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E se tra un pasto e l’altro mettessimo degli spuntini?

L’inizio di un nuovo anno scolastico è alle porte e una buona alimentazione è fondamentale per sostenere bambini e ragazzi durante il giorno e soprattutto durante le ore di lezione. Una buona giornata alimentare dovrebbe essere suddivisa su 5 pasti. Si parte col piede giusto svegliandosi in tempo la mattina e facendo una buona prima colazione (leggi anche La prima colazione: al mattino un appuntamento con la salute!). Poi tra il pranzo e la cena si inseriscono due piccoli spuntini, tra cui il più “difficile” in termini di scelta sembrerebbe quello di metà mattina a scuola.

Innanzitutto, è così importante fare gli spuntini?

Una recente revisione della letteratura, condotta da un gruppo di esperti italiani, e pubblicata sulla rivista International Journal of Food Sciences and Nutrition, sottolinea proprio gli effetti benefici degli spuntini, importanti perché:

  • permettono di fare una piccola ricarica di energia e nutrienti tra un pasto e l’altro
  • se ben strutturati hanno la capacità di non farci arrivare troppo affamati al pasto successivo
  • aiutano a mantenere un buon controllo glicemico
  • evitano il sovraccarico digestivo e metabolico a pranzo e cena

In età evolutiva è particolarmente consigliato rispettare tutti e 5 i pasti in modo da garantire il giusto apporto di nutrienti da classi di alimenti differenti durante la giornata. Fare delle buone merende, inoltre, è un’ottima opportunità per acquisire abitudini alimentari sane fin da piccoli.

Quindi cosa si dovrebbe mangiare come merenda?

Molto spesso gli spuntini diventano un vero e proprio problema, soprattutto per i genitori che devono occuparsene, e in età evolutiva facilmente si ricade nella scelta di alimenti pronti e confezionati, non sempre salutari.

La regola numero uno, che vale in realtà per tutti i pasti, è quella di non cadere nella monotonia e cercare di variare sempre la tipologia di alimenti proposti. In questo modo è più facile assicurare che il fabbisogno di tutti i nutrienti sia soddisfatto durante la giornata e al contempo evitare che ci si annoi con la “solita minestra”!

Proviamo a fare qualche esempio

  • frutta fresca (un frutto grande come una mela oppure 2-3 frutti piccoli come i mandarini oppure 1 ciotolina di fragole/ciliegie o frutta mista) da associare a piacere ad una manciata di frutta secca già sgusciata (come mandorle, nocciole, noci)
  • un piccolo paninetto o due fettine di pane integrale o ai cereali o di segale da farcire a piacere con: formaggio fresco, marmellata 100% frutta, miele biologico, olio e pomodoro
  • un pacchettino di crackers o tarallini o grissini integrali (possibilmente fatti con olio extravergine di oliva) e un tocco di parmigiano
  • una ciotolina con un mix di frutta secca ed essiccata (es. mandorle e nocciole, fichi e noci, albicocche secche e nocciole ecc.)
  • uno yogurt bianco naturale intero o parzialmente scemato a cui aggiungere della frutta secca o della frutta fresca (anche frullata) o una manciata di cereali integrali
  • uno/due quadratini di cioccolato fondente (min.72%) con una manciata di frutta secca o con un frutto fresco
  • una fettina di dolce semplice fatto in casa preferibilmente con farina integrale
  • 2-3 biscotti secchi integrali (meglio se fatti in casa) con una manciata di frutta secca o con un frutto fresco
  • un bicchiere di latte e un frutto, anche come frullato
  • ogni tanto, perché no, un piccolo gelato (fatto in casa ancora meglio)

 

Cosa bere a merenda?

Le raccomandazioni sono quelle di bere sempre acqua come unica bevanda durante i pasti. Ogni tanto è possibile scegliere al posto della frutta un succo 100% o meglio, se si è a casa o al bar, una spremuta o una centrifuga. Ricordiamo però che la frutta da bere NON sostituisce MAI la frutta fresca intera, ricca di fibra, minerali e vitamine che si perdono nei processi di trasformazione.

