, è bene evitare carni, uova e pesci crudi o poco cotti, latte non pastorizzato, formaggi freschi e formaggi da latte crudo, piatti caldi pronti. Per assicurare un minor rischio di tossinfezioni è bene: lavare sempre le mani e le superfici in cucina; tenere separati carne cruda e cibi pronti da mangiare che non necessitano di cottura; cucinare bene gli alimenti in modo tale da raggiungere la giusta temperatura interna.

Per maggiori informazioni www.pensiamociprima.net, www.primadellagravidanza.it, http://www.salute.gov.it/portale/salute/p1_5.jsp?id=110&area=Vivi_sano