Qualche consiglio utile

  • Se si sceglie la frutta a pezzi da portare a scuola è utile spruzzare qualche goccia di limone ed utilizzate contenitori ermetici così da evitare che si ossidi e diventi nera.
  • Se si scelgono i formaggi freschi evitare quelli spalmabili e quelli light, meglio ricotta, primo sale, stracchino, ecc.
  • Le porzioni differiscono per età, in ogni caso non c’è bisogno di esagerare, ricordiamo che sono degli spuntIni.
  • Se si scelgono alimenti confezionati (es. crackers, yogurt, succhi, ecc.) occhio sempre alle etichette e agli ingredienti nascosti.
  • Se a scuola ci sono due spuntini, è bene scegliere sempre un frutto per uno dei due.
  • Ricordiamo la prima regola: variare. Il pomeriggio è bene scegliere qualcosa di diverso dallo spuntino fatto a scuola e prediligere la frutta se non si è mangiata la mattina.
  • Lasciare libero sfogo alla fantasia.
  • Gli adulti possono seguire benissimo le stesse regole e le stesse idee di merenda.

 

Bibliografia

Marangoni, F., Martini, D., Scaglioni, S., Sculati, M., Donini, L. M., Leonardi, F., … & Giampietro, M. (2019). Snacking in nutrition and health. International journal of food sciences and nutrition, 1-15.

Disturbi alimentari dell’infanzia: cos’è l’ARFID

L’ultima edizione del Manuale Diagnostico e Statistico per i Disturbi Mentali (DSM-5) ha introdotto tra i Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione un nuovo disturbo, meglio conosciuto con l’acronimo ARFID (Avoidant-Restrictive Food Intake Disorder, o Disturbo dell’alimentazione evitante/restrittivo) che si manifesta principalmente in età evolutiva, spesso dai 2-3 anni di età fino alla pre-adolescenza. Si tratta di quei bambini che vengono definiti “schizzinosi” o “selettivi” perché appaiono poco interessati al cibo o perché limitano l’assunzione di cibo a pochissime pietanze scelte in base al colore, all’odore o alla consistenza. In alcuni casi, invece, l’evitamento di certi alimenti da parte di questi bambini è riconducibile a una paura, magari perché hanno visto qualcuno ha che ha rischiato di soffocare per un boccone andato di traverso, oppure la brutta esperienza è capitata a loro stessi.

Quando parliamo di difficoltà alimentari è necessario però distinguere, soprattutto in età infantile, quelle forme passeggere, espressione di un normale sviluppo evolutivo, da quelle che rappresentano dei veri e propri disturbi. Per esempio, in molti casi l’alimentazione selettiva non ha un’influenza negativa sullo sviluppo psico-fisico, perché il bambino mantiene un introito calorico adeguato, e può risolversi spontaneamente nell’adolescenza, quando la pressione dei pari si associa ad un allargamento della varietà dei cibi assunti. Perciò, quando si parla di ARFID?

La diagnosi di ARFID viene fatta solo se queste anomalie nell’alimentazione si associano a conseguenze importanti e in particolare a: una significativa perdita di peso; l’insorgenza di carenze nutrizionali; la necessità di ricorrere a integratori alimentari, a supporto di una nutrizione carente, o addirittura alla nutrizione con un sondino nasogastrico; limitazioni nella vita sociale, per cui il bambino non esce più o non vuole più andare a pranzo o a merenda dagli amici perché sa che avrà delle difficoltà con i cibi proposti.

In generale, quindi, una rapida perdita di peso, la presenza di un disagio emotivo o relazionale, la tendenza all’isolamento, repentini cambi di umore e una tendenza ad evitare quelle situazioni familiari o sociali collegate al cibo possono rappresentare i primi campanelli d’allarme.

Il disturbo alimentare di un figlio spesso sollecita paure e ansie in un genitore rispetto alle potenziali conseguenze sul piano fisico che il rifiuto del cibo può provocare. Tuttavia, il rischio è che l’attenzione si concentri solo sul sintomo alimentare, senza andare ad indagare i motivi che spingono il bambino o l’adolescente a rifiutare il momento del pasto.

Cosa può fare, quindi, un genitore?

La prima cosa da tenere a mente, ancora prima che possa presentarsi un problema, è quella di imparare a non dare al cibo un significato eccessivo. I bambini, anche dopo lo svezzamento, hanno una grande capacità di autoregolazione: se dicono (o manifestano) di non volere più cibo in genere non è il caso di insistere. Spesso il genitore teme che il proprio figlio non si nutra a sufficienza, in tal caso può essere utile confrontarsi con il pediatra per rendersi conto delle sue esigenze nutrizionali. Se il bambino comincia a essere un po’ selettivo, è bene non preoccuparsi subito. Come abbiamo visto, può essere una fase e può dipendere da gusti individuali, che possono essere gradualmente “educati”. Non bisogna stancarsi di riproporre più volte gli alimenti che vengono rifiutati, chiaramente a distanza di qualche giorno.

È bene, inoltre, evitare atteggiamenti iperprotettivi, o al contrario molto rigidi e controllanti, con punizioni, ricatti, premi supplementari, che aumenterebbero il rischio di attivare nel bambino comportamenti oppositivi.

In presenza di una difficoltà, infine, è sempre estremamente utile tenere aperto un dialogo e parlare con bambini e ragazzi delle loro paure e difficoltà, mantenendo un atteggiamento attento ma non controllante o giudicante.

Se pur mantenendo un atteggiamento equilibrato permane la percezione di un problema, è utile contattare il pediatra che può eventualmente indirizzare a un centro specialistico per la diagnosi e la cura dei Disturbi Alimentari. L’intervento precoce è fondamentale, perché quanto prima si individua il problema, tanto più è facile intervenire con programmi terapeutici intensi.

La letteratura evidenzia un’eziopatogenesi multifattoriale dei Disturbi Alimentari che coinvolge sia aspetti più strettamente medici, che aspetti psicologici individuali e familiari; ricordiamo, pertanto, che il trattamento deve essere integrato e perpetuato da più figure professionali (psichiatri, psicologi, nutrizionisti).  In età evolutiva, inoltre, il coinvolgimento dei genitori nel trattamento dei Disturbi Alimentari è di fondamentale importanza, come viene evidenziato dalle più recenti linee guida nazionali e internazionali (RANZCP-CPG, 2014; APA,2006; NICE, 2004), pertanto sono proprio i genitori a costituire la principale risorsa nella guarigione.

Il viaggio dell’eroe: separarsi e individuarsi attraverso la relazione nutritiva

Noi non veniamo dalle stelle o dai fiori,
ma dal latte materno. Siamo sopravvissuti per
l’umana compassione e per le cure di nostra madre.
Questa è la nostra principale natura.
Shakespeare, Re Lear

Perché mio figlio non mangia?” É questa la domanda che spesso sentiamo porci da molte mamme, estremamente preoccupate dei comportamenti alimentari del proprio bambino.

Il rapporto con il cibo è ricco di significati, a volte ambivalenti, che trascendono quasi sempre l’esclusiva introduzione nel proprio corpo delle sostanze nutritive necessarie allo sviluppo. Sin dai primi giorni della gestazione è alla donna che è affidato il compito della sopravvivenza di quella parte che piano piano si sta generando dentro di lei, il feto si nutre attraverso la madre e dopo, nei primi mesi di vita, tale stretto rapporto rimane vitale per il bambino che non potrà sopravvivere senza quella persona speciale ed amorevole che si prende cura di lui (leggi anche L’alimentazione prima e durante la gravidanza: i consigli dell’esperto).

Possiamo, dunque, pensare al parto come la prima separazione tra la donna che è chiamata a rinunciare a quella parte di sé creativa che ha generato ed il bambino che si trova costretto ad abbandonare quello stato di fusione completa e rassicurante in cui è vissuto per nove mesi. Per la prima volta si trova da solo ad affrontare i rumori e la luce del mondo nuovo, iniziando così un lento ma progressivo viaggio verso la sua individuazione.

Il bambino già da subito è preparato per questo cammino venendo al mondo con la capacità di orientarsi verso il volto umano (Johnson e Morton, 1991) e preferendone dopo poco uno in particolare, quello della mamma (Field, 1984) di cui è in grado di afferrarne il seno succhiando per nutrirsi. Quello che cerca da subito, però, non è soltanto il cibo quale fonte di nutrimento ma la vicinanza di quella persona speciale e l’instaurarsi della relazione necessaria alla vita perché fonte di amore e di cura.

Sin dal principio quindi il cibo è veicolo di calore e di affetto ed è attraverso queste prime esperienze relazionali che il bambino impara a sentire i propri bisogni e che esiste un altro diverso da sé in grado di soddisfarli. Attraverso un’alternanza di stati di disintegrazione (l’esperienza della fame) e di integrazione (il soddisfacimento della fame attraverso il seno materno ed il ritorno, anche se temporaneo, a quello stato perfetto e fusionale primordiale) il bambino impara ad essere ed esserci. Piano piano capisce di essere separato dalla madre, di esistere grazie a lei ma distinto da lei.

Con il progredire dello sviluppo acquisisce poi nuove competenze, riesce a stare seduto da solo, inizia a muoversi più autonomamente nello spazio e spuntano i primi dentini; la natura ci sta comunicando che è pronto per mangiare qualcos’altro ed è così che inizia lo svezzamento. Tale momento rappresenta una seconda separazione, il cibo materno non è più sufficiente al bambino che ha bisogno ora di qualcos’altro di diverso dalla madre per sopravvivere.

Momentanee difficoltà alimentari sono fisiologiche in alcune fasi di transizione (Brazelton, 2003) ed in questo momento così delicato può accadere di scontrarsi con un bambino che pretende di fare da solo e comincia a sviluppare i propri gusti personali; da una parte la mamma dedicherà molto del suo tempo alla preparazione dei piatti giusti per continuare a fornire quel buon nutrimento come prima dall’altra il bambino inizierà a sperimentare a suo modo il cibo cercando di conoscerlo con tutti i sensi a sua disposizione perché la conoscenza per lui si verifica attraverso gusto, vista, olfatto e tatto in un insieme imprescindibile.

Non a caso questo passaggio coincide con quella fase di sviluppo molto importante che la psicanalista inglese Mahler (1978) ha indicato con il nome di separazione-individuazione. Non solo il bambino sta cercando di separarsi ma sta cercando di affermare se stesso, di individuarsi come persona autonoma e distinta, per questo nel primo e secondo anno di vita può rifiutare il cibo tanto faticosamente preparato per lui. Ogni bambino possiede un proprio schema alimentare ed una personale curva di crescita, l’alimentazione rappresenta quindi il primo incontro dei genitori con l’individualità di loro figlio che trova nell’atto di nutrirsi uno spazio di desiderio e di scelta tipicamente personale.

A tale costruzione personale contribuiscono l’atteggiamento e l’esempio dei genitori che determineranno la possibilità o meno del bambino di aprirsi a nuovi cibi e nuove esperienze. Un atteggiamento estremamente preoccupato non favorirà tale capacità esplorativa, e finirà per essere intrusivo e causa di conflitti inutili. Per questo generalmente è buona norma non preoccuparsi eccessivamente dei rifiuti ma di creare a tavola un’esperienza piacevole poiché in condizioni di buona salute le condotte fisiologiche come il nutrirsi, se lasciate funzionare spontaneamente, non creano problemi mentre si modificano in eccesso o in difetto quando divengono contenitori di emozioni spiacevoli.

Se i genitori non accettano le scelte alimentari del figlio, facendo prevalere sui suoi bisogni e desideri le loro aspettative e convinzioni, questo si ripercuoterà anche sull’accettazione delle future scelte del figlio disconoscendone la sua individualità (Montecchi, 2016).

Dunque se un bambino mangia troppo o troppo poco cosa ci sta comunicando? Forse sta dicendo: “anche grazie alle tue amorevoli cure, mamma, ho capito di esistere ed ora sono pronto ad affrontare il mondo più autonomamente ma ho bisogno di essere riconosciuto da te quale sono”. Come fare allora? L’importante é continuare ad esserci, modificando il proprio comportamento in relazione alle nuove competenze del bambino, compito non facile perché si scontra con i vissuti delle mamme che possono sentirsi rifiutate e non adatte come genitori, e che, soprattutto, devono rinunciare a pensare al figlio come un’estensione del proprio sé corrispondente esclusivamente ai propri desideri.

Diamo dunque al momento del pasto il valore che merita; dalle prime fasi di sviluppo, e cosi per tutta la vita, tali momenti sono soprattutto attimi di condivisione di affetti ed esperienze e sarebbe importante sin da subito rispettarne tale valenza e non trasformare il momento del nutrimento in un terreno di conflitti e di adempimento di prestazioni.

 

Bibliografia
– Brazelton T.B. (2003). Il bambino da zero a tre anni. Fabbri Editori: Milano
– Field, T.M., Cohen, D., Garcia, R., & Greenberg, R., (1984). Mother-stranger face discrimination by the newborn. “Infant Behavior and Development” 7: 19-25.
– Johnson, M.H., Dziurawiec, S., Ellis, H.D., & Morton, J. (1991/a). Newborns’ Preferential Tracking of Face-Like Stimuli and its Subsequent Decline. “Cognition” 40: 1-19
– Mahler M. (1978). La nascita psicologica del bambino. Boringhieri,: Torino
– Montecchi F. (2016). I disturbi alimentari nell’ infanzia e nell’adolescenza per comprendere, valutare, curare. Franco Angeli Editore: Milano.